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Sono i lavoratori della sharing economy. L’identikit: donna di 35 anni e del Sud Italia

Vengono chiamati crowd workers e sono il frutto della tecnologizzazione e digitalizzazione del mercato del lavoro. La Feps (Foundation for European Progressive Studies) ha studiato il fenomeno dei crowd workers e ha prodotto un report che, partendo da un sondaggio, ha considerato il fenomeno in sette Paesi Europei: Italia, Germania, Regno Unito, Svezia, Paesi Bassi, Austria e Svizzera. Sorpresa: l’Italia ha il maggior numero di lavoratori in questo settore.

Il crowd working è una definizione che comprende tutti quei lavori che prevedono una disintermediazione dei rapporti di lavoro, dello spazio e dei tempi e che difficilmente possono essere inquadrati come dipendenti o autonomi. Il classico lavoro “crowd” è, per esempio, quello offerto dalle società di food delivery Foodora o Deliveroo. Con il crowd working si lavora quando si vuole, per quanto tempo si vuole.

Il crowd working in Italia

Il grafico in alto mostra una stima, in valori percentuali sul totale dei lavoratori, dei lavoratori che guadagnano almeno il 50% del loro salario da questi nuovi tipi di professione. L’Italia è il Paese con la maggiore percentuale di crowd workers: sono il 5,1% del totale dei lavoratori. Si tratta di 2 milioni 190 mila persone. Dopo l’Italia c’è la Svizzera con il 3,5%. In Regno Unito, terza in classifica, e Germania, quarta, sono rispettivamente 1 milione e 330 mila (2,7%) e 1 milione e 450 mila (2,5%).

Tuttavia, i crowd works non sostituiscono il tipico lavoro salariato: è sufficiente osservare la percentuale di coloro che non ricevono almeno la metà del reddito da questi tipi di impiego (e, quindi, che lavorano solo saltuariamente come crowd worker). In questo caso, i numeri raddoppiano: in Italia sono il 12,4%, cioè 5 milioni e 310 mila, mentre in Svizzera il 10% (600mila lavoratori). Nel grafico sotto i valori sono espressi in numeri assoluti.

In Italia i crowd working non sono diffusi in maniera uniforme. Nonostante la scarsità delle infrastrutture digitali, e lo scarso utilizzo di Internet nel sud Italia, come Truenumbers ha scritto in questo articolo, i crowd works sono più diffusi nel Mezzogiorno. Ad aver svolto questi lavori sono oltre il 25% della popolazione lavoratrice, in particolare in Puglia, Calabria e Campania. Al centro si oscilla tra il 15% e il 20% di Lazio e Umbria con punte superiori al 25% dell’Abruzzo. Nel Nord Italia i lavoratori che superano il 25% sono soltanto nel Trentino Alto Adige.

Il crowd worker: donna e 35enne

Qual è l’identikit del crowd worker? Anche se di poco le donne mostrano una percentuale superiore rispetto agli uomini tra i dipendenti della sharing economy, le donne sono il 52% mentre gli uomini il 48%, come mostra il grafico sotto.

Maggioranza femminile anche (e solo) nel Regno Unito, dove sono presenti nelle stesse percentuali. Nel resto dei Paesi osservati, gli uomini sono ovunque in maggioranza e la disparità più “alta” (12%) è in Germania e in Svezia.


Il sesso dei crowd workers

Il crowd work sta assumendo sempre più lo status di lavoro vero e proprio. Osservando il grafico sotto sull’età dei lavoratori, si può notare come i più occupati in questo settore sono nelle fasce centrali, tra i 25 e i 54 anni, un periodo in cui l’attività lavorativa è più alta e ricercata.

In Italia sono il 23% tra i 35-44 anni, il 22% nella fascia 25-34 e 21% tra i 45 e 54; sotto i 24 anni e più dei 55 sono il 17%.

I dati si riferiscono al: 2016-2017

Fonte: Feps

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