Le prime 10 aziende del caffè in Italia per fatturato

Lavazza prima con 3,1 miliardi di euro poi Illy e Borbone. La tazzina a 1,30 euro

Il caffè al bar rischia di diventare un lusso. La tazzina, simbolo di pause veloci e chiacchiere tra amici, oggi costa in media 1,30 euro e le previsioni dicono che entro la fine del 2025 potrebbe toccare quota 2 euro. Una soglia psicologica che ha acceso polemiche in tutta Italia, perché trasformerebbe un rito quotidiano in un piccolo salasso.

Eppure fino a pochi anni fa le cose andavano diversamente: nel 2020 un espresso costava in media 0,87 euro, nel 2021 era già salito a 1,03 euro, nel 2023 a 1,18 euro e nel 2024 ha toccato 1,30 euro. Quattro anni, +40% sul prezzo. Un ritmo di crescita che racconta meglio di qualsiasi altra cifra quanto sia cambiato il rapporto degli italiani con il loro caffè.

Un mercato tra consumi in calo e boom di capsule

Secondo un recente report di Unionimprese, ogni anno vengono consumati 327 milioni di chili di polvere nera, pari a 5,5 chili per abitante. Numeri che fanno impressione, ma del resto si sta parlando di uno dei pochi prodotti capace di entrare davvero in tutte le case, dal Nord al Sud. Dietro la tazzina c’è un giro d’affari enorme: nel 2025 il mercato vale 5,2 miliardi di euro e le stime dicono che supererà i 6 miliardi entro il 2030.

Non è solo il consumo interno a contare. L’Italia esporta caffè per 2,3 miliardi di euro, mentre il segmento in maggiore espansione è quello delle capsule e delle cialde, che nella grande distribuzione rappresentano già il 16,2% delle vendite e garantiscono margini fino al 60%. Per le aziende si tratta di una leva strategica per bilanciare l’aumento dei costi di produzione e mantenere prezzi al consumo competitivi. Nel frattempo, tra il 2022 e il 2024 i consumi domestici sono calati del 6,9%, segnale che anche il rito quotidiano del caffè è sempre più condizionato dalle scelte di spesa delle famiglie.

I tre colossi del caffè in Italia

Per stilare la classifica delle aziende italiane del caffè si parte da un dettaglio tecnico: il codice Ateco 10.83.01, quello che include solo le imprese che lavorano il caffè. Questo criterio permette di fotografare il settore in modo preciso, senza mischiare multinazionali che operano in tanti altri comparti o società che fanno solo distribuzione.

Al primo posto allora c’è Lavazza, che nel 2023 ha superato i 3,1 miliardi di euro di fatturato (+13% rispetto al 2022). L’utile netto è sceso a 68 milioni, colpito dall’aumento dei costi delle materie prime e dall’inflazione. Il gruppo torinese è presente in oltre 90 Paesi e ha spinto sull’internazionalizzazione con l’acquisizione di MaxiCoffee e una crescita forte negli Stati Uniti, in Polonia e nel Regno Unito. L’e-commerce è cresciuto del 28% e sono arrivate novità come “Tablì”, macinato pressato e senza involucro.

Al secondo posto c’è Illycaffè, con 595 milioni di euro di ricavi (+5,7%) e un utile netto di 23,7 milioni (+67%). L’azienda triestina punta tutto sul suo unico blend, cioè una miscela 100% Arabica, che resta il marchio di fabbrica. La crescita è trainata dal canale horeca – bar, ristoranti e hotel – e dall’online, con gli Stati Uniti in aumento del 15,1%. Sul terzo gradino c’è Caffè Borbone, marchio napoletano in fortissima ascesa: 300,4 milioni di euro di fatturato (+14,3%) e 48 milioni di utile (+23,2%). Le vendite corrono nella grande distribuzione (+28%) e sul digitale (+32%), con oltre 3 miliardi di dosi di caffè consumate in un anno tra capsule, cialde e confezioni tradizionali.

Le imprese che chiudono la Top5

Appena fuori dal podio c’è Caffè Trombetta, marchio storico nato a Roma nel 1890 e ancora oggi tra i più riconoscibili sugli scaffali della grande distribuzione. Nel 2023 ha registrato un fatturato di 197,8 milioni di euro, in crescita del 10,7% rispetto all’anno precedente. L’utile è salito a 4,8 milioni (+54,4%), risultato che conferma la bontà della strategia orientata sia al mercato interno sia all’export. Ha una forte presenza nella gdo (supermercati e ipermercati) e nel canale horeca (hotel, ristoranti e bar), con un’offerta che va dal macinato alle capsule compatibili.

Subito dietro troviamo il Gruppo Gimoka, realtà valtellinese fondata da Ivan Padelli che negli ultimi anni è diventata uno dei player più dinamici del settore. Nel 2023 ha raggiunto 196,3 milioni di euro di fatturato (+5,3%) e un utile di 9,4 milioni, in forte recupero rispetto alla perdita di quasi 5 milioni dell’anno precedente. Gimoka è noto per la lavorazione di oltre 24.000 tonnellate di caffè verde all’anno ed è tra i maggiori produttori per il canale vending, cioè il mercato dei distributori automatici di caffè e bevande calde presenti in uffici, scuole e ospedali. È molto attivo anche nella produzione di marchi per conto terzi.

aziende caffè Italia

Dalla Napoli di Kimbo al Piemonte di Vergnano

Al sesto posto c’è Kimbo, storica torrefazione napoletana fondata negli anni ’60, che nel 2023 ha raggiunto 193,3 milioni di euro di fatturato. Il marchio è tra i più riconosciuti a livello nazionale e mantiene una forte presenza nella grande distribuzione e nei bar italiani, oltre a una crescente attenzione ai mercati esteri. Subito dopo troviamo Caffitaly, società emiliana specializzata nei sistemi a capsule brevettati, con 145,7 milioni di euro di ricavi. L’azienda ha sviluppato un modello produttivo innovativo che unisce tecnologia e qualità del caffè, con una rete internazionale di distributori e partnership consolidate con altri brand del settore.

In ottava posizione si colloca Casa del Caffè Vergnano, torrefazione piemontese fondata nel 1882, che nel 2023 ha raggiunto 103,9 milioni di euro di fatturato. Si distingue per la tradizione familiare e per l’attenzione alla sostenibilità, con una distribuzione che spazia dalle caffetterie di alta gamma alla grande distribuzione. Subito dopo troviamo Coind, cooperativa emiliana che rappresenta uno dei principali produttori italiani di caffè a marchio dei supermercati, con 97,6 milioni di ricavi. Chiude la top ten Segafredo Zanetti, marchio del gruppo Massimo Zanetti Beverage, che in Italia ha totalizzato 96 milioni di euro di fatturato, confermandosi tra i brand italiani più diffusi al mondo grazie alla forte presenza nel settore horeca e a una rete di caffetterie in diversi Paesi.

L’azienda fuori graduatoria

A ben guardare all’elenco delle prime 10 aziende sembra mancare qualcuno. Ed è effettivamente così: manca Nespresso, che non compare nella classifica perché rientra sotto un diverso codice Ateco, il 47.29.9, relativo al commercio al dettaglio di altri prodotti alimentari in esercizi specializzati. Una scelta che fotografa la sua natura di rete retail piuttosto che di torrefazione tradizionale.

Nel 2023 l’azienda ha registrato un fatturato di 307,4 milioni di euro, in lieve crescita rispetto all’anno precedente (+0,94%), e un utile di 6,7 milioni di euro, in aumento del 35,2%. Numeri che confermano il peso del marchio nel panorama italiano, grazie a una distribuzione capillare di boutique monomarca e a un modello di vendita diretta che unisce capsule brevettate, macchine da caffè e un forte legame con la clientela fidelizzata.

Clima e costi fanno impennare i prezzi

Dietro la crescita dei ricavi delle aziende del caffè si nascondono sfide globali sempre più pesanti. I raccolti in Brasile e Vietnam – che da soli valgono metà della produzione mondiale – sono stati messi in crisi da siccità e piogge torrenziali, con un balzo dell’80% nel prezzo dei chicchi grezzi nel 2024. A questo si sono aggiunti i futures record, cioè contratti finanziari che fissano oggi il prezzo di acquisto del caffè per il futuro e che influenzano direttamente il costo delle due principali specie di caffè coltivate al mondo: oltre 4.000 dollari a tonnellata per il Robusta e 359,32 dollari a libbra per l’Arabica nell’agosto 2025 (+44,3% in un anno).

Sul fronte dei costi, la torrefazione ha visto il peso dell’energia crescere del 30% tra il 2021 e il 2024, mentre i noli marittimi sono raddoppiati complice la congestione del Canale di Suez. L’inflazione ha fatto il resto: imballaggi +15-20%, manodopera +10% in Sud America, con le nuove norme Ue sulla deforestazione che hanno aggiunto un ulteriore 5-10% di costi di conformità.

 

I dati si riferiscono al: 2023
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