Foresta amazzonica, spariti 82 milioni di ettari

Dopo un lungo periodo di calo dal 2015 la distruzione delle foreste è ripresa

Sono circa 40 anni che il tema ambientale è emerso nella società civile, all’inizio con le proteste legate all’uso dell’energia nucleare e all’inquinamento, poi con riferimento al riscaldamento globale e alla produzione di CO2. E tuttavia non è mai stato così centrale nelle agende dei governi come ora. La maggiore sensibilità sia del pubblico che della politica ha moltiplicato l’attenzione verso la natura in tutte le sue forme. Concentrandosi sui modi in cui questa può essere protetta. Tra le principali priorità ora vi è la decarbonizzazione. Si tratta del processo di limitazione dell’aumento di anidride carbonica, tra le principali cause dell’incremento delle temperature globali. Ad aumentare CO2 non sono è solo l’industria e l’agricoltura, incluso l’allevamento, ma anche la deforestazione, come quella della foresta amazzonica, la più nota e preoccupante da sempre, che del resto a queste attività economiche è collegata.

Che cosa vuol dire deforestazione della foresta amazzonica

Ma cosa si intende, qual è il significato di deforestazione? Indica l’eliminazione della vegetazione, soprattutto degli alberi che si trovano in una determinata area, sia attraverso il taglio indiscriminato, che, ancora peggio, con l’incendio delle foreste. E per quanto riguarda la foresta amazzonica i dati sono allarmanti. Quelli dell’Istituto nazionale per la ricerca spaziale brasiliano (Inpe) parlano di una ripresa dell’attività di taglio degli alberi negli ultimi anni, e di una sua accelerazione negli ultimi due, nonostante il Covid.

I numeri della foresta amazzonica brasiliana

Come si vede nella nostra infografica, che riguarda la superficie deforestata in kilometri quadrati nel solo Brasile, dal 2005 in poi era stato messo un freno alla perdita di alberi della foresta amazzonica. Dal taglio di un’area di 27.772 kmq nel 2004, quasi equivalente a quella dell’intera Albania, si era passati nel 2012 a quello di un territorio piccolo come il Molise, ovvero 4.571 kmq. Poi è tutto cambiato.

Dal 2013 si era reso evidente come la riduzione della deforestazione in Amazzonia non fosse un processo definitivo, come molti ambientalisti si illudevano fosse, ma solo temporanea. L’abbattimento degli alberi è ripreso con sempre maggiore forza. E tra il 2015 e il 2018 la superficie liberata dalla foresta è aumentata a 6-8 mila kilometri quadrati mediamente, per poi superare i 10mila nel 2019 e raggiungere gli 11.088 kmq nel 2020, l’ultimo anno intero di cui abbiamo a disposizione i dati. Si tratta di un’area grande come l’Abruzzo.

E’ ripreso il taglio degli alberi della foresta amazzonica

Nel complesso si calcola che nel solo Brasile dal 1970 a oggi sia andata in fumo un’area di 820.351 kmq, ovvero quanto l’intera Namibia, e poco più degli Stati Uniti contigui, senza Alaska e Hawaii. Paliamo di 82 milioni di ettari. Non si è ancora tornati vicino ai livelli degli anni ’80 e 90, quando ogni 12 mesi mediamente si abbattevano piante su superfici paragonabili a quelle di una regione media italiana, come la Calabria o il Lazio, ma potremmo essere vicini.

Non vi sono ancora statistiche affidabili sul 2021. Si dovrà attendere la fine dell’anno per capire come sarà cambiato il trend, se sarà cambiato. I dati annuali sono una media delle rilevazioni effettuate durante la stagione secca, nella nostra estate, quando il taglio è più frequente e viene osservato meglio dallo spazio, e di quelle del periodo umido, il nostro inverno, quando è più difficile monitorare il terreno a causa delle nuvole, e in cui comunque le attività rallentano.

foresta amazzonica

La foresta amazzonica “salvata” dal Covid

Quello che appare certo è comunque che a rallentare la deforestazione in Amazzonia non abbia invece contribuito il Covid, che pure si è abbattuto su questa regione del Brasile più che altrove. Alla base del taglio di alberi ci sono, come sempre accade, molteplici cause. Le stesse che hanno portato ad attività simili anche nel resto del mondo. Ovvero, per esempio, la ricerca di minerali, che richiede terreno libero in cui scavare, la fondazione di allevamenti di bestiame, l’allargamento dei campi per le colture, in particolare quelle industriali come la soia, che sono tra le principali voci di esportazione e che hanno subito un incremento della domanda con la globalizzazione. E poi l’incremento demografico con la ricerca di sempre nuovi spazi per le città e i servizi collegati.

Dove si taglia di più in Amazzonia

La foresta amazzonica è grande all’incirca 5,5 milioni di chilometri quadrati. Per meglio comprendere tale vastità dobbiamo pensare che corrisponde alla superficie del continente europeo escludendo Russia europea e Ucraina.

E non appartiene tutta al Brasile, anche se tale Paese è quello che ne possiede la maggior parte, il 58,4%. È peruviano il 12,8% della foresta, alla Bolivia appartiene il 7,7%, alla Colombia il 7,1%, al Venezuela il 6,1%, e il rimanente 8% è nei confini di Guayana, Suriname, Guaiana francese e Ecuador.

Anche in questi Paesi si tagliano alberi o si brucia. E anche se non vi sono calcoli precisi come quelli effettuati dallo spazio dall’INPE, il World Resources Institute (Istituto Mondiale delle Risorse) stima che in Bolivia in particolare vi sia stato un deciso aumento della deforestazione della propria porzione di Amazzonia. Che nel solo 2019 ha colpito circa 8 mila kilometri quadrati di bosco. Anche se in questo conto è incluso pure quella non primario non vergine, mentre le statistiche sul Brasile si limitavano a questo. In Perù il disboscamento ha coinvolto più di 2 mila kmq, e in Colombia circa 1.600, sempre secondo i dati di due anni fa.

Complessivamente dal 2000 la Bolivia ha perso ben il 50% della propria foresta umida primaria (quasi tutta in Amazzonia) e il 9,5% di tutte le foreste. In Brasile il calo è stato rispettivamente del 45% e del 12%.

Quanti alberi ci sono nel mondo

Allargando lo sguardo a tutto il globo le foreste, siano esse naturali, e quindi primarie, o piantate, in base alle statistiche della Fao ricoprono circa 40 milioni di kilometri quadrati. Secondo uno studio di Nature vi sono all’incirca 3 mila miliardi e 40 milioni di alberi in tutto il mondo, ovvero 422 per ogni abitante della Terra. Ovviamente distribuiti in modo molto diseguale. Sono 642 miliardi solo in Russia, 318 miliardi in Canada, e 302 miliardi in Brasile. Questi Paesi, assieme a Usa, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia e Australia possiedono la metà delle piante che esistono globalmente.

Ma soprattutto sono in calo. Sempre secondo la Fao sono stati persi mediamene tra 2010 e 2020 47 mila kmq di foresta all’anno, lo 0,12% del totale. Si è trattato della prosecuzione di una riduzione che anzi nei decenni precedenti era stata ancora più forte.

E la disuguaglianza già presente nella distribuzione degli alberi riguarda anche il trend del calo della superficie forestale. Se ai tropici la deforestazione, in Amazzonia o in altre regioni, prosegue e accelera, nelle zone temperate e boreali vi è stato un aumento delle aree boschive. In Asia sono cresciute annualmente di 11.730 kmq nell’ultimo decennio, in Europa di 3.480 kmq. Ad avere il più importante segno più è la Cina, impegnata da anni in un processo di riforestazione. Solo qui tra sono stati creati ogni anno 19.370 kmq di bosco.

Italia sesta al mondo nella riforestazione

E l’Italia sorprendentemente è sesta in questa classifica mondiale. Ogni anno mediamente sono sorti 540kmq di nuove foreste. Si tratta della superficie del comune di Sassari, uno dei più grandi del Paese. Naturalmente è anche un sintomo dell’abbandono da parte della attività agricole di larghe aree di montagna sulle Alpi e sugli Appennini, la cui conseguenza è la concentrazione della popolazione e delle colture nelle pianure, sempre più affollate e congestionate.

E tuttavia appare di buon auspicio per quella decarbonizzazione che dovremo intraprendere. E per cui siamo ora posizionati meglio di Paesi emergenti che sull’abbattimento degli alberi e l’utilizzo di fonti di energia inquinante ancora puntano moltissimo.

I dati si riferiscono al 2020-2021

Fonte: Inpe

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