Senza Schengen ogni Paese dovrebbe difendere le proprie frontiere. All’Italia costerebbe 1,3 miliardi
Nel clima di risorgente nazionalismo e di timori legati a terrorismo e immigrazione la libera circolazione delle persone è sui banchi degli imputati. Già negli anni scorsi diversi Paesi, dall’Austria alla Svezia, dalla Germania alla Danimarca, per periodi più o meno lunghi hanno sospeso il trattato di Schengen che permette la libera circolazione delle persone all’interno dei Paesi aderenti (sospensioni che comunque sono previste dal trattato stesso). Cosa succederebbe se l’intero trattato di Schengen fosse abolito e si ritornasse alle vecchie dogane?
La libera circolazione delle persone secondo Schengen
Secondo uno studio del Parlamento Europeo, nulla di buono: sarebbe uno spreco di denaro.
Da un punto di vista prettamente economico, infatti, il ristabilimento delle frontiere porterebbe sia un aumento dei costo fissi relativi alla ricostruzione delle barriere fisiche e non, e a un aumento dei costi variabili come il mantenimento delle strutture, i salari del personale di sicurezza, le spese amministrative e via dicendo.
A che cosa serve il trattato di Schengen
Considerando i costi di ricostruire i confini aboliti tra Paesi Schengen, la tipologia di confine, le spese di frontiere ben equipaggiate e, naturalmente, i chilometri da proteggere, i calcoli del Parlamento Europeo giungono a definire un range di costi fissi a carico dei Paesi membri che possono arrivare fino a 19,7 miliardi. A questi vanno aggiunti altri 3,6 miliardi di costi operativi per un totale di 23,3 miliardi. Nel grafico sopra sono indicati i costi che dovrebbe sostenere ogni singolo Paese membro, che dipendono anche dalla lunghezza delle frontiere da proteggere che, in tutta Europa, si estendono per 33.657 chilometri.

L’Italia, per esempio, dovrebbe spendere (ipotesi massima) 160 milioni all’anno, ma prima ancora 1.337 milioni per la ricostruzione delle dogane. Altri Paesi con più chilometri di confine, come Austria e Germania, spenderebbero decisamente di più: Svezia e Norvegia il doppio di noi per esempio mentre la Repubblica Ceca il 50% in più.
I costi sociali dell’abolizione della libera circolazione delle persone
Si obietterà che le cifre non sono enormi, ma i danni economici, secondo lo studio del Parlamento Ue, non è l’unico problema. Ovviamente bisogna sottolineare che si tratta di uno studio di parte, non “terzo”, visto che è stato compilato dall’autorità “garante” di quel trattato. Tuttavia i dati ufficiali sono interessanti.
Confrontando infatti le statistiche su vari tipi di reati si vede che vi è una chiara differenza nell’evoluzione dei fenomeni criminali tra i Paesi che confinavano con i nuovi Stati dell’Est (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria, Slovenia, Malta, Paesi Baltici) che sono entrati in Schengen (quindi Austria, Germania, Italia, Svezia, Finlandia) e quelli per cui invece nulla è cambiato in termini di confini.
Nel primo gruppo di Paesi infatti i reati come furti, rapine, scippi, sono calati molto più di quanto siano calati nel secondo, -28,03% contro -7,87%, come si vede nel grafico sotto. Nonostante siano in calo in entrambi i gruppi, invece gli omicidi non mostrano un vantaggio dei Paesi con i confini in comune con i Paesi dell’Est
Il punto è, quindi, che l’allargamento dello spazio Schengen non ha portato a una maggiore criminalità, anzi, questa è diminuita, ed è calata ancora di più, dopo il 2007, proprio nei Paesi confinanti con gli stati dell’Est ai quali hanno aperto le proprie frontiere. Il Trattato di Schengen quindi finora sembra avere portato più vantaggi che svantaggi, ci dice il Parlamento Europeo, e si dovrebbe pensarci due volte prima di abolirlo.
I dati si riferiscono al: 2008-2016
Fonte: Parlamento Europeo
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