Sanità pubblica: da 116.915 dottori a 78.652 in 4 anni (e 13.156 pensionamenti)
Un tempo c’era il test d’ingresso, oggi c’è il “semestre aperto”. Per l’anno accademico 2025-2026 sono 54.313 gli studenti che hanno scelto la facoltà di Medicina e Chirurgia, a fronte di 24.026 posti disponibili nelle università statali e non statali. Rispetto all’anno scorso l’offerta cresce di 3.002 posti, mentre rispetto al 2022 l’aumento è di 8.191 posti. Nel conteggio rientrano anche i corsi in lingua inglese: 1.632 nelle università statali e 820 negli atenei non statali. È la cornice della riforma introdotta dal Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che segna il superamento del test di ingresso e l’avvio del semestre aperto con accesso libero.
Come sarà il test di medicina 2025
Da settembre tutti gli iscritti frequenteranno tre materie comuni – Chimica, Fisica e Biologia – pari a 18 crediti formativi. Gli esami nazionali, identici per tutti, si terranno il 20 novembre e il 10 dicembre 2025: ciascuna prova prevede 31 domande e dura 45 minuti. Solo chi otterrà almeno 18/30 in tutte e tre le materie entrerà nella graduatoria nazionale per proseguire in Medicina; gli altri potranno continuare nel corso affine scelto, con il riconoscimento dei crediti già conseguiti.
Medici, l’assenza di ricambio generazionale
Se da un lato aumentano i posti per chi vuole entrare a Medicina, dall’altro i numeri mostrano come il ricambio nella professione sia tutt’altro che garantito. Il report della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, che prende in esame gli iscritti all’albo professionale, evidenzia come anche il Servizio sanitario nazionale stia affrontando un’accelerazione nei pensionamenti e nelle dimissioni anticipate, soprattutto tra gli specialisti ospedalieri.
I dati mostrano un forte incremento delle uscite: nel 2023 sono stati registrati 12.763 pensionamenti, con un picco previsto nel 2025 pari a 13.156. Solo dal 2030 i valori torneranno ai livelli del 2020, con 7.471 pensionamenti annui. Secondo le proiezioni tra il 2021 e il 2025, a fronte di 116.915 specialisti attivi nella sanità pubblica, potrebbero lasciare la professione 38.263 medici, riducendo il totale a 78.652 specialisti. Questa contrazione degli organici pesa già sull’aumento delle liste di attesa, sui ritardi nelle cure e sulla mancata copertura in alcune aree di medicina generale, lasciando una parte della popolazione senza medico di famiglia.
Quanti medici ci sono in Italia?
Mentre gli studenti affrontano il nuovo semestre aperto che ha sostituito il test di Medicina, i dati sugli iscritti all’albo professionale fotografano una professione sempre più sbilanciata verso le età più alte. Secondo il report della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, i medici iscritti all’albo professionale in Italia sono 413.631. Tra loro i 23-59enni rappresentano il 55,3% con 228.808 iscritti, mentre la fascia tra i 60 e i 69 anni conta 114.159 professionisti pari al 27,6%. Gli over 70 sono 70.664, pari al 17,1%, e comprendono oltre 28.000 medici sopra i 75 anni. La crescita negli ultimi anni è stata minima tra gli attivi sotto i 60 anni (+0,87%), mentre tra i pensionati l’aumento è stato molto più marcato (+3,99%).
Secondo il Ministero della Salute al 31 dicembre 2022 erano 238.378 i medici in servizio presso le strutture pubbliche e private. Come si vede anche al grafico, la maggior parte opera nel settore pubblico: 107.167 con contratto a tempo indeterminato e 6.765 a tempo determinato, a cui si aggiungono 5.804 medici universitari e oltre 12.600 professionisti nelle strutture equiparate al pubblico. Il sistema si regge anche sui convenzionati, con 37.991 medici di medicina generale, 6.706 pediatri di libera scelta, 14.197 specialisti ambulatoriali e 10.671 medici di guardia. Nel privato figurano invece 26.604 medici nelle case di cura convenzionate e 4.890 in quelle non convenzionate, oltre a 4.885 professionisti inquadrati come RIA ex art. 26.

Specialisti e non specialisti, due volti della professione medica
Non tutti i medici iscritti all’albo hanno lo stesso percorso formativo. La distinzione principale è tra chi ha conseguito una specializzazione e chi invece si è fermato alla laurea in Medicina e Chirurgia con abilitazione. Oggi i medici specialisti sono 208.316, mentre i non specialisti sono 205.315: in percentuale significa che il 50,36% della categoria ha completato una formazione aggiuntiva in un’area precisa – come cardiologia, ortopedia o psichiatria – mentre il 49,64% non possiede questo titolo. Gli specialisti lavorano soprattutto negli ospedali, negli ambulatori o come pediatri di libera scelta, mentre i non specialisti possono esercitare come medici di base, nella guardia medica o nell’emergenza territoriale (il 118 per intenderci).
Nel Servizio sanitario nazionale sono attivi 123.836 specialisti, pari al 61,83% del totale. Di questi, la maggioranza lavora negli ospedali o negli ambulatori pubblici, mentre 6.921 esercitano come pediatri di libera scelta, la figura di riferimento per bambini e adolescenti. Altri 41.938 specialisti, pari al 25,30%, svolgono invece l’attività nel settore privato o come liberi professionisti, un numero in forte crescita rispetto al passato, quando erano 26.230.
Quanti specialisti ci sono per ogni abitante
Guardando ai numeri in rapporto alla popolazione, in Italia ci sono 3,54 medici specialisti ogni 1.000 abitanti. Ma questo dato cambia se si contano solo quelli realmente in attività: il rapporto scende a 2,82 specialisti per 1.000 abitanti. Se si restringe ancora di più lo sguardo ai soli specialisti che lavorano nel Servizio sanitario nazionale – cioè ospedalieri e ambulatoriali convenzionati interni – il valore si abbassa ulteriormente fino a 2,07 per 1.000 abitanti.
I medici non specialisti: quanti sono e dove lavorano
Tra i 205.315 medici non specialisti iscritti agli albi professionali nel 2023, risultano 171.173 attivi, pari all’83,37% del totale. I restanti 33.521, cioè il 16,32%, sono in pensione e, anche se alcuni continuano a esercitare, non vengono considerati ufficialmente come in attività. All’interno di questa categoria, 64.285 medici lavorano nel Servizio sanitario nazionale come convenzionati: rientrano qui i medici di medicina generale, quelli di guardia medica, l’emergenza territoriale e la medicina dei servizi. La maggioranza, invece, svolge la propria professione nel settore privato: sono 107.509, pari al 52,36% dei non specialisti, attivi come dipendenti o liberi professionisti.
Se si guarda al rapporto con gli abitanti, a livello nazionale i non specialisti sono 3,49 ogni 1.000 abitanti. Ma se si considerano solo quelli effettivamente in attività il dato scende a 2,92 per 1.000 abitanti. La riduzione diventa ancora più netta se si contano soltanto i non specialisti operanti nel Servizio sanitario nazionale: in questo caso la disponibilità è di appena 1,09 medici ogni 1.000 abitanti.
Gli specializzandi e il nodo delle condizioni di lavoro
Il futuro della sanità passa dagli specializzandi, ma è proprio qui che il ricambio generazionale rischia di incepparsi. Sono i giovani medici che dovrebbero prendere il posto dei colleghi prossimi alla pensione e che al 1° gennaio 2023 risultano essere 65.888 iscritti ai corsi di formazione specialistica. In Italia partono però svantaggiati: ricevono una borsa di studio di 960 euro al mese, senza ferie, malattia o maternità garantite. Se si guarda all’Europa il confronto è impietoso: in Spagna gli specializzandi percepiscono circa 1.400 euro, in Slovenia 1.600, in Portogallo 1.750, in Finlandia tra i 3.000 e i 4.000, in Danimarca 3.750, in Germania 3.500, in Olanda 3.600, mentre nel Regno Unito lo stipendio oscilla dai 5.500 ai 9.800 euro al mese.
Chi resta in Italia spesso sceglie la strada privata o ambulatoriale, lasciando scoperte proprio le aree più delicate per il Servizio sanitario nazionale. La medicina d’emergenza-urgenza è il caso più evidente: nell’ultimo concorso il 60,7% dei contratti non è stato assegnato (1.144 su 1.884). Percentuali ancora più alte si registrano in microbiologia (78,3% di posti abbandonati) e in patologia clinica e biochimica clinica (70,2%). Al contrario, discipline considerate più attrattive come chirurgia plastica, oftalmologia e malattie cardiovascolari hanno visto un utilizzo totale dei posti disponibili.
I numeri dei medici nel SSN
Secondo i dati del Ministero della Salute, al 31 dicembre 2022 i medici con contratto a tempo indeterminato nelle strutture pubbliche – ASL, ospedali, università e istituti di ricerca – erano 107.167, pari a 1,8 per 1.000 abitanti. Sommando anche i convenzionati e gli universitari, il numero complessivo dei medici specialisti del Servizio sanitario nazionale raggiunge 123.034 unità. All’interno di questo gruppo, 30.434 lavorano nei servizi (soprattutto in anestesia, rianimazione, radiodiagnostica e igiene), 25.861 in chirurgia (prevalentemente in chirurgia generale, ginecologia e ortopedia) e 47.709 nell’area medica (con maggior peso per medicina interna, cardiologia, psichiatria, emergenza-urgenza e pediatria).
L’età media dei medici del Ssn è di 49,9 anni. Le donne risultano più giovani (47,7 anni contro i 52,3 degli uomini) e superano gli uomini nelle fasce sotto i 50 anni. La fascia più numerosa resta però quella tra i 60 e i 64 anni, mentre gli under 30 sono ancora una minoranza assoluta. Le donne rappresentano il 42,3% dei medici di famiglia e il 69,9% dei pediatri di libera scelta. Geograficamente, quasi la metà dei medici del SSN lavora al Nord (45,1%), mentre il Centro ne accoglie circa il 21%, il Sud il 21,7% e le Isole il 12,2%.
Fonti: Ministero dell’Università e della Ricerca, Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, Ministero della Salute
I dati sono aggiornati al: 2022
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