Il blocco non li ha fermati del tutto: c’erano alcune deroghe. Ecco quali
Il blocco dei licenziamenti sta per finire, nonostante le richieste dei sindacati e di parte della politica per un’ulteriore proroga. C’è il timore che dopo circa 16 mesi di blocco le imprese mettano in atto ristrutturazioni del personale, in particolare nei settori più colpiti, quelli che rimangono fragili nonostante le riaperture.
Eppure i licenziamenti, per quanto diminuiti, non si sono interrotti completamente nel 2020, nonostante tutto. L’anno scorso si sono contati 383.688 licenziamenti economici e 124.502 disciplinari. Sono naturalmente solo una piccola parte delle cessazioni, 5.719.732 in tutto secondo l’Inps. E che consistono soprattutto nella fine naturale di contratti, come quelli a termine. Ma ci sono stati.
L’aumento dei licenziamenti disciplinari
Nel caso dei licenziamenti disciplinari sono addirittura aumentati nel 2020, arrivando a un nuovo record, e proseguendo l’incremento iniziato dopo il Jobs Act. Tra i motivi l’introduzione delle dimissioni online. Molti lavoratori o non hanno la disponibilità di un pc o non hanno intenzione di passare per canali burocratici e semplicemente non si presentano al lavoro venendo licenziati per assenza. Ma ha contribuito anche l’introduzione con la legge Fornero del 2012 di un ticket che le imprese devono pagare all’Inps ne casi di licenziamento economico.
Nel 2020 naturalmente a questi motivi si è aggiunto il blocco che ha impedito di allontanare i dipendenti per ragioni economiche, incentivando a provare a farlo usando la scorciatoia del motivo disciplinare. Non a caso nel terzo trimestre dell’anno scorso questi licenziamenti hanno sfiorato i 40 mila. In tutto il 2014, per fare un confronto, erano stati meno di 72 mila.
Le deroghe al blocco dei licenziamenti
I licenziamenti economici sono stati invece 80.802 lo stesso trimestre, più dei 53.207 di quello precedente, il secondo, quando tutto si era bloccato, ma molti meno di quelli del terzo trimestre 2019, 175.652. Un divario ancora maggiore si può apprezzare anche nel quarto: nel 2020 sono state licenziate 89.949 persone, contro le 204.506 degli stessi tre mesi del 2019.
Non vi è stato però un azzeramento come si potrebbe pensare, perché il blocco dei licenziamenti ha delle deroghe. Innanzitutto per i dirigenti, cui non è applicato. A non essere stati bloccati poi sono stati i licenziamenti economici per cessazione di attività, oppure per fallimento dell’attività. E poi in seguito ad accordo collettivo aziendale con i sindacati, in cui vi sia stato un incentivo all’esodo che figura come licenziamento per consentire l’utilizzo della Naspi. È consentito poi il licenziamento del personale domestico, quello alla fine del periodo di prova e di apprendistato.
Alla fine come si diceva nel 2020 sono stati più di 383 mila i licenziamenti economici. I quali tra l’altro erano comunque divenuti meno popolari già nel corso degli anni precedenti alla pandemia, quando erano diminuiti dai 943.012 del 2014 ai 713.949 del 2019 nonostante l’abolizione dell’articolo 18. Tra i motivi quelli citati sul costo del licenziamento, ma anche il sempre maggiore ricorso ai contratti a termine soprattutto per le assunzioni di personale ritenuto meno necessario. A contribuire vi era stata probabilmente anche la ripresa dell’economia dopo la crisi finanziaria.

I contratti a termine e i licenziamenti
Gran parte delle cessazioni dei rapporti di lavoro naturalmente riguardano i contratti a termine. Nel 2020 sono state più di 2,2 milioni, addirittura più che nel 2014, 2015, 2016, quando erano appena più di 2 milioni, prima del grande aumento che le ha portate a sfiorare i 3 milioni del 2018. Nella maggioranza dei casi il motivo è la fine del contratto. Questa è la motivazione di quasi 1,7 milioni di cessazioni di contratti a termine.
Pochi in questo caso i licenziamenti. Quelli economici sono stati l’anno scorso 85.934, quelli disciplinari 21.146. Cifre decisamente superiori nel caso dei contratti a tempo indeterminato, dove hanno toccato rispettivamente i 245.953 e gli 84.683. Nel caso dei licenziamenti economici qui tuttavia la diminuzione rispetto al 2019 è stata più importante che nell’ambito dei contratti a termine
Non è difficile immaginare del resto che siano soprattutto le aziende più solide, quelle con minore probabilità di fallire o cessare dopo una grande crisi come quella pandemica a usare contratti a tempo indeterminato. Questi numeri comunque sono destinati a essere cambiati in modo radicale dopo il blocco dei licenziamenti. E in peggio. La speranza è che a un aumento delle cessazioni, inevitabile, si accompagneranno anche incrementi delle attivazioni, con la ripresa dei prossimi anni.
I dati si riferiscono al 2014-2020
Fonte: Inps
La somma dei numeri dei singoli trimestri può non coincidere con i numeri annuali per dati ancora incompleti
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