Meno aziende fallite nel 2020, ma non è una buona notizia

I dati della Banca d’Italia: nel terzo trimestre le cessazioni sono state 42.849

Apparentemente sembra una buona notizia, ottima. Il numero di aziende fallite nel 2020 è stato il più basso da moltissimi anni, 207.828 tra il primo e il terzo trimestre, 44.139 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019, quando sono state 251.967. Si tratta di un dato senza precedenti se consideriamo che nel 2018 le cessazioni erano state 241.206, e nel 2017 238.207.

Quante sono le aziende fallite nel 2020

In questo anno straordinario e pessimo anche per l’economia un numero così ridotto di aziende fallite sembra un dato in controtendenza. In realtà non lo è, e non è neanche un segnale positivo. Si tratta, infatti, dell’effetto dell’enorme sostegno generato dal governo e dalle banche per congelare la situazione in attesa di tempi migliori. Una vera e propria droga economica che ha avuto lo scopo di sostituire in modo artificiale la normale domanda di clienti e consumatori che con la pandemia è venuta meno e che ha salvato non solo le imprese sane ma anche quelle che in tempi normali il mercato avrebbe costretto a cessare.

Il costo dei fallimenti delle imprese italiane

Perché gli aiuti sono andati in modo proporzionale a tutti, senza quella selezione che il mercato avrebbe fatto. Così è stato per la cassa integrazione che ha di fatto pagato i dipendenti al posto delle aziende, anche quando i fondi delle imprese a un certo punto durante l’anno non sarebbero più bastati per motivi “naturali”. Vi è stato poi il fondo statale per le garanzie sul credito che ha prodotto un’impennata della domanda di prestiti nel 2020.

Di fatto, qualcuno lo ha detto, il mercato è pieno di “aziende zombie” cioè di aziende già fallite (e anche fallire, in Italia, ha costi ancora troppo alti) ma che sopravvivono artificialmente attaccate alle macchine d’ossigeno dell’assistenza statale. E i numeri lo dimostrano.

aziende fallite

Qual è stato il momento peggiore della pandemia?

È stato infatti nel momento peggiore della pandemia, la primavera, con il lockdown pressoché totale che è seguito all’inizio della circolazione del virus, che il numero delle cessazioni è stato più distante da quello dello stesso periodo degli anni precedenti, solo 38.067 nel secondo trimestre contro le 62.923 del 2019 e le 60.820 del 2018.

Nel primo trimestre, quando di solito i fallimenti sono di più all’interno dell’anno, il calo era stato più ridotto, si erano avute 126.912 cessazioni contro le 136.069 del 2019. Del resto dei tre mesi solo l’ultimo, marzo, era stato caratterizzato dall’emergenza.

Aziende in fallimento nel terzo trimestre 2020

Nel terzo trimestre, quello della ripartenza dopo la fine del lockdown, la riduzione delle cessazioni è stata pure inferiore a quella del secondo trimestre, 42.839 contro le 52.975. Il problema ora è doppio. Da un lato i soldi pubblici sono stati presi a debito per essere allocati in modo probabilmente inefficiente in molte realtà dove non genereranno valore aggiunto ma solo sopravvivenza. Dall’altro, e questo è il lato più negativo, quando l’emergenza sarà finita, termineranno la cassa integrazione, il blocco dei licenziamenti e le altre forme di assistenza il sistema delle imprese soffrirà come di una forma di crisi d’astinenza, con molte aziende che da sole non potranno sostenersi in un mercato che si sarà ridotto.

Ci sarà allora un incremento rilevante di aziende fallite, accompagnato quindi da insolvenze che metteranno pressione sul sistema bancario. E già ci sono segnali, con ritardi nei pagamenti delle rate, che la Bce sta monitorando preoccupata. Perché potrebbero essere prodromiche a un nuovo aumento dei Npl (Non performing Loans) che già hanno costituito un grave pericolo negli anni scorsi

Come sarà l’economia italiana nel 2021

Come sarà il 2021 delle imprese? In primavera l’Istat ha rilasciato un report piuttosto dettagliato cercando di prevedere l’economia italiana nel 2021 a partire dallo stato di salute delle imprese e dal loro grado di competitività. Il risultato è che, secondo l’Istat, il 45% delle imprese italiane è a rischio fallimento. E sono a rischio fallimento in modo strutturale: significa che una nuova crisi provocherebbe un’ondata di fallimenti in Italia.

Le imprese a rischio fallimento sono concentrate nei settori industriali che sono a basso contenuto tecnologico e considerando che il valore aggiunto delle imprese italiane (per non parlare della produttività) è calato dell’11,1% nell’industria, dell’8,1% nei servizi, del 6,3% nelle costruzioni e del 6% nell’agricoltura” si può solo immaginare gli effetti che potrebbe avere, per esempio, un altro lockdown.

I settori industriali più a rischio fallimento

Ecco la classifica dei settori industriali italiani che sono più a rischio fallimento secondo le elaborazioni dell’Istat.

Ristorazione – 95,5%

Servizi per edifici e paesaggio – 90%

Altre attività di servizi alla persona – 92,1%

Attività sportive e di intrattenimento – 85,5%

Industrie del legno  – 79,7%

Costruzioni specializzate – 79,7%

Alimentari – 78,5%

Agenzie di viaggio – 73%

Aziende artistiche e di intrattenimento – 60%

Assistenza sociale non residenziale – 60%

Traporto aereo -59%

Ristorazione -55%

Abbigliamento -50%

Pelli – 44%

Aziende tessili – 35%

I dati si riferiscono al 2017-2021

Fonte: Infocamere, Banca d’Italia

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