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A presentare i rischi maggiori sono le aziende più piccole e a basso dinamismo

La crisi economica provocata dalla pandemia di Covid19 in Italia si è innestata su una situazione pre-esistente di evidente fragilità cronica del mercato delle imprese, e il cocktail tra problemi strutturali ed epidemia ha prodotto la situazione attuale che vede il 30,9% delle imprese italiane dichiarare all’ISTAT che nel corso di quest’anno vede a rischio la propria operatività, ovvero la possibilità di produrre, di pagare fornitori, dipendenti, banche.

E’ una percentuale molto alta, certamente, ma per esempio non significa che il 30,9% dei dipendenti rischia di non vedersi pagati gli stipendi o che il loro posto è rischio. Perchè le imprese non hanno tutte lo stesso numero di addetti. Un dato molto importante che l’ISTAT sottolinea è che questo 30,9% è composto in modo più che proporzionale da piccole imprese. Non a caso diventa il 42,2% tra quelle con 2-3 addetti, il 39,2% tra le aziende con 4-5 dipendenti, e il 37,7% tra quelle con 6-9 addetti. Al contrario si scende a un 17,5% di imprese a rischio tra quelle con più di 250.

C’è però un altro fattore che risulta determinante, non contano solo le dimensioni delle imprese, ma anche la loro dinamicità, e questa può veramente cambiare le carte in tavola.

Solo il 10,4% le imprese grandi e dinamiche a rischio

ISTAT già negli anni scorsi nel corso dei propri censimenti del mondo delle imprese aveva diviso le aziende, perlomeno quelle con più di 10 addetti, in base al loro dinamismo, alto, medio-alto, medio, medio-basso e basso, giudicando le loro caratteristiche in una serie di ambiti, come la governance (se manageriale o familiare), gli investimenti in ricerca e sviluppo e in capitale umano, il grado di internazionalizzazione, la presenza tra i prodotti e i servizi offerti di novità tecnologiche non presenti altrove, quindi per esempio di brevetti, la diversificazione, l’innovazione nei processi produttivi, e molto altro ancora.

Sulla base di questa divisione l’Istat ha calcolato come la percentuale di imprese a rischio cambia se queste sono dinamiche o meno. Quello che emerge è che diminuisce all’aumentare della dinamicità e del numero medio di addetti. Il valore più basso lo si riscontra, come si vede nella nostra infografica, nelle imprese con più di 250 dipendenti e dinamismo alto, tra cui solo il 10,4% dichiara rischi operativi quest’anno. Sostanzialmente parliamo del segmento in cui vi sono multinazionali che operano nell’ITC o nei servizi avanzati, ad alto contenuto tecnologico e d’innovazione.

Le aziende più in pericolo sono quelle con 10-19 addetti con dinamismo basso. Il 37% di esse è a rischio. Non presenti nella nostra infografica, ma censite dall’ISTAT, solo con tre gradi di dinamismo (alto, medio, basso), le micro-imprese, ed è tra le più piccole tra queste, quelle con 2-3 dipendenti e bassa dinamicità che la percentuale di quelle a rischio è massima, il 43,9%.

Aziende piccole dinamiche meno a rischio di quelle più grandi ma meno innovative

Attenzione però, la dimensione delle aziende non è di per sè una sentenza. Vi sono tanti casi di piccole imprese innovative e dinamiche. E si nota come tra quelle con alto livello di dinamismo ma ancora piccole, con 20-49 dipendenti, quelle a rischio sono comunque molte meno, il 15,6%, che tra quelle molto più grandi, con più di 100 o di 250 addetti, tra cui diventano più del 20% se classificate come a basso o medio dinamismo.

Ancora una volta è la dimostrazione di come da un lato essere grandi aiuta, in termini di possibilità di investimento in ricerca e innovazione e resilienza, per esempio, dall’altro ancora maggiore importanza ce l’ha la capacità di essere dinamici, e questa non è preclusa ai piccoli, anzi.

I dati si riferiscono al 2020

Fonte: ISTAT

Leggi anche: Un’azienda su 5 non ha fatturato nel lockdown

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