Nel 2022 è ripreso a salire anche lo spread, aumentato del 20% da inizio anno
Ha rischiato di farci fallire, ci ha costretto a manovre finanziarie lacrime e sangue, ma ora non ne parla più nessuno. Per fortuna. Lo spread, ovvero la differenza tra il rendimento dei Btp a 10 anni italiani e quello dei Bund tedeschi della stessa durata, è stato sostituito a livello mediatico da temi più urgenti e gravi. Non è però scomparso. Il nostro debito pubblico, infatti, ha continuato a essere piazzato sul mercato con un interesse superiore a quello richiesto per i titoli emessi dalla Germania, e la novità delle ultime settimane è che ora questo rendimento netto del Btp è di nuovo in crescita. Ma cosa sono, innanzitutto, i Btp, perché sono così importanti, e, soprattutto, da cosa dipende l’oscillazione del loro rendimento?
I Btp finanzia il debito pubblico
Si tratta dei Buoni del Tesoro Poliennali. Sono titoli di debito a capitale garantito con cedola semestrale, ovvero strumenti finanziari che un risparmiatore può acquistare avendo la sicurezza di vedersi restituire quanto versato alla scadenza di quello che è un vero e proprio prestito nei confronti dello Stato.
Ogni sei mesi, inoltre, questo creditore si vedrà riconosciuto un interesse che viene stabilito al momento dell’emissione del titolo stesso, anche se poi sul mercato secondario ogni giorno vi è una compravendita di quelli già emessi e, quindi, la formazione di tassi diversi da quelli stabiliti dal Tesoro. Sono questi ultimi i rendimenti che danno l’idea di quanto i Btp siano richiesti e se il trend è in aumento o in discesa.
Utilizzati anche i Bot, ma solo per il finanziamento di breve periodo
Questa è una delle principali modalità con cui il nostro Paese finanzia l’enorme debito che detiene, soprattutto nel lungo periodo. Per quello a breve e medio termine esistono anche i Bot (Buoni Ordinari del Tesoro), i Cct (Certificati di Credito del Tesoro), tra poco sostituiti dai Ccteu, e i Ctz (Certificati del Tesoro zero coupon). Sono titoli generalmente di durata inferiore e con regole differenti, ma hanno la stessa funzione, consentire allo Stato di funzionare fornendogli risorse a credito.
I Buoni del Tesoro Poliennali possono avere una scadenza molto diversificata, dai 18 mesi ai 50 anni, anche se sono quelli a 10 anni i più “celebri”, perché utilizzati come riferimento per lo spread. Naturalmente quelli di maggiore durata sono i Btp con il rendimento netto più alto, perché in questi casi lo Stato chiede ai propri creditori di scommettere sulla capacità del Governo italiano di ripagare il proprio debito a lunghissimo termine. Il rischio è superiore, e deve essere remunerato con un interesse maggiore.
Il rendimento netto dei Btp alla base del deficit e del debito
Il debito pubblico ha raggiunto la cifra record di 2.734 miliardi di euro a settembre 2021, prima di cominciare a scendere lentamente. Si tratta, in base alle stime della Commissione Europea, del 154,4% del Pil. Questa enorme mole di debito è alla base sia della costante necessità di emettere titoli di Stato, sia dei rendimento netto che i Btp raggiungono, mediamente più elevati di quelli analoghi di altri Paesi. La maggiore domanda di credito, infatti, da sempre spinge in alto il prezzo, ovvero gli interessi.
Come in un circolo vizioso, però, questo stesso rendimenti netto dei Btp diventano un costo che a sua volta alimenta il deficit dello Stato e quindi il debito stesso. Dal 1991, infatti, la differenza tra entrate e uscite è stata positiva in Italia, con la sola eccezione del 2009 (anno della crisi finanziaria) e del periodo pandemico, e ciò che ha spinto in rosso i nostri conti è stata proprio la spesa per gli interessi.
In sostanza lo Stato si indebita per pagare i rendimenti sui titoli. Questo è il motivo per cui è decisivo che siano bassi, perché le risorse finora destinate a essi possano essere utilizzati per altri scopi, il ripianamento del debito, appunto, ma anche la spesa sociale, gli investimenti in ricerca o istruzione o il sostegno al sistema produttivo.
Negli ultimi 30 anni il rendimento netto dei Btp, però, ha avuto un andamento molto variabile, per ragioni differenti, non sempre dipendenti solo da cause interne.

L’andamento del rendimento netto dei Btp
Come si vede dalla nostra infografica interattiva, all’inizio del millennio il tasso di interesse garantito dai Buoni del Tesoro Poliennali a 10 anni era mediamente più elevato di ora, e raggiungeva anche il 5,8% nel 2000. Le ragioni erano molteplici: l’Italia era da poco entrata nell’euro e scontava ancora la propria storia di alto debito e deficit, ma una grande importanza l’aveva anche il fatto che l’inflazione e la crescita del Pil erano più sostenute. Al creditore, infatti, interessa avere un rendimento netto dei Btp (dopo il pagamento delle imposte) che superi il carovita perché il gioco valga la candela. Si tratta di un elemento che, tra l’altro, sta tornando prepotentemente attuale.
Il rendimento netto dei Btp è un costo per lo Stato
Inoltre il debitore, lo Stato, tollera di pagare un interesse piuttosto alto se il tasso di crescita della propria economia non è molto lontano, almeno a livello nominale (includendo anche l’inflazione) da quello del titolo, o lo supera: può permettersi di prendere a prestito una cifra al 5% annuale se poi tale somma riesce ad aumentare del 6% in 12 mesi.
Queste condizioni non si sono ripresentate gli anni successivi, per esempio l’inflazione ha cominciato a diminuire, e grazie al miglioramento dei nostri conti, però, anche il rendimento netto dei Btp sono andati man mano calando, liberando risorse utili per la nostra economia. Nel 2005 erano del 3,5% mediamente. Sono poi risaliti, subendo una fiammata, oltre il 5%, nella seconda parte del 2008 con il fallimento di Lehman Brothers che aveva portato molta incertezza a livello internazionale. Tra il 2009 e la metà del 2011 vi è stata una certa stabilità, intorno a percentuali che hanno oscillato tra il 3,8% e il 4,5%. Fino alla crisi dello spread.
Dopo la crisi del debito del 2012 la Bce è intervenuta
La sfiducia nelle prospettive di lungo periodo dell’economia italiana, che ormai da 15 anni cresceva meno della media europea, ha portato nella seconda parte del 2011 il mercato a credere che potessimo trovarci in una situazione simile a quella della Grecia o del Portogallo, ovvero che potessimo non essere capaci ripagare il debito pubblico. Questo ha provocato un’impennata del rendimento netto del Btp: gli interessi da pagare sono saliti fino a oltre il 7%, un livello insostenibile per le casse dello Stato.
Solo l’intervento della Banca Centrale Europea e del suo governatore di allora, Mario Draghi, ha riportato la fiducia nei mercati. Dal 2012 i tassi di interessi sono scesi in modo rapido, complici un’inflazione che si è quasi azzerata negli anni successivi, ma soprattutto i programmi di sostegno della Bce. Tra questi il Ltro (long term refinancing operation) e soprattutto il Pspp (Public sector purchase programme), tramite il quale Francoforte comprava titoli pubblici degli Stati dell’euro, tra cui i Btp italiani.
Il ruolo di Mario Draghi sul rendimento netto dei Btp
In un certo senso è stato mostrato al mercato che vi sarebbero sempre stati degli acquirenti per i titoli pubblici, che i Paesi come l’Italia non sarebbero stati lasciati fallire, e questo ha portato i creditori a richiedere un tasso sempre più basso. Tale programma, che aveva portato i tassi a poco più dell’1% nel 2016, è terminato nel 2018. Quell’anno, sia per questo motivo che per le tensioni tra Bruxelles e il governo italiano di allora, vi è stata una ripresa dei rendimenti fino a oltre il 3%, che però è stata di breve durata.
Con la pandemia la Bce è tornata a comprare titoli
È stata la pandemia, piuttosto, a mettere alla prova i conti pubblici dei Paesi europei. L’emergenza ha reso necessario un nuovo intervento della Bce.
Il Pepp (Pandemic emergency purchase programme), varato da Francoforte nel 2020, si è occupato di sostenere le economie in maggiore difficoltà, come la nostra, attraverso altri acquisti di titoli di Stato. Questo ha provocato la riduzione dei rendimenti dei Btp fino a circa il 0,7% nell’estate del 2021.
Per questo motivo la veloce crescita attuale, fino a quasi il 2%, assume un particolare risalto. Come prima conseguenza vi è stata la risalita anche dello spread, che ha toccato nel febbraio 2022 i 170 punti, in aumento di circa il 20% rispetto a inizio anno, ma comunque molto lontano dai 574 dell’autunno 2011.
Il ruolo dell’inflazione sul rendimento netto dei Btp
Il motivo ora, però, non è il debito in ascesa, né uno scontro politico, ma la ripresa potente dell’inflazione. Il carovita ha raggiunto livelli mai raggiunti nell’ultimo decennio, del 5,1% in Europa e del 4,8% in Italia (5,3% secondo l’indice Nic), e ha spinto i tassi di tutti i Paesi europei, anche della Germania, verso l’alto. La storia è sempre la stessa: i creditori vogliono essere protetti da un aumento dei prezzi che svaluti il loro investimento, e chiedono, quindi, rendimento più alto. Se i tassi del Bund decennale tedesco crescono, come accaduto ora che sono diventati positivi dopo essere stati a lungo negativi, quelli dei Btp possono solo seguire, e, anzi, aumentare in modo ancora più veloce, vista la strutturale minore affidabilità del nostro debito.
Siamo quindi davanti all’ennesima conseguenza negativa dell’inflazione, che potrebbe mettere in pericolo la ripresa dalla crisi, sempre che per l’ennesima volta non vi sia un qualche intervento della Banca Centrale Europea.
I dati si riferiscono al 1999-2022
Fonte: Ministero del Tesoro
Leggi anche: L’inflazione in Italia al 5,3%, più alta della media europea
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