Il venture capital in Italia vale lo 0,01% del Pil

venture capital italia

Superati da tutti i partner europei ma le imprese finanziate vanno meglio delle altre

Il grafico sopra indica la percentuale sul Pil rappresentata dagli investimenti effettuati da “venture capital”, ovvero da capitale ad alto rischio in aziende nascenti.

Il venture capital che non c’è

Come si vede l’Italia è desolatamente indietro: non si raggiunge neanche lo 0,01% del Pil, contro il quasi 0,12% degli Usa. Significa che in Italia non si arriva a 150 milioni di euro di investimenti, mentre negli Usa si supera i 10 miliardi. Certo, gli Stati Uniti hanno un’altra dimensione, anche finanziaria, rispetto alla nostra e rispetto anche a quella europea (dove, per esempio, non esistono praticamente start up da un miliardo di dollari), ma il fatto è che l’Italia è indietro anche rispetto a un Paese come la Francia, dove si investe il doppio, e persino della Spagna, dove nel 2015 si è arrivati a livelli superiori a quelli tedeschi, sopra il 0,03% del Pil.
Sembrano cifre e percentuali piccole ma consideriamo che si tratta del capitale iniziale per far partire startup che a volte sono solo sulla carta e permettere loro di prendere il largo. E perché questa ennesima dimostrazione dell’arretratezza dell’Italia dovrebbe preoccuparci?

La performance del venture capital

La Banca d’Italia ha confrontato centinaia di aziende che nel periodo 2004-14 hanno ricevuto capitali di investimento o meno da venture capitalist, ovvero singoli investitori di capitali di rischio (non fondi) in Italia.
Con il contributo di Aifi (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt) e della banca dati di Cerved, sono stati formati due gruppi di aziende: il primo comprende quelle che hanno ricevuto iniezioni di capitale da venture capitalist e il secondo sono le imprese che non hanno ricevuto capitale o lo hanno reperito in modo diverso.

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Poi è stata misurata la differenza tra il primo gruppo e il secondo per i principali indicatori aziendali, patrimonio, costo del lavoro, vendite, numero di dipendenti, salario medio, rapporto tra utile e patrimonio. Il risultato è che in tutti i principali indicatori di performance dell’azienda il primo gruppo supera decisamente il secondo. Quelle che hanno ottenuto soldi dai venture capitalist, insomma, marciano meglio rispetto alle imprese che sono nate senza i loro soldi.

Venture capital e start up

In media il patrimonio delle aziende selezionate nei 4 anni successivi all’investimento è stato di circa 780mila euro maggiore di quello delle aziende che non hanno ottenuto soldi dai ventur capitalist. Ancora più importante l’analisi del trend anno per anno: se all’anno zero, quello dell’investimento, il patrimonio in più delle aziende del primo gruppo era di 607.200, poi il gap anno dopo anno è aumentato, fino a sfiorare i 2 milioni nel quarto anno (1.981.200 euro), come si vede nel grafico qui sotto.

Così il costo del lavoro, indice di investimento in capitale umano, in media è risultato essere di 157.300 euro maggiore nelle imprese che hanno ricevuto capitale di rischio rispetto alle altre. In media, perché il quarto anno questa differenza è stata di 253.900 euro. Il gap maggiore sembra essere nelle vendite, in media di 126mila euro, che sono però 570.200 il quarto anno.
La differenza nel numero di dipendenti, che parte da 4,2, ovvero vi sono 4,2 dipendenti in più nelle aziende del primo gruppo, è stabile o diminuisce, visto che in media è di 2 e solo il quarto anno torna vicino all’inizio, a 3,9 anni.

La tecnologia come driver

Questo è dovuto in parte alla natura diversa di queste imprese, che spesso sono più tecnologiche e almeno in partenza hanno meno bisogno di dipendenti. Che però in media sono pagati meglio. Infatti il salario medio mensile l’anno 0 è più alto nelle aziende finanziate di 157,7 euro, e poi sale a 639,9 euro, ma il gap poi si annulla e, anzi, il quarto anno il salario medio è maggiore nelle aziende non selezionate, probabilmente per l’aumento del numero dei dipendenti in quelle prescelte, che cominciano ad assumere anche personale non specializzato.

Il rapporto utile/patrimonio

Uno degli indici più importanti è la differenza nel rapporto tra utile e patrimonio. Ovvero l’utile delle aziende finanziate, in percentuale sul patrimonio totale, è maggiore o minore rispetto a quello delle altre imprese? Si vede bene come all’inizio sia inferiore: del 20,5% all’anno zero e in quelli successivi. Questo perché si tende a spendere di più, avendo più capitale, per investire per esempio in marketing e ricerca (del resto queste aziende sono in media più tecnologiche e con ritorni più di lungo periodo), ma al quarto anno finalmente vi è un utile maggiore, in relazione al patrimonio, proprio in queste imprese maggiormente finanziate. Segno che sono diventate anche più profittevoli.

Chi riceve il capitale (e chi no) dei venture capital

Si può obiettare che è banale che se si ricevono finanziamenti poi le cose vanno meglio. Allora i ricercatori della Banca d’Italia hanno ristretto il confronto ad aziende che da un lato hanno ricevuto sostegno sotto forma di venture capital e dall’altro hanno ricevuto comunque capitale, anche se di tipo diverso. Quello che emerge è che le differenze viste prima permangono. Anzi, appaiono essere anche maggiori. Ad esempio nel patrimonio, che diventa il quarto anno di 2.453.500 euro tra imprese del primo e secondo gruppo (finanziate da venture capital o in modo diverso) o nelle vendite, dove il gap, sempre l’ultimo anno, arriva a 895.800 euro, come mostra il grafico sotto.

Perché tutto ciò? Perché i singoli investitori privati portano all’interno dell’azienda che hanno prescelto delle competenze, capacità manageriale, un network di conoscenze, utili per esempio per avviare una rete distributiva o commerciale, che i fondatori, magari tecnici con buone idee, spesso non possiedono.

E’ questo il segreto del Venture Capital, del capitale di rischio, che in Italia non piace anche a chi ha grandi patrimoni, ma che rappresenta in alcune aree del mondo, si pensi alla California, uno dei principali driver di sviluppo e di crescita. Non si tratta solo di soldi, ma di una iniezione di capitale umano di altissima qualità.

I dati si riferiscono al: 2016

Fonte: Banca d’Italia

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