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Con il lockdown centinaia di migliaia di lavoratori hanno scoperto il lavoro agile. Adesso è un diritto

Il decreto Rilancio prevede il diritto allo smart working. Ma non per tutti. Solo per “i genitori lavoratori dipendenti del settore privato che hanno almeno un figlio minore di anni 14, a condizione che nel nucleo familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa o che non vi sia genitore non lavoratore”. Sono più di 1 milione e 800mila i lavoratori attivi in modalità smart working in Italia con il lockdown da coronavirus. E’ il dato del ministero del Lavoro aggiornato al 30 aprile 2020. Secondo il ministero 1.606.617 lavoratori hanno iniziato lo smartworking proprio in questo periodo. Mentre prima erano solo 221.175 persone. Un numero più basso rispetto a quello stimato dall’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, per il quale i lavoratori che nel 2019 hanno seguito programmi di smart working sono stati circa 500mila.

Dobbiamo chiederci se quello che stiamo facendo sia davvero smart working, certo. Ma per parlare di questa tematica abbiamo a disposizione in particolare dati riferiti al 2019, dati riferiti ad una situazione normale. E non ad una di emergenza. Per prima cosa si deve dire che nel 2019, c’ è stato un grande incremento dei lavoratori che sono stati interessati da questa modalità di lavoro, sono passati dal 32% al 48%. Non solo, come si vede nel grafico a torta il 58% delle grandi imprese ha avviato programmi per il lavoro da casa. Nel 2018 erano il 56%. Mentre il 7% lo adotta anche se in modo più informale. Si tratta normalmente dello svolgimento delle proprie mansioni una o due volte a settimane dalla propria abitazione. Vi è poi un 5% di grandi aziende che afferma di voler introdurre lo smart working entro 12 mesi. Il 22% ritiene di poter avviare progetti in tal senso, ma solo in futuro, e solo l’8% non appare interessata.

La pubblica amministrazione e lo smart working

Le cose cambiano radicalmente se parliamo di Pmi (Piccole e Medie Imprese, fino a  25 addetti) o di Pubblica Amministrazione. Nel primo caso solamente il 12% ha avviato progetti di smart working. Anche volendo aggiungere il 18% di quelle che lo usa in modo informale si rimane molto lontani dai livelli delle grandi imprese. Tuttavia anche in questo caso ci sono dei progressi, visto che quelle che usavano il lavoro da casa in modo sistematico nel 2018 erano solo l’8%, e sono quindi cresciute del 4%, e quelle che l’utilizzavano informalmente erano il 16%, con un aumento successivo dunque del 2%. La gran parte, il 51%, però, non è interessata al tema. Vi è da sottolineare che siamo un Paese manifatturiero e quindi per moltissime imprese sarebbe materialmente impossibile lo smart working.

Nella PA sarebbe forse più facile, eppure solo nel 16% delle Amministrazioni Pubbliche vi sono progetti in tal senso. Erano però solo l’8% un anno prima. Nel 7% viene usato informalmente, con un balzo deciso rispetto all’1% del 2018. Ben il 38% delle varie istituzioni non è interessata e solamente il 6% vuol attivare lo smart working nei prossimi 6 mesi. Nel complesso è coinvolto solo il 12% degli statali. Certamente escludendo forze dell’ordine, medici e insegnanti, c’è comunque più spazio per una maggiore applicazione futura.

Fonte: Osservatori.net, Ministero del lavoro

I dati si riferiscono al: 2018

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