Il governo progetta di riportare vicino al 3% il rapporto tra deficit e il Pil entro il 2023
I Def, Documenti di Economia e Finanza, così come i Nadef, le Note di Aggiornamento al Def, sono come sempre una vetrina con cui i governi cercano di presentare nel miglior modo possibile le future evoluzioni della finanza pubblica, dipingendo scenari che inevitabilmente risultano più ottimisti della realtà. Del resto prevedere il futuro è arduo, e dovendo illustrare delle stime, si scelgono quelle più rosee. A maggior ragione in questo periodo. Il Def e il Nadef 2020 sono un tentativo di immaginare una ripresa dalla recessione profonda cui la pandemia ha precipitato l’Italia e tutto l’economia occidentale.
Il governo progetta di riportare vicino al 3% il rapporto tra deficit e il PIL entro il 2023, quando dovrebbe essere al 3,3%, grazie al ritorno sostanzialmente a zero del disavanzo primario, la differenza tra entrate e uscite senza considerare gli interessi. Basti pensare che quest’anno invece il rapporto deficit/PIL e il disavanzo primario dovrebbero essere rispettivamente al 10,8% e al 7,3%, livelli da fine anni ’70, quando però anche la crescita era molto più sostenuta, così come l’inflazione, che poneva un freno all’incremento del debito sul PIL.
Questo risanamento verrebbe ottenuto tramite una discesa della spesa pubblica dal 58,5% al 50,4% del PIL, tra 2020 e 2023. Nel 2019 era stata del 48,6%. Le entrate cambierebbero poco, dal 47,7% del PIL si porterebbero al 47,1%.
Pensioni sempre in crescita in valore assoluto
Considerando la pressione fiscale stabile tra il 42,5% e il 43% del PIL nel corso degli anni il peso del ridimensionamento del deficit sta quasi solo nella riduzione della spesa, sempre in proporzione al prodotto interno lordo.
In particolare la spesa pubblica al netto degli interessi, sia corrente che in conto capitale, dovrebbe infatti passare dal 55% al 47,3% del PIL. Per la prima volta da tempo è prevista una riduzione della spesa anche in valore assoluto, dai 963,7 miliardi del 2020 (905,3 al netto degli interessi) ai 940,2 del 2023 (881,4 senza interessi).
Riduzione tutta compresa tra il 2020 e il 2021 quando si immagina che crollerebbe una parte della spesa corrente sociale, oggi sostenuta per contrastare la pandemia, come quella legata alla Cassa Integrazione. Tra il 2021 e il 2023 invece vi sarebbe di nuovo un aumento in valore assoluto, di 9 miliardi, comunque meno veloce dell’incremento del prodotto interno lordo (e dell’inflazione), e che consentirebbe quindi ai valori in rapporto al PIL di proseguire la discesa.
A ridursi in termini percentuali sono un po’ tutte le voci di bilancio. La spesa per i redditi da lavoro dipendente, in pratica gli stipendi degli statali, dal 10,8% del PIL nel 2020 passano al 9,6% nel 2023. In assoluto in realtà crescono di 2,5 miliardi. Così come le pensioni, che chiaramente non hanno minimamente risentito della crisi, e rimangono una voce di spesa importantissima. Nel 2020 hanno raggiunto la percentuale record del 17,1% del PIL. In termini relativi scenderanno tra tre anni al 16,2%, ma in miliardi vi sarà un ulteriore aumento di più di 20 miliardi.
Sono le altre prestazioni sociali, tra cui appunto la CIG, che vedono un decremento sia relativo che assoluto, dal 7,8% al 5,3% del PIL e da 128,4 a 99,5 miliardi. Così i consumi intermedi, che vanno dal 9,6% all’8,3% del PIL.
Interessanti, perchè cruciali oggi, sono i dati sulla spesa in conto capitale, in cui sono inclusi gli investimenti. E’ in generale in diminuzione, dal 4,6% al 3,9% del PIL e anche in termini di euro, a causa del taglio di contributi statali legati all’emergenza. Gli investimenti fissi lordi però in realtà sono previsti in aumento di 5 miliardi in 3 anni.
Nel 2023 122,5 miliardi di spesa sanitaria
La spesa che però probabilmente sarà sotto gli occhi di tutti d’ora in poi sarà quella sanitaria. Partivamo da una quota sul PIL più bassa rispetto alla media europea e ai principali Paesi della UE, del 6,5% sul PIL. L’emergenza legata alla pandemia ha provocato un incremento importante in un solo anno. Nel 2020 si è saliti al 7,3. Complice il calo del denominatore, il PIL, certo, ma vi è stata anche una spesa aggiuntiva di 5,4 miliardi.
Per i tre anni a venire proseguirà la crescita in valore assoluto, ma sarà molto più limitato. Gli 1,6 miliardi in più rappresentano un aumento più lento di quello del PIL, di conseguenza la spesa sanitaria in percentuale del prodotto interno lordo riprenderà a calare, e nel 2023 tornerà a un valore molto simile a quello del 2019, il 6,6%, e inferiore a quello per esempio di 10 anni fa. Chi ha parlato di definanziamento della sanità avrà motivo di riprendere a farlo, molto probabilmente.
Queste previsioni naturalmente hanno ipotesi molto forti alla base, come l’irripetibilità di un nuovo lockdown e di una emergenza analoga a quella della primavera e crescite del PIL dell’ordine del 6%, del 3,8% e del 2,5% nel 2021, 2022 e 2023. Se queste proiezioni dovessero dimostrarsi troppo ottimistiche naturalmente tutti i numeri relativi alla spesa sul PIL cambierebbero in peggio. E allora si porrebbe il problema di cosa tagliare o definanziare per non discostarsi troppo dalle stime iniziali
I dati si riferiscono al 2019-2023
Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze
Leggi anche: La spesa sanitaria negli ultimi anni non è calata


