L”Italia è l’unica a crescere tra i grandi in Usa. Farmaci (esenti dai dazi) in testa
Nel 2025 l’Italia ha venduto all’estero più dell’anno prima, ha chiuso l’interscambio con un attivo da manuale ed è stata l’unica grande economia europea a guadagnare terreno sul mercato americano nell’anno dei dazi. Letta così, è la fotografia di un sistema industriale in salute e la competitività industria italiana potrebbe essere giudicata buona. Ma ad un esame più attento le cose stanno un po’ diversamente.
La crescita dell’export manifatturiero italiano nel 2025 si è stata del 3,2% che è il contributo di cinque settori industriali soltanto su ventidue, per dodici comparti su ventidue le esportazioni sono diminuite.
Quali sono i cinque settori che tengono su l’export manifatturiero
In cima c’è la farmaceutica, cresciuta del 28,5 per cento in un anno: nessun altro comparto le si avvicina. Al secondo posto i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli cioè navi, imbarcazioni, materiale rotabile, aeromobili, con un più 22,2%. Terza la metallurgia, a più 16,5%. Poi il salto: gli alimentari si fermano a più 6,3% e il legno a più 3,5%, appena sopra la media della manifattura. Fra il terzo e il quarto posto c’è una distanza di dieci punti percentuali ed è il segno che i primi tre non stanno crescendo per un miglioramento generale della domanda estera, ma per ragioni proprie.
Tre di questi cinque, farmaceutica, alimentari e metallurgia, sono anche fra i comparti che pesano di più sull’export manifatturiero italiano, insieme ai macchinari.
Come sta la competitività dell’industria italiana
Come mostra il grafico interattivo sopra, dodici comparti manifatturieri su ventidue hanno chiuso il 2025 in calo, con flessioni comprese fra l’1,2% e il 15,3%. Il fondo della graduatoria appartiene al coke e alla raffinazione, a meno 15,3% e il motivo riguarda quasi esclusivamente l’aumento dei prezzi dell’energia. All’estremo opposto della zona rossa stanno chimica e mobili, entrambe a meno 1,2%: hanno perso, ma di poco. In mezzo ci sono i comparti che l’immaginario associa al made in Italy e che nel 2025 non hanno partecipato alla crescita.


L’indicatore sintetico di competitività elaborato dall’Istat conferma la spaccatura da un’altra angolazione: tenuta nei settori ad alta specializzazione tecnologica e nella farmaceutica, debolezza persistente nei comparti tradizionali e nel tessile, indebolimento diffuso nei macchinari e nei beni intermedi. E il dato che dovrebbe far riflettere quando si parla di competitività dell’industria italiana è che rispetto al 2024 è aumentato il numero di comparti che peggiorano la propria posizione relativa.
Sul mercato americano l’Italia è l’unica europea a crescere
Il 2025 è stato l’anno delle barriere commerciali americane, e qui il dato italiano è controintuitivo. L’export di beni verso gli Stati Uniti è aumentato del 7,2%, più del doppio della media complessiva. Nello stesso anno la Francia ha perso lo 0,9%, Germania e Spagna oltre il 9%; in pratica tra le maggiori economie europee, solo l’Italia ha chiuso in positivo su quel mercato.
Non è un dettaglio di poco conto, perché gli Stati Uniti assorbono il 10,8% dell’export italiano di beni e sono il secondo mercato di sbocco dopo la Germania, che pesa l’11,4%. Per la Francia la quota americana si ferma al 7,8%, per la Spagna al 4,2%. L’Italia è, fra i grandi paesi europei, quello più esposto verso Washington.
Ma a spingere sono stati due comparti soli: gli “altri mezzi di trasporto” hanno venduto negli Stati Uniti il 59,5% in più rispetto all’anno precedente, la farmaceutica il 54,1% in più, ed è il settore con la quota più alta sull’export italiano verso quel mercato. Nella direzione opposta gli autoveicoli hanno perso il 18,2%, l'”altra manifattura” l’11,5%, la metallurgia il 10,3% e il coke il 63,1%.
Il paradosso: i dazi hanno fatto bene alla farmaceutica
Per le imprese manifatturiere che avevano gli Stati Uniti come primo mercato di destinazione, l’introduzione delle nuove tariffe ha significato una crescita dell’export inferiore di un punto percentuale rispetto allo scenario senza dazi: 1,5 miliardi di euro di vendite mancate. L’effetto più marcato ha colpito i mobili, con meno 3,2 punti; in valore assoluto i danni maggiori sono andati agli alimentari, meno 535 milioni, ai prodotti in metallo, meno 451 milioni, all’abbigliamento, meno 302 milioni.
Per la farmaceutica il segno è invertito. L’Istat stima un effetto positivo dei dazi pari a più 4,5 punti percentuali, ossia 528 milioni di euro di export in più. L’Istat spiega che il settore «ha beneficiato di parziali esenzioni tariffarie». In un questionario condotto fra agosto e dicembre 2025, la farmaceutica risulta fra i comparti che dichiarano di essere stati meno colpiti dalle misure protezionistiche. Il settore che da solo ha tenuto in piedi l’export manifatturiero italiano, insomma, cresceva anche perché era esente.
Cosa succede il 29 settembre 2026
L’esenzione ha una data di scadenza, ed è vicina. Il 2 aprile 2026 la Casa Bianca ha firmato la Proclamation 11020, che dispone un dazio del 100% ad valorem sull’importazione di farmaci brevettati e dei relativi ingredienti, ai sensi della Section 232 del Trade Expansion Act del 1962.
L’aliquota scende al 20% per le aziende che abbiano ottenuto dal Dipartimento del Commercio l’approvazione di un piano di rilocalizzazione produttiva negli Stati Uniti, ma torna al 100% dopo quattro anni. I farmaci generici, per ora, restano fuori.
Le date sono due. Per le imprese elencate nell’Annex III della proclamazione il regime è già in vigore dal 31 luglio 2026. Per tutte le altre scatta il 29 settembre 2026. Nell’Unione europea vale il tetto del 15% fissato dall’accordo quadro con gli Stati Uniti dell’agosto 2025, che copre farmaci di marca, principi attivi e precursori e che, secondo le parti, non si somma ad altre tariffe.
Quanto pesa davvero il mercato americano
Per capire la posta in gioco l’Istat ha costruito una simulazione sulle tavole input-output internazionali, ipotizzando l’azzeramento teorico delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti. Il prodotto interno lordo italiano si ridurrebbe dell’1,1%, circa venti miliardi di euro: otto decimi per effetti diretti, tre per effetti indiretti lungo le filiere.
Circa un terzo di quell’impatto, quasi sette miliardi, deriverebbe dai settori più esposti su quel mercato: chimica, farmaceutica, prodotti da minerali non metalliferi, metallurgia, prodotti in metallo e macchinari. E’ l’elenco dei comparti che, con l’eccezione della farmaceutica, nel 2025 hanno già esportato meno.
La competitività dell’industria italiana dipende dagli Usa
Mentre l’export farmaceutico correva, però, l’import correva di più. Le importazioni italiane di prodotti farmaceutici dagli Stati Uniti sono raddoppiate nel 2025, con un più 100,2%, e quel solo settore è arrivato a coprire circa il 45% delle importazioni manifatturiere italiane dal mercato americano, sette volte la quota dei macchinari, che è il secondo comparto.
Dalla Cina il movimento è ancora più violento: l’import farmaceutico italiano è cresciuto del 933,7%, passando da 680 milioni a oltre 7,7 miliardi di euro in un anno, superando il valore delle importazioni farmaceutiche dagli Stati Uniti registrato nel 2024. L’Istat legge il dato come compatibile con una riorganizzazione dei flussi da parte delle multinazionali, che nel settore generano oltre il 95% tanto dell’export quanto dell’import.
Come va l’export nei primi 6 mesi del 2026
Nei primi sei mesi del 2026 le esportazioni italiane sono cresciute del 4,5% in valore, arrivando a 337,2 miliardi di euro. Le stesse esportazioni, misurate in quantità, sono cresciute dello 0,7%. La distanza fra i due numeri sta tutta nei valori medi unitari, afferma l’Istat, cioè nel prezzo medio di quello che esce dall’Italia: nel semestre sono saliti del 3,8%, quasi sei volte la crescita dei volumi. Sul fronte opposto l’import si comporta in modo più equilibrato, con i prezzi a più 2,4% e le quantità a più 1,8%.
Verso i paesi extra-Ue i volumi esportati nel semestre sono fermi: variazione zero, mentre i valori medi unitari salgono del 4,4 %.Verso l’Unione europea i volumi crescono dell’1,3%. In sostanza, fuori dall’Europa l’Italia nel primo semestre 2026 ha spedito la stessa quantità di merce dell’anno prima, incassando di più.
La competitività dell’industria italiana nel primo semestre
Nel 2025 gli Stati Uniti erano stati la sorpresa positiva: più 7,2%, con l’Italia unica fra le grandi economie europee a crescere su quel mercato nell’anno delle nuove tariffe ma nei primi sei mesi del 2026 l’export italiano verso gli Stati Uniti è cresciuto del 2 %, e nel solo mese di giugno dello 0,4% rispetto a giugno 2025.
Il rallentamento è arrivato prima che scattassero le misure più pesanti. Gli Stati Uniti restano il secondo mercato di sbocco italiano, con il 10,8% delle vendite all’estero, e il saldo bilaterale del semestre resta largamente positivo: 17.689 milioni di euro. Ma è un saldo costruito su un export che ha smesso di crescere mentre l’import italiano dagli Stati Uniti correva del 21,7%.
Sorpresa Svizzera: export salito del 39,3%
Cresce l’export verso la Cina, più 19% nel semestre, e verso il Nord Africa, più 20,8%. Cala tutto il resto della cosiddetta diversificazione: Medio Oriente meno 14,2%, Turchia meno 15,5, Regno Unito meno 5,8, Asean meno 3,7, Opec meno 3,7, Mercosur meno 2,3%.
Il caso più vistoso è la Svizzera, quinto mercato italiano con il 5,5% dell’export e una crescita semestrale del 39,3%: è la variazione più alta fra tutti i partner rilevati, di un ordine di grandezza. Dentro l’Unione europea, che assorbe il 51,3% dell’export italiano, il semestre si chiude a più 4,6%, ma con la Germania quasi ferma a più 1,8 e la Spagna in calo dello 0,9. Il saldo commerciale italiano con l’Ue nel semestre è di 329 milioni di euro: praticamente in pareggio.
I beni di consumo arretrano, tirano intermedi ed energia
Le esportazioni di beni di consumo nel primo semestre 2026 sono calate dello 0,4%, con i durevoli a meno 5,4%: sono i prodotti finiti, quelli che portano il marchio di chi li fabbrica. I beni strumentali si fermano a più 2,3 %.
A trainare il totale sono i beni intermedi, più 11,6%, e l’energia, più 20,7. Sono le due voci più esposte all’andamento delle materie prime, cioè le più sensibili al prezzo e le meno legate alla capacità di un sistema industriale di conquistare quote di mercato. Al netto dell’energia, l’export del semestre cresce del 4,1 % invece che del 4,5%.
I dati si riferiscono al: 2025
Fonte: Istat
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