Aumentano i finanziamenti universitari al Nord: +7,4%

Effetto della riforma Gelmini: nel Mezzogiorno taglio del 10,3% in 11 anni

Anche se l’attenzione dei media e degli analisti è concentrata sulla crisi che ci ha colpito nel 2020 come conseguenza della pandemia, in realtà stiamo ancora pagando gli effetti di quella del 2008-09 e degli anni immediatamente successivi. La prova sta nell’andamento dei finanziamenti universitari.

Una dettagliata analisi della Banca d’Italia mostra come alla vigilia del fallimento di Lehman Brothers, in termini reali (quindi considerando l’inflazione), i finanziamenti universitari italiani fossero maggiori di ora. In 12 anni, tra l’anno accademico 2008-09 e il 2019-20, sono diminuiti del 4% a livello nazionale, come si vede nella nostra infografica.

Quanto sono diminuiti i finanziamenti universitari

La riduzione sarebbe stata anche maggiore se non ci fosse stata una stabilità dei flussi finanziari tra 2015 e 2018 e una ripresa tra 2018 e 2020. Tra il 2008 e il 2015, infatti, il taglio dei finanziamenti universitari fu ancora più brutale, di ben il 10,5%. La diminuzione dei fondi, inoltre, non è stata omogenea. Ha infatti colpito molto di più le aree già più fragili dal punto di vista economico e del capitale umano in Italia, il Centro e il Sud. I numeri di Banca d’Italia ci dicono che i finanziamenti universitari verso gli atenei settentrionali in 11 anni sono anzi aumentati del 7,4%, mentre quelli diretti alle regioni centrali e meridionali sono scesi rispettivamente del 14,5% e del 10,3%.

Più finanziamenti universitari al Nord, meno al Sud

Solo tra il 2008 e il 2015 si è assistito a una riduzione dei flussi finanziari anche al Nord, seppur piuttosto lieve, del 3,1%. Certamente molto più lieve di quella che ha caratterizzato il sistema universitario del Centro e del Sud, che in quei 7 anni hanno sofferto un calo del 17,9% e del 14,3%.

Sono aumentati i finanziamenti universitari della Ue

Quando parliamo di finanziamenti universitari pensiamo subito a quelli pubblici, provenienti dal Ministero dell’Università. Effettivamente, questa è la fonte di denaro principale, ma non l’unica. Per fortuna, perché sono state le altre, per quanto minori, ad avere parzialmente compensato la riduzione dei finanziamenti universitari. 

Di che cifre parliamo? Guardando ai numeri osserviamo che in 11 anni, tra l’anno accademico 2008-09 e il 2019-20, i trasferimenti da parte dello Stato e degli enti locali sono passati da 10 miliardi e 493 milioni a 9 miliardi e 586 milioni. Si tratta di un calo dell’8,6%, superiore, quindi, alla media. Vi sono poi le tasse universitarie: il loro gettito ha portato nelle casse degli atenei due anni fa un miliardo e 739 milioni, il 3,9% in meno di 11 anni prima.

I finanziamenti universitari dalle attività commerciali

Ad avere fatto in modo che il taglio complessivo non fosse ancora più pesante sono stati i fondi provenienti da Ue e altre organizzazioni internazionali, che sono passati, nel lasso di tempo esaminato, da 136 a 514 milioni. Sono quasi quadruplicati. Con il segno più anche le entrate commerciali, aumentate da 420 a 721 milioni. In sostanza le università italiane si sono date da fare per generare, con il merchandising e con eventi e servizi a pagamento, entrate proprie. In particolare sono stati gli atenei del Nord ad essere riusciti ad aumentare le risorse provenienti da quest’ultima fonte di finanziamento, di ben il 112,7%. Il Mezzogiorno ha invece beneficiato più delle altre aree della crescita dei flussi europei.

finanziamenti universitari

Le ragioni del calo dei finanziamenti universitari statali

I finanziamenti universitari provenienti dall’Amministrazione pubblica, comunque, rimangono la fonte largamente predominante delle entrate degli atenei italiani, ed è soprattutto l’andamento di questi a determinare quanto denaro hanno a disposizione. Perché il grande calo dopo la crisi finanziaria del 2008? La riduzione del Pil non basta a spiegarlo. i fondi statali sono crollati del 17,3% tra quell’anno e il 2015, del 19,3% nel Sud e nelle Isole e addirittura del 20,1% al Centro, quindi ben più del prodotto interno lordo.

Che cosa centra la riforma Gelmini dell’Università

Vi è stata la scelta politica di risanare i conti pubblici partendo dai tagli all’università, ma a questa si è affiancato l’effetto del cambiamento dei criteri di assegnazione dei fondi deciso dalla riforma Gelmini del 2010 che ha introdotto nuovi parametri per stabilire l’entità e la destinazione dei finanziamenti universitari, sulla carta più virtuosi, ma nei fatti penalizzanti per le università del Centro e del Mezzogiorno.

L’esigenza di superamento della spesa storica

In sostanza prima della riforma Gelmini i finanziamenti universitari erano decisi dal criterio della spesa storica: si assegnava a un ateneo quanto aveva speso l’anno precedente. Il Governo di allora ha voluto ridimensionare questa modalità di calcolo dei fondi inserendo anche un elemento premiale, basato sui risultati della ricerca accademica, e soprattutto il criterio del costo standard, che valuta quanto effettivamente costa l’attività di insegnamento per singolo studente. Quest’ultima misurazione viene fatta misurando anche quanti sono iscritti a corsi di laurea più o meno dispendiosi.

L’effetto della riforma Gelmini sui finanziamenti universitari

È chiaro, quindi, che questi criteri sfavoriscono quelle aree con università che non riescono a raggiungere risultati qualitativi adeguati, e nel nostro Paese sono soprattutto nel Mezzogiorno. Soprattutto, penalizzano quelle in cui si iscrivono meno ragazzi, in cui le immatricolazioni calano, come è successo proprio nel Sud e nelle Isole nel corso degli anni.

La nostra seconda infografica, qui sopra, ci aiuta a capire che cosa è accaduto. Mostra i finanziamenti universitari in euro per immatricolati. Quelli provenienti dagli enti pubblici ammontano a 34,2 euro per studente, con differenze in questo caso, piuttosto limitate per area. Il dato interessante è che in 11 anni nel Mezzogiorno vi è stata una assoluta stabilità, perché il settore era sotto-finanziato già prima, mentre al Nord e al Centro si è registrato un calo notevole, del 16,3% e del 19,6%.

Finanziamenti universitari in calo dove le iscrizioni scendono

Che cosa vuol dire? Significa che gran parte dei tagli subiti nel Meridione sono spiegabili con una riduzione delle iscrizioni a quegli atenei. Al contrario nel Nord l’abbandono dei criteri di finanziamento precedenti ha determinato un calo dei fondi per studente, eppure la crescita dei ragazzi che hanno scelto di studiare qui ha compensato questa diminuzione. Insomma, negli atenei settentrionali ogni immatricolato è costato meno, ma essendocene stati sempre di più la spesa complessiva è rimasta stabile. Nel Mezzogiorno invece il costo è rimasto lo stesso, ma con sempre meno iscritti l’erogazione totale, aggregata, da parte dello Stato è diminuita.

Tra il 2018 e il 2020, si diceva, le curve hanno cambiato direzione, i finanziamenti universitari hanno ricominciato a crescere, ma, ci dice Banca d’Italia, soprattutto grazie al rinnovo dei contratti degli insegnanti. La speranza di molti è che con il Pnrr giungano anche altri fondi, destinati soprattutto alla ricerca e a rendere più attrattivi quegli atenei che soffrono un esodo di studenti verso le università più titolate delle aree più avanzate del Paese.

I dati si riferiscono al 2008-2020

Fonte: Banca d’Italia

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