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Una degenza per malattia dura quasi una settimana, per un parto tre giorni e mezzo

Il grafico mostra il numero medio di giorni di degenza ospedaliera in alcuni Paesi, tra cui l’Italia. In blu sono indicati i giorni di permanenza in ospedale dei pazienti classificati come “acuti”, cioè affetti da malattie gravi ma non croniche o vittime di traumi fisici, per esempio a causa di incidenti. In rosso sono indicati i giorni di ricovero per un parto senza complicazioni. Questo secondo dato non è disponibile per tutti i Paesi.

Ma quanti giorni di ospedale

In Italia la degenza media per gli acuti è di 6,8 giorni, meno che in Germania, dove dura in media 7,7 giorni ma più che in Svizzera e nel Regno Unito, dove la media è 5,9 giorni, in pratica 24 ore in meno. Anche per i parti, la permanenza in ospedale, nel nostro Paese, è prolungata: in media 3,4 giorni per un parto senza complicazioni. In realtà il dato comprende due situazioni diverse: il parto naturale e il parto cesareo che, essendo un intervento chirurgico, richiede una degenza più lunga, di norma intorno ai 5 giorni. Una degenza media molto alta indica spesso un ricorso eccessivo al parto cesareo. In Irlanda la degenza per un parto è di soli 2 giorni, in Germania di 2,9.

Ricoveri brevi, sanità più efficiente

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la durata media dei ricoveri è uno degli indicatori dell’efficienza di un sistema sanitario. A parità di altre condizioni, una permanenza più breve riduce i costi e  indica l’esistenza di strutture per i pazienti detti “post acuti”, per esempio quelli che hanno bisogno di una lunga riabilitazione. Se la durata media dei ricoveri si accorcia, ovviamente senza un concomitante aumento della mortalità, significa anche che sono state introdotte cure più efficaci, che permettono di guarire i pazienti in meno tempo.

Truenumbers , sempre sulla base di dati ufficiali, ha stilato anche la classifica degli ospedali italiani nei quali è più probabile morire per un ictus o un infarto. La classifica è in questo articolo.

I dati si riferiscono al 2013

Fonte: Oms

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