In Crisi&Ripresa

Le fluttuazioni sono diventate enormi da quando ci si può speculare sopra. Tutta colpa della Cina?

Le fluttuazioni dei prezzi delle materie prime è uno degli elementi di fragilità e instabilità dell’economia internazionale.

Il prezzo delle materie prime

Gli anni 2000 sono stati anni di bolle che, in un certo senso, stiamo pagando ancora oggi. La bolla del credito, quella immobiliare, ma non solo. Meno conosciuta e meno coperta mediaticamente è quella delle materie prime.
E’ stato calcolato che tra il 2003 e il 2008 i prodotti finanziari (per esempio fondi) legati totalmente o parzialmente al prezzo delle materie prime sono passati da un valore di 15 a uno di 200 miliardi di dollari.
E’ anche aumentata la correlazione tra l’andamento del prezzo delle materie prime, e dei prodotti ad essi legati, e il valore di altri asset finanziari, titoli, azioni, riguardanti tutt’altri beni.
Insomma, queste materie prime, non solo il petrolio, ma anche il grano (qui l’articolo di Truenumbers sul prezzo del grano) e persino il bestiame, hanno cominciato ad essere trattate come qualcosa su cui investire e speculare, esattamente come fossero azioni di una banca o di una multinazionale. Uno degli effetti è che Paesi o famiglie che possiedono solamente prodotti di base, sono sottoposti ai capricci dei mercati internazionali. Qual è stata la conseguenza di tutto ciò?

L’andamento dal 2000

Nel grafico sopra è mostrato l’andamento del prezzo delle materie prime dal 2000 in poi (commodity price indexes). Ponendo tutti i prezzi a un valore di 100 nel 2000, si è arrivati quasi a 600 nel 2009 per poi avere un crollo che l’ha riportato circa a 150. Nel 2016 il prezzo dell’energia era invece addirittura minore di quello del 2000.
I cereali (Grains) hanno pure avuto un andamento molto fluttuante: grano, segale, avena, frumento sono arrivati a costare 4 volte più nel 2007 rispetto al 2000 per poi crollare con la crisi globale nel 2009 e risalire a oltre 3 volte a fine 2011 e ridiscendere dopo.

Colpa della Cina?

Secondo alcuni una delle responsabilità per quanto accaduto è della Cina e degli altri Paesi emergenti, che, crescendo molto più velocemente rispetto all’Occidente, hanno fatto aumentare la domanda globale come mai accaduto prima. Si pensi solo ai metalli rari necessari per la produzione di prodotti elettronici in Cina. Non si tratta però solo di questo.

I grafici sotto indicano l’andamento del prezzo delle materie prime in Cina e negli Usa. La linea nera, che rappresenta i prezzi cinesi, supera quella tratteggiata (prezzi Usa) solo nel caso dell’olio combustibile (heating oil). Ma nel caso del rame (copper), del grano (wheat), del frumento (corn), del cotone (cotton) i prezzi americani hanno avuto fluttuazioni ben più alte arrivando nel 2008 o nel 2011 a raggiungere valori anche 3 o 4 volte maggiori di quelli iniziali, sia che l’inizio (quando il valore è fissato a 100) fosse il 2005 o più indietro.



Questi andamenti del prezzo delle materie prime, quindi, sono decisamente più dovuti alle decisioni di investire in prodotti finanziari contenenti fondi indicizzati ai prezzi delle materie prime che alla superiore domanda mondiale dovuta alla crescita cinese. Questi ultimi dati mostrano come, dopo il picco del 2008 e il crollo del 2009, vi sia stato in alcuni casi un nuovo boom nel 2011.
Ora siamo in un periodo di prezzi bassi, ma non vuol dire che le fluttuazioni siano terminate. Il punto è che cali del valore di questi beni di base possono essere dannosi per i produttori, spesso residenti in Paesi estremamente fragili con produzioni poco diversificate e magari dipendenti da una sola risorsa. Si veda il caso del Venezuela con il petrolio, o della Costa d’Avorio con il cacao.

Le oscillazioni continueranno

Secondo il report della Banca d’Italia che analizza questo tema le oscillazioni dei prezzo delle materie prime continueranno, perché ormai sono diventate oggetto di scambio di quegli stessi investitori molto eterogenei che acquistano normalmente anche altri prodotti finanziari, anche a credito, e che si ritrovano periodicamente nei momenti di crisi in mancanza di liquidità, costretti a vendite repentine.
L’attenzione potrebbe concentrarsi di volta in volta su questa o quella materia prima. Ora, per esempio, si prevede un ritorno dello shale oil, ovvero il petrolio delle sabbie bituminose, costoso da estrarre e quindi conveniente solo con prezzi del petrolio alti. Ma proprio sullo shale oil si sta combattendo una battaglia molto pericolosa con l’Opec che cerca di contrastare la crescita delle domanda di questo particolare petrolio, come Truenumbers ha spiegato in questo post.

I dati si riferiscono al 2004-2016

Fonte: Banca d’Italia

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