Al Cervello di Palermo il 24,7% dei pazienti desiste e va via prima della visita
Se vi capita di restare senza hotel a Roma, c’è sempre un’alternativa gratuita: il pronto soccorso. Non per curarsi, ma per dormire e poco importa che sia in barella. Nei maggiori ospedali della Capitale, infatti, l’attesa prima di essere visitati o ricoverati può tranquillamente superare le 48 ore. È il caso del Policlinico Tor Vergata, dove il 12,3% dei pazienti resta in pronto soccorso per almeno 48 ore. Come si vede bene anche nel grafico, non va meglio all’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, con 11,1%, e nemmeno al Policlinico Umberto I, dove a dormire su una lettiga per almeno due giorni è il 5,5% dei malati.
Fuori Roma, la situazione non è poi tanto più rosea: al Cardarelli di Napoli il 9,1% dei pazienti resta parcheggiato oltre le 48 ore, al San Camillo Forlanini di Roma si arriva al 7,1%, all’Ospedale Cervello di Palermo al 5,3%, all’Ospedale di Cosenza al 5% e al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena al 4,9%.
Se invece vi viene voglia di vedere come funziona un pronto soccorso efficiente, vi conviene puntare su Padova (Azienda Ospedale-Università), Milano (Policlinico di Milano), Pavia (Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo) o il Brotzu di Cagliari (Azienda Ospedaliera G. Brotzu), dove la percentuale di chi rimane oltre due giorni è zero.
Pronto soccorso, da quali si scappa per la disperazione
C’è poi chi al pronto soccorso non ci resta neanche, perché preferisce andarsene piuttosto che aspettare ore. Si chiamano “abbandoni” e indicano tutti quei pazienti che, stanchi di fissare il soffitto o il cellulare, decidono di lasciare il pronto soccorso prima di essere visitati o dimessi. A vincere la classifica dei pronto soccorso più “scacciapazienti” è l’Ospedale Cervello di Palermo, dove il 24,7% alza bandiera bianca e se ne va. Seguono l’Ospedale Dei Colli di Napoli con 19,6%, il Civico Benfratelli di Palermo con 18,9% e il Garibaldi di Catania con 12,2%.
Non va meglio tra i grandi ospedali universitari: il Policlinico G. Martino di Messina registra 17,4% di abbandoni, il Policlinico Tor Vergata di Roma il 15,7%, il Giaccone di Palermo il 14% e gli Ospedali Riuniti di Foggia il 13,7%.
Dall’altra parte dell’Italia sanitaria ci sono invece le strutture dove nessuno fugge disperato: l’Ospedale Santa Maria di Terni e il Policlinico di Pavia chiudono con appena 0,3% di abbandoni, seguiti dall’Azienda Ospedale-Università di Padova con 1,1% e dal Policlinico di Milano con 1,2%.
Quanti sono gli accessi al pronto soccorso?
Nel 2023 i pronto soccorso italiani hanno registrato 18.277.405 accessi, pari a un tasso di 310 per 1.000 abitanti. Si tratta di un aumento rispetto al 2022, quando gli accessi erano stati 17.288.739, con un tasso di 293 per 1.000 abitanti. I dati provengono dal Rapporto Agenas 2024, che fotografa l’attività di emergenza-urgenza su base annuale.
Nel 2019, prima della pandemia, i pronto soccorso avevano raggiunto il numero più alto dell’ultimo quinquennio, con 21.143.380 accessi, corrispondenti a 355 per 1.000 abitanti. Il confronto mostra come, pur non avendo ancora recuperato i volumi pre-Covid, la pressione sulle strutture di emergenza italiane sia tornata a livelli significativi, con un sistema che fatica a garantire tempi e qualità adeguati a tutti i pazienti.
Quali sono i tempi di attesa in pronto soccorso?
I tempi di permanenza nei pronto soccorso italiani restano un indicatore chiave per misurare l’efficienza del sistema. Nel 2022, per i codici bianchi, i pazienti meno gravi hanno trascorso in media 164 minuti. La regione con il tempo più alto è stata il Friuli-Venezia Giulia, con una permanenza media di 216 minuti, mentre quella con il tempo più basso è risultata l’Umbria, con 99 minuti.
Situazione più complessa per i codici verdi, dove la media nazionale si attesta a 229 minuti. Anche in questo caso, il Friuli-Venezia Giulia segna il tempo massimo con 263 minuti, mentre la provincia autonoma di Bolzano si conferma la più rapida con una media di 139 minuti. Per i codici gialli, i casi più urgenti prima del codice rosso, la permanenza media è stata di 416 minuti, con punte di 578 minuti in Sicilia e un minimo di 213 minuti nella provincia autonoma di Trento.

Accessi impropri, pronto soccorso come ambulatorio
Un altro dato che fotografa la pressione sui pronto soccorso italiani è quello degli accessi impropri. Nel 2022, su 17.288.739 accessi totali, ben 3.903.522 sono stati classificati come impropri, pari al 22,5%. Si tratta di pazienti con codici bianco o verde senza trauma, arrivati autonomamente o inviati dal medico di famiglia, in orario diurno feriale o festivo, e dimessi senza necessità di ricovero, spesso a domicilio o in ambulatorio.
Le motivazioni di questi accessi impropri sono legate principalmente alla difficoltà di reperire il medico di base negli orari di chiusura degli studi, alla mancanza di ambulatori territoriali accessibili e alla percezione del pronto soccorso come unico luogo sicuro per ricevere cure immediate. Le conseguenze pratiche sono pesanti: tempi di attesa più lunghi per tutti, sovraccarico del personale sanitario e spreco di risorse che potrebbero essere dedicate alle vere urgenze.
Il Veneto si fa pagare bene, le altre regioni no
Tra i numeri curiosi che emergono dai dati sui pronto soccorso c’è anche quello legato ai ricavi da ticket, che derivano quasi esclusivamente dagli accessi impropri, ossia pazienti con codici bianchi o verdi che pagano per aver usato il PS senza una vera urgenza. Nel 2022, il Veneto ha incassato 14.400.000 euro, più del doppio dell’Emilia-Romagna, ferma a 7.000.000 di euro, e cinque volte la Toscana, che si ferma a 2.800.000 euro.
Viene da chiedersi come mai un risultato simile arrivi proprio dal Veneto, una delle regioni italiane più efficienti dal punto di vista sanitario, come certificato anche dalle classifiche del Ministero della Salute. Perché lo stesso non accade in molte regioni del Sud, dove le casse avrebbero forse bisogno di queste entrate extra più di quelle venete?
Fenomeno boarding, cos’è e perché aumenta il rischio di morte
Un altro problema che si lega direttamente agli accessi impropri è il fenomeno del boarding, cioè l’attesa infinita nei pronto soccorso per la mancanza di letti disponibili nei reparti. Ogni paziente che rimane parcheggiato in pronto soccorso in attesa di ricovero ritarda di 12 minuti l’ingresso di un altro paziente. Significa che la fila si allunga anche per colpa di chi occupa inutilmente il pronto soccorso con un codice bianco o verde che avrebbe potuto gestire altrove.
E le conseguenze non sono solo organizzative. Se il boarding supera le 12 ore, la mortalità dei pazienti può aumentare fino al 4,5%. Insomma, ogni accesso improprio non è solo un fastidio per il personale o un peso per il sistema, ma può trasformarsi in un rischio concreto per la vita di chi, al pronto soccorso, ci va davvero per un’urgenza.
Pronto soccorso, quanti italiani vivono a più di 30 minuti
L’accesso tempestivo al pronto soccorso dipende anche dalla distanza geografica. In Italia, il 94,2% della popolazione riesce a raggiungere un pronto soccorso entro 30 minuti, ma ci sono ancora 3.429.000 persone che non ce la fanno. Il dato migliora se si considerano i 45 minuti di percorrenza, raggiungendo una copertura del 99% e lasciando escluse 597.000 persone. Entro 60 minuti, la copertura arriva al 99,9%, con 86.000 residenti che restano comunque troppo lontani da una struttura di emergenza.
La regione più critica è la Basilicata, dove ben 32,5% della popolazione vive a più di mezz’ora di distanza dal pronto soccorso più vicino. Situazioni difficili si registrano anche nella provincia autonoma di Bolzano (9,2%) e in Sardegna (8,4%). Questa distribuzione geografica dimostra come l’efficienza del sistema di emergenza-urgenza non dipenda solo dall’organizzazione interna degli ospedali, ma anche dalla loro dislocazione territoriale, che in alcune regioni resta un ostacolo concreto al diritto alla salute.
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I dati si riferiscono al: 2023
Fonti: Agenas – Agenzia Nazionale per i servizi sanitari Regionali
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