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Con quasi 190 miliardi su circa 705 è la Germania ad avere la quota maggiore del MES, il 26,94%

MES e Coronabond sono al centro delle serrate trattative in atto a livello europeo sulla risposta all’emergenza economica causata dal contenimento del Covid19. Se i Coronabond sarebbero uno strumento totalmente nuovo, il MES, ovvero il Meccanismo Europeo di Stabilità, ESM in inglese, detto anche Fondo Salva Stati, già esiste da tempo.

E’ stato fondato nell’ottobre 2018 per raccogliere i capitali da tutti i Paesi dell’Eurozona e poi prestarli a quei Paesi che sul mercato internazionale non potevano più finanziarsi per mancanza di fiducia, oppure avrebbero potuto farlo solo promettendo tassi altissimi che li avrebbero portati al default, come Grecia, Irlanda, Portogallo. Il principio è che il MES può emettere titoli e raccogliere fino a circa 705 miliardi offrendo un interesse molto basso ( sono titoli AAA per intenderci, mentre quelli italiani sono BBB per S&P) e di conseguenza chiedendone uno pure basso allo Stato debitore che avrà credito a buon prezzo.

Questo fondo necessita di essere alimentato, e i Paesi dell’Eurozona vi contribuiscono in maniera diseguale, ovvero rispecchiando le differenze di contributo al capitale della BCE, che è proporzionale a popolazione e PIL . Dei 704 miliardi e 799 milioni sottoscritti 189 miliardi e 907 milioni sono della Germania, che quindi ha una quota del 26,94%, la più alta di tutti. Viene poi la Francia, con 142 miliardi e 613 milioni, il 20,23%, e l’Italia, con 125 miliardi e 318 milioni, il 17,78%, e poi via via vi sono Spagna, Paesi Bassi, Belgio, ecc, in ordine di importanza economica e di numero di abitanti.

Ma i miliardi effettivamente versati nel MES sono solo 80,5

Come avviene nelle aziende private, in realtà il capitale effettivamente versato è molto meno. Gli esborsi dei diversi Paesi ammontano in totale a 80 miliardi e 548 milioni circa, quindi l’11,4% del capitale totale. Nel caso dell’Italia parliamo di 14 miliardi e 322 milioni per esempio. Il resto può essere raccolto invece sul mercato, appunto con l’emissione di titoli.

Chiaramente se l’interesse da ripagare è basso, non sono leggere le condizioni richieste a livello di policy per quei Paesi che richiedono assistenza senza avere un rapporto debito/PIL inferiore al 60%. Sono le famose condizionalità. Che possono essere di tipo fiscale, con richieste di aggiustamento, tagli o aumenti di imposte, o strutturali, con riforme per esempio delle pensioni o del mercato del lavoro, per aumentare la competitività, o ancora finanziarie, che riguardano il rafforzamento e la ricapitalizzazioni delle banche.

E’ quest’ultimo aspetto che è ora sul tavolo della discussione. Perchè a differenza di quanto accaduto nel 2011-2013, la crisi attuale non è economica, non nasce da ragioni finanziarie, ma causata totalmente da fattori esterni.

Fonte: Fondo Salva Stati

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