L’età media è 51 anni, le donne sono solo il 22%. Prima regola: non perdere soldi
Chi investe in Borsa in Italia ha spesso superato i 50 anni. È una persona con un lavoro stabile, magari con figli già grandi e un mutuo quasi estinto. Non è, nella maggior parte dei casi, un ventenne che segue il mercato azionario dal suo smartphone. A raccontarlo è il Rapporto Consob 2024 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, che fotografa in modo dettagliato il profilo dell’investitore tipo.
Il profilo dell’investitore è chiaro anche nei numeri. L’età media degli investitori italiani è di 51 anni. Comprare e vendere in Borsa è una scelta che riguarda soprattutto chi ha già accumulato risparmi ed esperienza. I giovani restano una minoranza: solo l’8% ha tra 18 e 34 anni. La fascia più rappresentata è quella tra 45 e 54 anni, che vale il 30% del totale. Gli over 65 sono il 14%. La partecipazione ai mercati, insomma, è concentrata nelle generazioni più mature.
Chi sono gli italiani che investono in Borsa
In molte famiglie le decisioni finanziarie restano poi concentrate nelle iniziative di una sola persona, e ovviamente sono quelle con il reddito più alto e più stabile. Non è un caso quindi che il 62% degli investitori sia composto da lavoratori dipendenti, il 17% da autonomi e il 15% da pensionati: profili legati a entrate regolari o consolidate nel tempo. A operare in Borsa è poi per il 78% un uomo, mentre le donne si fermano al 22%. La partecipazione ai mercati resta quindi sbilanciata, sia dal punto di vista economico sia da quello sociale.
Se si guarda alla provenienza degli investitori, emerge un dato che riflette anche la geografia economica del Paese: quasi uno su due che opera nei mercati finanziari e ragiona con la logica dei dividendi vive nel Nord Italia, pari al 49% del totale. Non è un caso, visto che il Nord è l’area più produttiva e con i redditi medi più elevati d’Italia. Nel Centro si concentra il 17% degli investitori, mentre il 33% risiede tra Sud e Isole. La distribuzione territoriale segue quindi anche le differenze di ricchezza e stabilità economica.
Protezione del capitale prima del rendimento
Non sono investitori dell’ultima ora, quelli che magari aprono un’app e provano per curiosità. Molti italiani hanno iniziato anni fa, quando i mercati erano molto diversi da oggi. Il 45% investe da oltre 10 anni. Significa che hanno attraversato crisi finanziarie, fasi di forte volatilità e periodi di ripresa. Hanno visto i listini scendere e poi risalire. Questa esperienza pesa sulle scelte. Quando decidono per quanto tempo lasciare i soldi investiti, il 38% indica un orizzonte tra 3 e 5 anni. Non è speculazione di breve periodo, ma nemmeno un impegno trentennale. È una via di mezzo: cercare rendimento, senza bloccare i risparmi troppo a lungo.
Per molti l’obiettivo non è “fare il colpo”, ma dormire tranquilli la notte. Quando si guarda alle priorità dichiarate, il messaggio è netto: per l’81% degli investitori la prima preoccupazione è la protezione del capitale. Prima evitare perdite, poi eventualmente far crescere il patrimonio. La logica è semplice e quotidiana: meglio guadagnare meno ma con maggiore stabilità, piuttosto che esporsi a rischi elevati. Questo orientamento si traduce in scelte concrete: preferenza per titoli considerati più sicuri, cautela verso strumenti percepiti come volatili, ricerca di rendimenti più prevedibili. L’investimento diventa così uno strumento di difesa dei risparmi accumulati nel tempo, più che una corsa alla performance.
Cosa comprano gli investitori italiani
Se si aprisse davvero il portafoglio dell’investitore medio, non si troverebbero scommesse ad alto rischio. I numeri confermano una linea prudente. Tra chi si affida a un consulente, il 51% possiede fondi comuni di investimento, il 46% ha buoni postali, il 44% detiene obbligazioni e il 43% possiede titoli di Stato. Le percentuali sono alte e molto vicine tra loro. Non dominano strumenti ad alta volatilità. È la traduzione pratica di quel 81% che indica come priorità la protezione del capitale. Nella vita quotidiana significa scegliere soluzioni con flussi più prevedibili e oscillazioni più contenute rispetto alle azioni pure.
Come decidono gli investitori italiani
Non è il film del trader solitario davanti a tre schermi. In Italia le decisioni di investimento nascono spesso da un confronto. Il 42% degli investitori dichiara di decidere almeno in parte in autonomia, ma una quota quasi identica, il 40%, si affida a un consulente finanziario o a un addetto della banca. E il dato è in crescita: nel 2022 era il 32%. Questo significa che il peso della consulenza formale sta aumentando. L’investimento non è solo una scelta individuale, ma sempre più spesso un percorso guidato.
Accanto ai canali professionali restano quelli informali: le decisioni spesso partono da una chiacchierata a cena o da un confronto tra colleghi. Il 32% degli investitori segue consigli di amici, parenti o conoscenti non esperti, mentre il 9% ascolta persone che lavorano nel settore finanziario. Solo il 6% delega completamente le proprie scelte e appena il 3% si affida ai consigli dei social network. In pratica, investire è ancora un atto sociale prima che digitale: nasce dal confronto, ma sempre più spesso trova un punto di sintesi nella consulenza professionale.
Perché i giovani investono meno
Non è solo una questione di soldi in tasca o di carta d’identità. Se i giovani investono meno, c’entra anche l’atteggiamento verso il rischio e il tempo. I dati Consob mostrano che solo il 15% degli investitori ha un’alta propensione al rischio e appena il 20% dichiara preferenze orientate al lungo periodo. Eppure investire in azioni significa accettare oscillazioni e aspettare. Senza una certa tolleranza alle perdite temporanee e senza pazienza, è più difficile entrare nei mercati e restarci.
C’è poi il tema delle fonti informative. Tra i 18–34 anni, il 58% utilizza i social network come riferimento per le scelte di investimento. Tra gli over 65 la quota scende al 34%. È una differenza netta. I più giovani si informano di più online, spesso in modo rapido e frammentato. I più anziani si affidano maggiormente a canali tradizionali o a consulenti. Il divario, quindi, non è solo anagrafico. È anche culturale e informativo. Cambia il modo di percepire il rischio, cambia l’orizzonte temporale, cambia il modo di formarsi un’opinione. E questo incide direttamente sulla partecipazione ai mercati.
Alfabetizzazione finanziaria, luci e ombre
Sapere di cosa si parla fa la differenza, soprattutto quando si investono i propri risparmi. Sul piano delle competenze di base, il quadro è abbastanza solido: il 76% degli investitori mostra una conoscenza finanziaria efficace. Ma quando si entra in ambiti più specifici, le percentuali calano. La conoscenza della finanza sostenibile si ferma al 43%, quella della finanza digitale al 51%. Il dato più interessante riguarda la percezione di sé: sulla sostenibilità emerge un livello di overconfidence del 53%. In pratica, molti si sentono più preparati di quanto lo siano davvero. Al contrario, sulle basi finanziarie c’è una underconfidence del 29%, cioè una quota significativa che si sottovaluta. In pratica, una parte degli investitori tende a sopravvalutare la propria comprensione dei prodotti legati ai temi ESG, mentre su concetti più tradizionali si sente meno sicura.
Cripto e sostenibilità, interesse ma niente azione
C’è un terreno dove il divario tra curiosità e scelte concrete emerge con più forza: investimenti sostenibili e criptovalute. Due mondi diversi, uno legato ai criteri ESG e l’altro alla finanza digitale, ma accomunati dallo stesso fenomeno. Secondo il Rapporto Consob 2024, l’interesse dichiarato è elevato, mentre la presenza effettiva nei portafogli resta molto più contenuta.
Di ambiente e responsabilità sociale si parla sempre più spesso, anche quando si discute di risparmi. Ma tra ciò che si dichiara e ciò che si fa c’è una distanza evidente. Secondo quanto rilevato dalla Consob, il 50% degli investitori afferma di essere interessato agli investimenti sostenibili, ma solo il 20% li detiene effettivamente in portafoglio. È il divario tra intenzione e azione. Eppure la sensibilità c’è: il 43% dichiara una preoccupazione elevata per il cambiamento climatico, il 50% mostra una propensione alle donazioni e il 13% evidenzia un livello marcato di altruismo. Nella vita quotidiana questo si traduce in scelte di consumo più attente e in una maggiore attenzione ai temi ambientali e sociali. Quando però si tratta di allocare i risparmi, prevale la cautela. L’interesse per la sostenibilità è diffuso, ma la traduzione concreta negli investimenti resta limitata.
Le criptovalute sono ovunque nel dibattito pubblico, ma molto meno nei portafogli reali. Secondo il Rapporto Consob 2024, la detenzione effettiva è salita al 18%, rispetto all’8% del 2022. La partecipazione è cresciuta, ma resta distante dalla curiosità diffusa. La familiarità è altissima: l’86% degli investitori dichiara di averne almeno sentito parlare. Tuttavia, tra chi si dice informato, una quota compresa tra il 23% e il 50% non riesce a rispondere correttamente a domande di base sul funzionamento delle cripto-attività. In pratica, molti conoscono il nome, meno i meccanismi. Nella vita quotidiana significa leggere articoli online, guardare video sui social, parlarne con amici. Ma quando si tratta di investire davvero, una parte consistente preferisce strumenti più tradizionali. Anche qui emerge lo stesso schema: attenzione elevata, competenza non sempre adeguata, partecipazione limitata.
Azioni, Italia sotto la media UE
Perché in Italia si investe meno in azioni rispetto ad altri Paesi europei? È solo una questione di reddito o c’entra anche il modo in cui si guarda alla Borsa? Il confronto internazionale aiuta a rispondere. In molti Paesi investire in Borsa è una scelta familiare, quasi ordinaria, parte della gestione normale del risparmio. In Italia, invece, l’azione quotata è ancora percepita come qualcosa di meno abituale, talvolta più eccezionale che quotidiano. Anche per questo il risparmio continua a concentrarsi su strumenti considerati più sicuri, mentre la partecipazione diretta ai mercati resta più limitata.
Secondo il report HelloSafe 2025, che analizza 32 Paesi, solo il 7% delle famiglie italiane possiede azioni. In Germania la quota è del 14,2%, in Francia del 15,1%, mentre in Svezia raggiunge il 22%. Il divario è netto. HelloSafe, piattaforma finanziaria comparativa che aggrega dati ufficiali e statistiche nazionali con un approccio simile ai broker report, mostra che l’Italia resta distante dai principali partner europei e ancora più lontana dalle economie nordiche.
I dati sono aggiornati al 2024
Fonte: Consob, HelloSafe 2025
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