Gli italiani scelgono la liquidità: depositi bancari record

1.843 miliardi sui conti, +533 dal 2007. Obbligazioni in calo, più fondi esteri

Prudenza, prudenza, prudenza. Il rapporto degli italiani con le banche è improntato alla massima prudenza: investono sempre meno in obbligazioni bancarie e preferiscono tenere i soldi in depositi bancari come il conto corrente, invece di investirli, in attesa di tempi migliori. Nel 2025 i depositi bancari degli italiani hanno toccato un nuovo massimo: 1.843 miliardi di euro.

È quanto emerge dal rapporto mensile dell’Associazione bancaria italiana (Abi) aggiornato a maggio, che registra un aumento di 64 miliardi in un anno, pari a una crescita del 3,5% rispetto a maggio 2024. Il dato include conti correnti, conti deposito, conti vincolati e pronti contro termine, e certifica una direzione ormai stabile: gli italiani continuano ad accumulare liquidità, senza spostarla verso investimenti più strutturati.

Depositi bancari vs obbligazioni: i numeri

La tendenza non è nuova. Nel 2017 i depositi erano pari a 1.404 miliardi, nel 2018 1.560 miliardi. Negli ultimi otto anni sono cresciuti di 439 miliardi. In un contesto di tassi bassi e incertezza economica, strumenti come le obbligazioni bancarie risultano sempre meno attrattivi. A guidare le scelte di risparmio resta la ricerca di sicurezza e disponibilità immediata, anche a fronte di rendimenti minimi o nulli.

Nel 2007, prima della crisi finanziaria e dell’avvio della lunga fase di tassi bassi, i depositi si fermavano a 1.310 miliardi. Da allora sono cresciuti di 533 miliardi, pari a un aumento del 40,7%. Ma il dato più rilevante è la composizione della raccolta complessiva: oggi i depositi rappresentano l’87,6% del totale (pari a 2.104 miliardi di euro), mentre le obbligazioni bancarie valgono appena il 12,4%. Questo significa che le banche italiane si finanziano quasi esclusivamente con la liquidità dei clienti.

Chi deposita davvero i soldi in banca?

Non sono solo le famiglie a preferire la prudenza. Secondo il rapporto ABI aggiornato, i depositi bancari in Italia provengono da una varietà di soggetti: famiglie consumatrici, imprese non finanziarie, amministrazioni pubbliche e clienti esteri. La componente più consistente è rappresentata proprio dalle famiglie, che continuano a parcheggiare liquidità sui conti, spesso senza ottenere rendimenti significativi. A maggio, il tasso medio riconosciuto sui conti correnti è dello 0,32%, mentre quello sulle nuove operazioni di deposito è dello 0,63%.

A dimostrazione di ciò, tra aprile e maggio 2025 i depositi bancari totali sono cresciuti di 12 miliardi di euro, passando da 1.831 a 1.843 miliardi. Un flusso costante che riguarda sia i conti correnti che le forme a breve scadenza, come i pronti contro termine. I dati confermano che la preferenza per la liquidità è trasversale, e riguarda non solo le famiglie italiane, ma anche le aziende, che tengono alti i volumi di cassa per fronteggiare un contesto economico incerto. Anche le amministrazioni pubbliche risultano tra i soggetti con depositi in crescita, seppure in misura più contenuta. Il risultato è un sistema bancario che si finanzia sempre di più con fondi disponibili a vista, riducendo il peso delle fonti a lungo termine.

depositi bancari

Quanto rende davvero un conto corrente italiano

Avere un conto corrente in Italia significa quasi sempre pagare per custodire i propri risparmi. Secondo la Banca d’Italia, nel 2023 il costo medio annuo di un conto è stato pari a 94,7 euro. Nello stesso tempo, il tasso medio riconosciuto sui conti correnti è stato solo dello 0,36%. Tradotto in un esempio: chi tiene 10.000 euro sul conto per un anno riceve 36 euro lordi di interessi, ma ne spende quasi 95 in costi di gestione.

Il sistema bancario beneficia in modo diretto di questo squilibrio. Mentre remunera i depositi al 0,63% (dato medio su tutte le forme, non solo conti correnti), eroga prestiti al 4,58%. Il margine tra quanto paga e quanto incassa – oltre 4 punti percentuali – rappresenta una delle principali fonti di redditività. In pratica, se una banca raccoglie 1 milione di euro dai clienti, lo può impiegare generando interessi per oltre 45.000 euro l’anno, pagando nello stesso tempo meno di 6.300 euro ai depositanti. Questo divario non è un’anomalia, ma il risultato di un modello in cui la prudenza dei risparmiatori garantisce liquidità a basso costo.

Perché calano le obbligazioni bancarie italiane

A maggio 2025, le obbligazioni bancarie in circolazione ammontano a 261 miliardi di euro, secondo i dati ABI. Si tratta di titoli emessi dagli istituti di credito per raccogliere fondi da utilizzare nel medio-lungo termine, offrendo in cambio un rendimento fisso. Nell’ultimo anno, però, il valore complessivo è diminuito di 3,4 miliardi, pari a una flessione dell’1,3% rispetto a maggio 2024. È una tendenza che prosegue da anni: i risparmiatori italiani sembrano sempre meno interessati a questi strumenti, nonostante siano teoricamente pensati proprio per chi vuole un impiego stabile del proprio capitale.

Il calo delle obbligazioni bancarie si spiega con due fattori principali. Il primo è la bassa redditività: anche se offrono tassi leggermente più alti dei conti deposito, restano inferiori all’inflazione e alle alternative più rischiose. Il secondo riguarda i vincoli temporali: chi sottoscrive un’obbligazione sa di dover lasciare fermi i propri soldi per diversi anni, con poche possibilità di uscita anticipata senza perdite. In un contesto di incertezza economica e tassi variabili, questa rigidità scoraggia i piccoli risparmiatori.

Depositi esteri nelle banche italiane in crescita

Aumentano i depositi esteri nel sistema bancario italiano. Secondo i dati Abi, ad aprile 2025 il valore complessivo dei fondi provenienti dall’estero depositati presso le banche italiane ha raggiunto 429,4 miliardi di euro. Sei anni prima, nel 2019, erano 326,9 miliardi. L’incremento assoluto è di 102,5 miliardi, pari a una crescita del 31,3%. Un risultato che non dipende dalla clientela domestica, ma da soggetti esteri – famiglie, imprese o investitori istituzionali – che hanno scelto di affidare i propri capitali agli istituti italiani.

Il dato non colpisce solo per la dimensione, ma anche per il suo peso sulla raccolta complessiva. Se nel 2019 i depositi esteri rappresentavano il 13,3% del totale, oggi la loro incidenza è salita al 15,1%. Significa che più di un euro su sette raccolto dalle banche italiane proviene dall’estero. Questo aumento è un chiaro indicatore di fiducia internazionale, in un contesto europeo dove il confronto tra istituti bancari si gioca anche sulla stabilità dei conti e sulla solidità patrimoniale. L’Italia, pur con rendimenti bassi, viene percepita come un porto sicuro.