Il conflitto con l’Iran riduce le scorte: per ricostruirle servono fino a 64 mesi
La ripresa dei combattimenti tra Stati Uniti e Iran ha riacceso una domanda che va ben oltre il Medio Oriente: quanto a lungo può durare una guerra ad alta intensità prima che anche la maggiore potenza militare del mondo, gli Stati Uniti, inizi a consumare il proprio vantaggio? Ogni nuova ondata di attacchi obbliga Washington a impiegare missili da crociera per colpire obiettivi a distanza e intercettori sofisticati per fermare droni e missili balistici. Il bilancio deve sempre considerare quindi non soltanto i bersagli che le forze americane distruggono, ma anche le scorte che sottraggono a eventuali crisi future.
Secondo il Center for Strategic and International Studies, gli Stati Uniti dispongono ancora di munizioni sufficienti per proseguire il conflitto con l’Iran in qualunque scenario plausibile. Il rischio più serio riguarda però il dopo: soprattutto la possibilità che, mentre Washington ricostituisce gli arsenali, esploda un confronto nel Pacifico occidentale con la Cina.
Le valutazioni del CSIS risultano particolarmente attendibili perché le elabora un centro di ricerca indipendente e non partitico specializzato in sicurezza internazionale. Poiché il Pentagono mantiene riservate le consistenze reali degli arsenali, gli analisti ricostruiscono le scorte incrociando documenti ufficiali, acquisti, costi, tempi di consegna e dati sugli impieghi, esplicitando ipotesi e margini di incertezza. Secondo queste stime, gli Stati Uniti hanno consumato quantità molto elevate di sette sistemi strategici — Tomahawk, JASSM, PrSM, SM-3, SM-6, THAAD e Patriot — e per quattro categorie l’impiego potrebbe aver superato metà delle scorte prebelliche. Le munizioni che Washington ha già ordinato permetteranno di recuperare parte dell’inventario in un periodo compreso tra circa uno e oltre quattro anni; riportare gli arsenali a livelli adeguati a un eventuale conflitto con la Cina richiederà però ancora più tempo.
Quanto spendono gli Stati Uniti per la difesa
Per sostenere una guerra, gli Stati Uniti non possono contare soltanto sugli arsenali già disponibili: devono investire risorse per produrre nuove munizioni, mantenere basi e mezzi, pagare il personale e accelerare le consegne. Per l’anno fiscale 2027, Washington chiede circa 1.500 miliardi di dollari per la difesa, pari al 4,6% del Pil. Nel 2025 destinava al settore il 3,1%, quindi il nuovo stanziamento segnerebbe una netta accelerazione rispetto agli anni recenti. Anche con questo aumento, però, gli Stati Uniti resterebbero lontani dai livelli delle economie già pienamente coinvolte in una guerra. Nel 2025 l’Ucraina ha destinato alla difesa il 39,6% del Pil, Israele il 7,8% e la Russia il 7,5%. La Polonia si è fermata intorno al 4%, il Regno Unito al 2,4%, l’Australia all’1,9% e il Giappone all’1,4%.
I sette missili al centro della potenza americana
La superiorità militare degli Stati Uniti dipende anche dalla possibilità di colpire lontano e di fermare un attacco prima che raggiunga il bersaglio. Il CSIS concentra l’analisi su sette sistemi strategici. Prima della guerra, l’inventario stimato comprendeva circa 3.100 Tomahawk, 4.400 JASSM, appena 90 PrSM, 410 SM-3, 1.160 SM-6, 360 THAAD e 2.330 Patriot. Tomahawk e JASSM sono soprattutto armi d’attacco: permettono di colpire obiettivi terrestri a grande distanza, riducendo l’esposizione di navi e aerei alle difese nemiche. Patriot, THAAD, SM-3 e SM-6 svolgono invece il lavoro opposto: proteggono basi, città e forze schierate intercettando aerei, missili da crociera e missili balistici. Il PrSM è un missile terrestre destinato a sostituire l’ATACMS: supera i 500 chilometri di gittata, contro i circa 300 del sistema precedente. In altre parole, l’arsenale americano combina capacità di colpire e capacità di difendersi.
Quante munizioni sono state consumate nel conflitto
La superiorità militare non dipende soltanto dalla qualità delle armi, ma anche dalla capacità di disporne in quantità sufficienti quando il conflitto si prolunga. Nella prima parte della campagna contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno colpito oltre 13.000 obiettivi e impiegato più di 1.000 Tomahawk su circa 3.100 disponibili e circa 1.100 JASSM su 4.400. Washington ha consumato anche tra 1.060 e 1.430 Patriot su 2.330, tra 190 e 290 THAAD su 360 e tra 130 e 250 SM-3 su 410. Ha inoltre utilizzato tra 190 e 370 SM-6 su 1.160 e tra 40 e 70 PrSM su appena 90. Nella fase iniziale, gli Stati Uniti hanno fatto largo ricorso alle munizioni a lungo raggio, più costose e difficili da rimpiazzare. Dopo aver indebolito le difese iraniane, hanno aumentato l’impiego di bombe e missili più economici e disponibili in quantità maggiori.
Quanto costa ogni missile americano
La difesa aerea non è soltanto una sfida tecnologica, ma anche economica: abbattere un bersaglio da poche migliaia di dollari con un missile che ne costa milioni può diventare insostenibile se gli attacchi si moltiplicano. Un Tomahawk costa circa 2,6 milioni di dollari, come un JASSM; un PrSM circa 1,6 milioni. Per la difesa antimissile i prezzi salgono ancora: un Patriot vale circa 3,9 milioni, un SM-6 5,3 milioni, un THAAD 15,5 milioni e un SM-3 può arrivare a 28,7 milioni per intercettore. Esistono però alternative molto meno costose. Un kit JDAM costa circa 66.000 dollari, una Small Diameter Bomb I 67.000, una SDB II 265.000 e un JAGM 249.000. La differenza spiega perché il Pentagono stia cercando un equilibrio tra sistemi sofisticati e armi più economiche, soprattutto contro droni e obiettivi di basso valore.
Quanto tempo serve per produrre nuovi missili
La potenza militare si misura anche nella velocità con cui un arsenale può essere ricostruito dopo l’uso. Ed è qui che emerge uno dei principali limiti americani: produrre nuovi missili richiede anni, non mesi. Per arrivare alla prima consegna servono in media tra 24 e 36 mesi, ai quali si aggiungono altri 8-13 mesi per completare l’intero lotto. Nel dettaglio, un ordine di Patriot PAC-3 MSE richiede circa 42 mesi, il PrSM 46, il Tomahawk 47 e il JASSM 48. I tempi salgono a 52 mesi per lo SM-3 Block IB e a 53 mesi per SM-6 e THAAD. Per lo SM-3 Block IIA si arriva fino a 64 mesi, oltre cinque anni. In pratica, consumare un missile richiede pochi secondi; sostituirlo può voler dire attendere un’intera legislatura. È questo scarto tra velocità d’impiego e lentezza produttiva a rendere vulnerabili anche arsenali enormi.


Come sta reagendo l’industria militare americana
La capacità di difendersi non dipende solo dai missili già nei depositi, ma anche dalla velocità con cui l’industria riesce a produrne di nuovi. Negli Stati Uniti gli impegni contrattuali destinati alle munizioni sono cresciuti del 330% rispetto al 2010, segnalando uno sforzo produttivo senza precedenti negli ultimi anni. In due anni sono entrate nella base industriale della difesa circa 10.000 nuove imprese: quasi 5.000 nel 2024 e altrettante nel 2025. Nello stesso anno, le aziende considerate non tradizionali hanno ottenuto contratti per 122,6 miliardi di dollari, più del doppio rispetto ai 60,9 miliardi del 2015. Per spingere le imprese ad aprire stabilimenti e ampliare le linee produttive, il Pentagono sta aumentando il ricorso ai contratti pluriennali, che garantiscono ordini più stabili. Il bilancio 2027 prevede inoltre un aumento del 188% degli ordini di missili, mentre il governo ha autorizzato acquisti pluriennali per otto munizioni considerate critiche.
Di quanto aumenterà la produzione di missili
La forza di un arsenale dipende anche dalla velocità con cui l’industria riesce a rimpiazzare ciò che viene consumato. Per questo il Pentagono punta ad aumentare drasticamente la produzione: i Patriot PAC-3 MSE dovrebbero passare da circa 600 a 2.000 intercettori l’anno entro il 2030, mentre i THAAD salirebbero da 96 a 400 unità annue. La capacità produttiva dei PrSM dovrebbe raggiungere circa 550 missili l’anno; per i Tomahawk l’obiettivo supera quota 1.000, per gli AMRAAM le 1.900 unità e per gli SM-6 le 500. Ma produrre più missili significa potenziare anche ciò che sta “dentro” ogni arma. L3Harris investirà oltre 1 miliardo di dollari nei motori a propellente solido, mentre il Dipartimento della Difesa ha previsto un altro investimento pubblico da 1 miliardo nella sua divisione Missile Solutions. Anduril, infine, punta a produrre fino a 6.000 motori tattici l’anno entro la fine del 2026.
Perché gli Stati Uniti puntano su armi più economiche
La guerra moderna non si vince solo con i sistemi più sofisticati, ma anche con la capacità di produrre grandi quantità di armi senza svuotare il bilancio. Per questo il Pentagono sta spostando una parte crescente degli ordini verso munizioni a basso costo: nel 2027 circa il 49% di quelle richieste dovrebbe costare meno di 600.000 dollari l’una, quota destinata a superare il 70% nel 2031. L’Air Force punta a quasi 27.000 missili da crociera in cinque anni, al costo indicativo di 218.000 dollari ciascuno. La Marina lavora invece a un missile con prezzo obiettivo di circa 300.000 dollari, contro i quasi 4,5 milioni del Long Range Anti-Ship Missile. Il programma Drone Dominance vale 1,1 miliardi di dollari e mira a produrre 300.000 droni entro il 2027. A questi si aggiungono 10.000 missili containerizzati tra il 2027 e il 2029 e circa 12.000 missili ipersonici low cost in cinque anni.
Il peso degli alleati e la competizione per le stesse armi
La rete di alleanze rafforza la potenza militare americana, ma obbliga Washington a dividere una produzione ancora limitata tra esigenze interne e richieste estere. Il Patriot, per esempio, è utilizzato da altri 18 Paesi e circa metà della produzione annuale viene destinata ad alleati e partner. Più di 600 intercettori sarebbero stati forniti all’Ucraina, mentre Europa, Giappone e altri Paesi continuano a ordinare nuove munizioni.
La domanda estera, quindi, cresce proprio mentre gli Stati Uniti devono ricostituire le scorte consumate nei conflitti. Il possibile rinvio della consegna di circa 400 Tomahawk al Giappone mostra concretamente questo problema. Anche i sistemi THAAD sono pochi: Washington dispone di otto batterie e, prima del conflitto, ne schierava almeno due a Guam e in Corea del Sud; Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita ne possiedono complessivamente tre. La pressione sulle fabbriche è aumentata rapidamente: tra il 2015 e il 2025 le vendite militari americane all’estero sono cresciute del 347%, moltiplicando gli ordini che competono con il riarmo statunitense.
La dipendenza dalle terre rare cinesi
La potenza militare americana dipende anche da materiali poco visibili al grande pubblico. Sono però indispensabili per missili guidati, radar, caccia, droni e motori elettrici. Il problema è che la Cina controlla una parte decisiva di questa filiera. Pechino concentra circa il 69% della produzione mondiale di terre rare. Possiede quasi il 90% della capacità di lavorazione e raffinazione. Produce inoltre oltre il 90% dei magneti permanenti ottenuti con questi elementi.
Tra il 2021 e il 2024 gli Stati Uniti hanno acquistato dalla Cina il 71% delle proprie terre rare. Per ridurre questa dipendenza, dal 2025 Washington ha destinato circa 7,6 miliardi di dollari a nuovi progetti. Tra il 2020 e il 2024 ne aveva stanziati 1,8 miliardi. L’aumento è del 321%. I primi risultati iniziano a emergere. La produzione americana di composti e metalli delle terre rare è passata da 95 tonnellate nel 2022 a 8.900 nel 2025.
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Fonte: CSIS, Center for Strategic and International Studies
Anno di riferimento: 2026
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