Scoppiano le carceri di Maduro in Venezuela

I detenuti sono 67.200, 1.340 stranieri (c’è anche Trentini), sovraffollamento: 145,9%

In Venezuela il carcere è diventato uno dei linguaggi più chiari del potere di Nicolás Maduro. Non serve leggere un report politico per capire come governa: basta guardare alle sue prigioni. Oggi il Venezuela detiene 67.200 persone a fronte di una capienza ufficiale di 15.096 posti, con un sovraffollamento del 145,9% che non nasce dal caso, ma da una strategia di controllo che negli anni ha trasformato la detenzione in uno strumento ordinario di gestione del dissenso. Come si vede dal grafico, anche il tasso di detenzione racconta la stessa storia: 199 persone ogni 100.000 abitanti, più di tre volte i 58 registrati all’inizio degli anni Duemila, quando la deriva autoritaria non aveva ancora preso la forma attuale. La crescita dei numeri penitenziari coincide con quella del consolidamento del regime.

Questi dati arrivano dal World Prison Brief, il database internazionale di prisonstudies.org che monitora oltre 200 sistemi carcerari nel mondo e permette di leggere il Venezuela senza filtri politici. Le cifre mostrano un Paese in cui aumentano gli arresti, diminuisce lo spazio, peggiorano le condizioni di detenzione. E confermano ciò che mille dichiarazioni non riescono a nascondere: la crisi venezuelana passa anche – e soprattutto – attraverso le sue celle.

Come il carcere racconta il Venezuela

Per capire il sovraffollamento di oggi bisogna guardare a come è cambiata la popolazione carceraria nel passato. Nel 1959 i detenuti erano 6.937, con un tasso di 95 ogni 100.000 abitanti. Da lì è iniziata una crescita costante: nel 1985 si è arrivati a 27.229 detenuti (+293%) e a un tasso di 157, fino al picco del 1992, quando le prigioni ospitavano 31.400 persone. Poi la curva si è invertita: nel 2000 i detenuti sono scesi a 14.196, un calo del 55% rispetto al picco. È una dinamica che racconta un Paese in trasformazione, attraversato da crisi economiche e instabilità politica negli anni che precedono l’ascesa di Hugo Chávez, destinata a ridisegnare il sistema istituzionale venezuelano.

Oggi quel legame tra politica e carceri è ancora evidente. La crisi democratica è tornata centrale anche grazie al Nobel per la Pace a María Corina Machado, simbolo dell’opposizione costretta alla clandestinità. Non solo: le sue battaglie e le tensioni del Paese si intrecciano con un contesto internazionale complicato, in cui ogni gesto degli Stati Uniti – anche solo operativo o diplomatico – viene spesso letto come un segnale da parte di Washington o di Trump. In un quadro così instabile, il numero di persone che finiscono in carcere diventa molto più di una statistica: è uno degli indicatori più immediati per capire come sta la democrazia venezuelana.

Venezuela, la punizione prima del processo

In Venezuela la custodia cautelare è diventata uno degli strumenti più evidenti della repressione politica. Nel 2010 i detenuti in attesa di giudizio erano 28.546, il 66% dell’intera popolazione carceraria: due persone su tre finite in cella senza una condanna. Nel 2024 la quota scende al 55%, pari a 12.110 persone ancora senza una sentenza definitiva, ma questo calo non segnala un miglioramento: indica piuttosto che la repressione ha cambiato forma.

Molti oppositori sono stati costretti a fuggire, a nascondersi o semplicemente non riescono più nemmeno ad avvicinarsi alle proteste per paura di essere arrestati. Restano comunque 39 detenuti ogni 100.000 abitanti rinchiusi senza che un tribunale abbia stabilito la loro colpevolezza. Una percentuale così alta pesa soprattutto sull’opposizione: in un sistema dove il processo arriva dopo – molto dopo – l’arresto, finire in custodia cautelare diventa parte stessa della punizione, trasformando la detenzione preventiva in uno strumento di intimidazione e controllo politico più efficace di qualsiasi divieto pubblico.

Donne in carcere, il caso venezuelano

Il sistema carcerario venezuelano racconta molto anche attraverso le sue detenute. Nel 2001 le donne in carcere erano 936; nel 2015 erano già diventate 2.761, un aumento del 195% in poco più di un decennio. Nel 2024 il numero scende a 1.969, ma questo non significa che la loro presenza sia meno rilevante: anzi, la quota femminile sul totale dei detenuti raggiunge l’8,9%, la percentuale più alta mai registrata.

È un dato che pesa, perché parliamo di un sistema dove le condizioni sono già critiche per tutti, ma ancora più dure per chi arriva in cella senza adeguati servizi sanitari e protezioni di base. Il tasso di detenzione femminile nel 2024 è di 6,4 donne ogni 100.000 abitanti, un numero che, da solo, non sembra enorme ma che diventa significativo se inserito nel quadro generale di un Paese in cui la detenzione è spesso la risposta standard a problemi sociali, politici e familiari.

Venezuela, carceri al collasso totale

Il problema del Venezuela non è solo quante persone finiscano in carcere, ma quante non ci starebbero comunque. Le prigioni del Paese hanno una capienza ufficiale di 15.096 posti, ma dentro ci sono 67.200 detenuti: significa 52.104 persone in più rispetto allo spazio disponibile. Il risultato è un sovraffollamento come detto del 145,9%, uno dei livelli più alti dell’intera America Latina. In pratica, il sistema penitenziario funziona come una valvola di sfogo che non scarica mai: ingressi continui, uscite lente e strutture che da anni non sono progettate per gestire un’umanità così compressa. Un contesto che rende impossibile garantire condizioni minime di vita e che mostra, forse più di qualsiasi dato economico o politico, quanto sia fragile la macchina dello Stato.

Il caso Trentini e la diplomazia degli ostaggi

Nel sistema penitenziario venezuelano c’è anche chi finisce in cella per ragioni che vanno oltre la giustizia ordinaria: è la logica della “diplomazia degli ostaggi”, con cui il governo Maduro trattiene cittadini stranieri senza prove concrete per ottenere peso negoziale sul piano internazionale. È in questo contesto che si inserisce la vicenda di Alberto Trentini, cooperante italiano di 46 anni, detenuto dal 15 novembre 2024 senza accuse formali e senza un processo definito. Da oltre 365 giorni si trova nel carcere di massima sicurezza El Rodeo I di Caracas, mentre la famiglia continua a chiederne la liberazione.

Gli stranieri rappresentano circa il 2% della popolazione detenuta, quasi 1.340 persone, distribuite in un sistema composto da 41 istituti penitenziari. Numeri piccoli in apparenza, ma che diventano enormi quando si inseriscono in un quadro in cui il carcere è spesso uno strumento di pressione politica più che una misura giudiziaria.

Venezuela, il voto contestato che affolla le carceri

Dopo le elezioni presidenziali del 28 luglio 2024, annunciate come una nuova vittoria di Nicolás Maduro, il sistema carcerario venezuelano ha registrato un’impennata immediata. Secondo quanto documenta Amnesty International, l’opposizione – che sosteneva Edmundo González Urrutia dopo l’esclusione di María Corina Machado – ha contestato i risultati chiedendo trasparenza sul voto, richiesta respinta dalle autorità. La risposta del governo è stata la repressione: nei giorni successivi sono stati eseguiti oltre 2.000 arresti, con Foro Penal che ne conferma 1.900, tra cui 129 minori.

La crisi post-elettorale ha provocato anche 24 morti, inclusi 2 minorenni e 1 agente di polizia, mentre tra il 29 e il 30 luglio sono state registrate 915 proteste, 138 delle quali represse con violenza. Nelle carceri la pressione è stata altissima, con 221 donne detenute, almeno 3 minori ancora in stato di fermo e arresti mirati contro l’opposizione: 160 membri di Vente Venezuela e 34 di Primero Justicia risultano arrestati o scomparsi.

Amnesty segnala anche un aumento drastico degli attacchi contro la società civile: 979 aggressioni contro difensori dei diritti umani nel 2024 (+87% rispetto ai 524 del 2023), mentre Spazio Pubblico documenta 507 violazioni della libertà d’espressione e almeno 12 giornalisti fermati arbitrariamente. Sullo sfondo di un esodo che supera 7,89 milioni di persone, il tasso di detenzione raggiunge 199 persone ogni 100.000 abitanti, il valore più alto dal 1959: numeri che mostrano come la crisi politica ed elettorale entri direttamente nelle prigioni del Paese.

Minori torturati nelle carceri del Venezuela

Secondo Amnesty International, uno degli aspetti più drammatici della crisi venezuelana riguarda i minori: dopo gli arresti arbitrari seguiti alle elezioni di luglio, 200 ragazzi risultano ancora detenuti. Le testimonianze raccolte dall’organizzazione parlano di torture, maltrattamenti e violazioni del diritto al giusto processo, con effetti che vanno ben oltre la detenzione: sono stati segnalati tentati suicidi, paralisi facciale, collassi nervosi, episodi di depressione, attacchi di panico e comportamenti di auto-isolamento. Amnesty definisce questo insieme di abusi come un sistema repressivo “ampio, diffuso e sistematico”, e la segretaria generale Agnès Callamard sottolinea che l’uso della tortura contro minorenni rappresenta una soglia che “nessuno Stato dovrebbe mai oltrepassare”.

Fonte: World Prison Brief, Amnesty International
I dati sono aggiornati al 2024-205

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