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Ma che cosa sono? E perché aumentano a ritmi così alti nella locomotiva europea?

Per i critici rappresentano la polvere sotto il tappeto della locomotiva tedesca, per gli estimatori si tratta di un pragmatico rimedio a disoccupazione e marginalità. Sono i mini-jobs. Quei lavori di poche ore al giorno o anche a settimana che in Germania occupano coloro che non sono riusciti a trovare un lavoro più tradizionale, a tempo pieno o part time.

La caratteristica principale consiste nel fatto che non possono essere pagati più di 450 euro, e anche per questo, per rispettare il salario minimo orario, di 9,35 euro lordi, il numero di ore in cui si è impiegati è ridotto.

L’imposta applicata è fissa, e solo del 2%, l’imprenditore e il lavoratore pagano contributi per malattia, pensione, assicurazioni decisamente più bassi, e il lavoratore può scegliere di non versare quelli relativi alla pensione. Dato rilevante, non viene coperto il premio per l’assicurazione sanitaria, come per gli altri lavori, ma essendo in Germania questa obbligatoria, il mini-jobber se la deve pagare da solo. Ecco perchè in gran parte i mini-job occupano persone che sono già coperte, quindi studenti che rientrano negli schemi sanitari dei genitori, coniugi coperti dai mariti o mogli, chi è già in pensione (e quindi garantito), persone che hanno già un altro lavoro, che sono del resto il 37,9% del totale dei mini-jobbers, mentre per il 62,1% questa è la principale occupazione.

I mini-job frenati dall’introduzione del salario minimo

I mini-jobber sono moltissimi, 7,9 milioni a metà 2019, 7,6 alla fine dell’anno. Erano 6,6 al momento della loro introduzione, con le riforme Hartz, nel 2004.

Sono aumentati del 20%, più di quanto abbiano fatto i lavoratori complessivi, del 15%, da 39,4 a 45,3 milioni. A essere cresciuti di più sono stati i dipendenti, del 26%. E’ chiaro che è stato il calo degli autonomi, già pochi in Germania, a provocare un aumento dell’occupazione totale più ridotta. Fino al 2015 la crescita dei mini-jobber tra l’altro superava anche quella dei lavoratori dipendenti, ma l’introduzione del salario minimo ha portato all’inizio addirittura a un decremento dell’adozione dei mini-job, visto che alcuni di questi sono divenuti più costosi per gli imprenditori, andando oltre i 450 euro mensili, seguito da un nuovo aumento, ma più lento.

Pur in un quadro decisamente più roseo di quello di altri Paesi qualitativamente il mercato del lavoro è mutato in modo analogo a quello del resto d’Europa, Italia inclusa. Vi è stato un aumento dell’occupazione, eccezion fatta per i periodi di crisi più grave, un calo della disoccupazione, scesa al 5%, e però un incremento dell’occupazione meno stabile, precaria e marginale. I mini-jobs sono stati una parte importantissima di questa tendenza. E’ probabilmente a causa di questi che la disoccupazione giovanile è anche più bassa di quella totale, al 4,5%.

Per i detrattori però i mini-jobs sono anche una sorta di trappola che tiene sotto-occupati coloro che hanno meno competenze, che infatti sono in media sovra-rappresentati tra i mini-jobbers. I quali lavorano in settori in cui le mansioni sono più facilmente spezzettabili, ovvero soprattutto nel commercio, come commessi, o nella ristorazione, come camerieri magari nei periodi con più domanda nell’anno. In generale nei servizi, in quegli ambiti a basso valore aggiunto e ad alto impiego di capitale umano che un po’ ovunque, anche in Italia, hanno visto incrementi di occupazione, spesso appunto pagata poco, se non in nero

I dati si riferiscono al 2004-2019

Fonte: Parlamento Europeo

Leggi anche: Pil Germania, il 2019 si chiude con un misero +0,6%

 

 

 

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