Le banche centrali si coordinano, ma il panorama è vario: dai negativi in Svizzera al 7% del Messico
Le banche centrali provano a coordinarsi per assicurare liquidità a sostegno dell’economia minacciata dall’emergenza coronavirus. La Banca centrale europea insieme agli istituti centrali di Usa, Canada, Inghilterra, Giappone e Svizzera ha attivato accessi agevolati alle “swap line“, ovvero quegli accordi in base ai quali si possono attingere dollari in cambio della propria valuta. Un ulteriore passaggio tecnico per facilitare la trasmissione di liquidità sui mercati. Ma i tassi d’interesse non possono essere più vari. Forse la vera globalizzazione è ancora lontana, viene da dire, se si osservano le grandi differenze in questo campo. Che d’altronde riflettono le condizioni economiche molto diverse, a livello di inflazione e di crescita del Pil.
Eurozona, Pil lento e tassi a zero
Così non è un caso che l’Eurozona, dove la crescita dei prezzi è molto bassa, mentre quella del Pil non decolla, abbia tassi a zero. Il che vuol dire che le singole banche europee non devono pagare alcun interesse quando chiedono liquidità in presto alla Bce. Tecnicamente infatti questi si chiamano tassi di rifinanziamento, perché sono quelli a cui una banca si rifinanzia presso la propria banca centrale di riferimento.
E’ da 4 anni, dal 10 marzo 2016, che Mario Draghi ha abbassato a zero i tassi d’interessi europei, per concedere più liquidità al sistema e favorire la ripresa. Ora però c’è minore margine di manovra davanti all’emergenza coronavirus, non si possono più fare tagli, a meno di andare in negativo, che poi è quello che hanno fatto la Svizzera, che ha tassi al -0,75%, e il Giappone, al -0,1%. Taglio che invece ha fatto la Fed americana, passando dal 1,25% al 0,25%. D’altronde negli Usa inflazione e crescita erano più sostenute che in Europa e giustificavano tassi più alti.
I tassi d’interesse più alti sono nei Paesi emergenti
Si tratta sempre però di livelli bassissimi in confronto ai tassi d’interesse di alcuni Paesi emergenti. Basti guardare alla Turchia, dove si arriva a tassi di interesse del 10,75%. Tra l’altro abbassati di mezzo punto un mese fa circa. Si tratta di un Paese che soffre di una inflazione molto importante in seguito alla svalutazione della lira turca che ha messo in pericolo una economia che negli ultimi 20 anni è cresciuta moltissimo.
Dopo la Turchia vengono altri Paesi con una economia che negli anni ha corso molto più di quella europea, come il Messico, dove il tasso della Banca Centrale è del 7%, l’Indonesia, con il 6,5%, il Sudafrica, con il 6,25%, la Russia, con il 6%. In quasi tutti questi casi vi è stato però un taglio nel 2020, in previsione di un rallentamento della crescita globale, che con l’emergenza coronavirus diventerà forse recessione.
Anche in Cina, per esempio, a febbraio la Banca Centrale ha tagliato di uno 0,1% il proprio tasso, andando dal 4,15% al 4,05%. Uniche eccezioni, la Repubblica Ceca, che non fa parte dell’euro, e che in controtendenza il 6 febbraio ha alzato i tassi dal 2% al 2,25%, la Svezia, che però è solo risalita a zero da un -0,25%, e Israele, dove i tassi sono stati alzati da 0,1% a 0,25%. Con l’emergenza attuale dovremo aspettarci probabilmente movimenti più ampi, in discesa, almeno dove è possibile.
Fonte: Global-rates
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