In Italia lo spazio è diventato affare da 8 miliardi di euro

La retribuzione media raggiunge i 41.100 euro, solo il 3,7% degli addetti è precario

Se pensiamo alla space economy, l’immaginario corre subito a razzi che decollano e satelliti che luccicano sopra le nostre teste. E invece, quando si guarda ai numeri italiani, il settore somiglia meno a un film di fantascienza e più a un pezzo concreto dell’economia nazionale: 8 miliardi di euro di produzione, 2 miliardi di valore aggiunto (lo 0,1% del Pil), 23.325 addetti che ci lavorano ogni giorno. Un comparto che vende all’estero per 2,1 miliardi, acquista tecnologie e componenti per 1,6 miliardi e investe sia in macchinari (0,7 miliardi) sia in ricerca e sviluppo (0,6 miliardi). Numeri reali, fisici, molto meno “spaziali” di quanto suggerisca il nome, ma abbastanza consistenti da raccontare un settore che si muove, cresce, e soprattutto occupa un posto riconoscibile nella nostra economia.

Questa fotografia arriva da un report ufficiale dell’Istat dedicato alla misurazione dell’economia dello spazio in Italia: un lavoro che analizza la struttura del settore, i suoi flussi commerciali e la capacità di generare valore. Un quadro utile per capire dove siamo davvero quando parliamo di spazio, senza bisogno di guardare il cielo.

Come funziona la space economy italiana

Se l’economia dello spazio fosse un film, l’upstream sarebbe il protagonista: quello che costruisce davvero “i pezzi che vanno su”. Ed è infatti la parte più pesante della filiera, con 4,1 miliardi di euro di produzione, 1,3 miliardi di valore aggiunto e 14.100 addetti impegnati tra componenti, satelliti e tecnologie che rendono possibile tutto il resto. Subito dopo arriva il downstream, la parte più “quotidiana”, quella che traduce lo spazio in servizi: qui il valore aggiunto è di 955 milioni di euro, con 12.600 persone impiegate tra software, telecomunicazioni e applicazioni che usiamo senza nemmeno accorgercene.

E poi c’è il pezzo più discreto, quello del settore non-market, fatto di università e centri di ricerca: meno visibile, ma capace di generare 400 milioni di euro di valore aggiunto e coinvolgere 2.200 addetti. Insieme tengono in piedi una filiera che parte da molto lontano, arriva fino ai nostri smartphone e, soprattutto, muove un’economia più solida di quanto si immagini.

Space economy Italia, tra officina e servizi

Quando si parla di space economy non ci sono solo razzi e lanci spettacolari: c’è anche tanta, normalissima fabbrica. La parte manifatturiera è quella che materialmente costruisce le cose: pezzi di satellite, strutture, componenti. Qui l’economia dello spazio genera 1 miliardo di euro di valore aggiunto e dà lavoro a 10.500 addetti. Dentro questo pezzo di filiera spiccano gli “altri mezzi di trasporto”, che da soli valgono 700 milioni di euro, seguiti dall’elettronica con 205 milioni e dai macchinari con 45 milioni. È la parte dell’officina: bulloni, circuiti, hardware vero, quello che puoi toccare.

Poi c’è il mondo dei servizi, che è un po’ il cervello del sistema. Qui non si costruiscono pezzi di metallo, ma si scrive codice, si gestiscono segnali, si portano immagini e dati a terra. Il settore del software legato allo spazio vale 226 milioni di euro, le telecomunicazioni arrivano a 104 milioni, mentre la programmazione e trasmissione – cioè tutto ciò che riguarda contenuti, canali, flussi – pesa per altri 133 milioni di euro. In pratica: la manifattura mette in orbita la tecnologia, i servizi la trasformano in qualcosa che usiamo davvero nella vita di tutti i giorni.

space economy Italia

Nel settore spazio comandano le grandi imprese

A immaginarla dall’esterno, la space economy potrebbe sembrare un universo di startup geniali chiuse in garage futuristici. In realtà, quando si guardano i numeri, il settore italiano assomiglia molto più a una costellazione di giganti. Le grandi imprese – quelle con più di 250 addetti – producono da sole il 78% del valore aggiunto dell’intera filiera e impiegano 17.800 persone. Sono loro a reggere l’ossatura del comparto, con strutture solide, investimenti importanti e un ruolo chiave nelle tecnologie più complesse.

Ancora più forte è il peso delle multinazionali, che arrivano a generare il 90% del valore aggiunto e danno lavoro a 20.500 addetti. E quando si parla di commercio estero, il dominio è totale: sono sempre le multinazionali a mettere in moto praticamente tutto l’export del settore, pari a 2 miliardi di euro. Insomma, nello spazio italiano non comandano le piccole astronavi improvvisate: il timone è saldamente nelle mani di imprese grandi, strutturate e con reti globali.

Le imprese che guidano l’industria dello spazio in Italia

Quando si parla di space economy italiana, dietro ai numeri ci sono nomi che suonano come la formazione titolare di una squadra molto speciale. In testa c’è Leonardo Spa, colosso che presidia buona parte della filiera tecnologica, affiancata da GE Avio Srl e Avio Spa, protagoniste nei sistemi di propulsione e nei lanciatori. Sul fronte satelliti e infrastrutture orbitali spicca Thales Alenia Space Italia Spa, mentre nel perimetro aeronautico compaiono realtà storiche come Superjet International Spa e Piaggio Aero Industries Spa. La pattuglia delle aziende hi-tech si completa con OHB Italia Spa, Geven Spa, AVL Italia e Mecaer Aviation Group Spa. Sono queste le imprese che, ognuna nel proprio segmento, tengono accesa la filiera dello spazio: una rete industriale più estesa e più solida di quanto spesso immaginiamo.

Dove si concentra l’industria dello spazio

Se l’economia dello spazio fosse una mappa stellare, l’Italia avrebbe alcune costellazioni molto più luminose delle altre. La quasi totalità delle attività del settore – quasi il 90% – è concentrata tra Nord-Ovest e Centro, come se l’orbita della space economy seguisse una traiettoria precisa e ben definita. Al centro di questa galassia spicca il Lazio, che da solo genera 0,8 miliardi di euro di valore aggiunto e impiega 8.000 addetti, grazie alla presenza di poli industriali, ricerca e infrastrutture strategiche. Subito dietro c’è la Lombardia, con 0,7 miliardi e 8.300 addetti, un mix di imprese ad alta tecnologia e servizi avanzati. Il terzo pilastro è il Piemonte, che contribuisce con 0,2 miliardi di euro e 2.200 addetti, forte di una tradizione industriale che negli anni si è agganciata anche allo spazio.

La space economy è un motore di innovazione

Se pensiamo allo spazio come a un settore di nicchia, i numeri dicono altro. Ogni addetto genera 84.800 euro. Nell’upstream, la parte più tecnica, si sale a 94.100 euro per persona. È anche un comparto molto aperto al mondo: le imprese upstream esportano il 33% di ciò che producono, più del doppio rispetto al 15% del resto dell’economia. E lavorano con più Paesi: in media 11,6, contro i 7,5 degli altri settori. Poi c’è l’innovazione, che qui è concreta. La quota di investimenti in Ricerca e Sviluppo arriva al 6,1% della produzione. Nel resto dell’economia si ferma al 2,6%. Significa che le imprese dello spazio destinano molte più risorse a progettare, testare e sperimentare.

Retribuzioni alte e pochi precari

Nella space economy italiana non servono tute argentate per intuire che qui le condizioni di lavoro sono fuori dal comune. Nella parte upstream, la più tecnica, la retribuzione media arriva a 41.100 euro, cioè il 55% in più rispetto al resto dell’economia. Un dato che da solo basta a spiegare quanto siano specializzate – e richieste – le competenze necessarie per lavorare in questo settore.

Anche il profilo degli occupati segue una traiettoria particolare: gli uomini sono il 77,1% della forza lavoro, mentre i laureati raggiungono il 32,3%, il doppio del 16,2% registrato nel resto dell’economia. E poi c’è il tema della stabilità: i contratti a termine sono appena il 3,7%, contro il 16,6% degli altri settori. In sintesi, è un comparto che paga di più, richiede competenze elevate e offre un livello di sicurezza lavorativa raro.

Fonte: Istat
I dati sono aggiornati al 2021

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