Dal 2004 al 2024 capacità di spesa delle famiglie scesa a −4%, nell’Ue +22%
Fare la spesa, pagare le bollette, riempire il carrello online: sono gesti quotidiani che negli ultimi anni hanno dato a molti italiani la stessa triste sensazione, quella di arrivare a fine mese con sempre meno “margine” di prima. Dopo lo shock dell’inflazione del 2022 e a ruota del 2023, però, qualcosa sembra stia cambiando. Secondo quanto registrato dall’Istat, nel terzo trimestre 2025 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è tornato a crescere dell’1,8% rispetto al trimestre precedente, mentre il reddito disponibile lordo è aumentato del 2%. I redditi quindi stanno tornando a crescere più velocemente dei prezzi, facendo sì che le persone abbiano nel portafoglio qualche soldo in più.
I primi segnali di recupero arrivati nel 2025 sono una buona notizia, soprattutto se si guarda a ciò che è successo negli ultimi vent’anni. Secondo Eurostat, tra il 2004 e il 2024 il reddito reale pro capite delle famiglie nell’Unione europea è cresciuto del 22%, mentre in Italia è diminuito del 4%. In altre parole, mentre nella maggior parte dei Paesi europei la capacità di spesa delle famiglie è aumentata nel tempo, in Italia è rimasta ferma o è arretrata.
Si risparmia di più, si spende meno
In questo clima di lieve ripresa è tornata a crescere anche la capacità di risparmio delle famiglie. Nel terzo trimestre del 2025 la propensione al risparmio ha raggiunto l’11,4% del reddito disponibile, il livello più alto dal 2009 se si esclude il picco registrato durante la pandemia. Non significa però che gli italiani abbiano ricominciato a spendere molto di più. A fronte di un reddito disponibile aumentato del 2%, i consumi sono cresciuti solo dello 0,3%. Molte famiglie, dopo gli anni segnati dall’inflazione, preferiscono mettere da parte una parte dei soldi in più: rimandano l’acquisto di un elettrodomestico, fanno più attenzione alla spesa settimanale o rinunciano a qualche uscita in più, scegliendo di accantonare un piccolo margine per eventuali imprevisti.
Inflazione e redditi reali delle famiglie italiane
Per capire se le famiglie stanno davvero meglio non basta guardare lo stipendio sul conto corrente: conta anche quanto costano le cose di tutti i giorni. Se i prezzi aumentano più degli stipendi, il risultato è semplice: si guadagna di più ma si compra di meno. È quello che è successo durante lo shock inflattivo degli ultimi anni. Secondo l’Istat, l’inflazione media in Italia è stata dell’8,1% nel 2022 e del 5,7% nel 2023, livelli che non si vedevano da decenni. Nel 2025, invece, la corsa dei prezzi si è molto rallentata e si è fermata intorno all’1,7%. Un ritmo molto più contenuto che ha iniziato a dare un po’ di respiro al potere d’acquisto delle famiglie.
Questo però non significa che i prezzi siano tornati indietro. Significa solo che stanno aumentando più lentamente. In altre parole, fare la spesa o pagare le bollette oggi non costa meno rispetto a qualche anno fa: semplicemente i rincari non corrono più come nel 2022 e nel 2023. Per recuperare davvero il terreno perso, gli stipendi dovranno crescere più dei prezzi ancora per diversi anni. Oggi l’economia italiana sembra aver superato la fase più difficile, ma sta ancora smaltendo gli effetti della fiammata inflattiva.
Perdita potere d’acquisto dipendenti
Il problema del potere d’acquisto riguarda soprattutto i lavoratori dipendenti. Negli anni dell’inflazione più alta, stipendi e prezzi hanno corso a velocità molto diverse. Le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute poco: +1,1% nel 2021, +1% nel 2022, +3,1% nel 2023 e +3,1% nel 2024. Nello stesso periodo però i prezzi sono saliti molto di più, soprattutto durante lo shock inflattivo: +1,9% nel 2021, +8,1% nel 2022 e +5,7% nel 2023. Solo nel 2024 l’inflazione è tornata a livelli più bassi, intorno all’1%.
Il risultato è che tra il 2021 e il 2024 il costo della vita è aumentato del 17,4%, mentre gli stipendi sono cresciuti solo dell’8,4%. In pratica il potere d’acquisto si è ridotto di quasi il 10%. Tradotto nella vita di tutti i giorni: se nel 2021 con 100 euro riempivi il carrello della spesa con dieci prodotti, oggi con la stessa cifra devi rinunciare più o meno a uno di quelli, anche se sul conto corrente entra qualche euro in più di stipendio.
Perchè i lavoratori italiani sono più poveri
Il rallentamento dell’inflazione da solo non basta a spiegare tutto. Per capire davvero perché il potere d’acquisto resta debole bisogna guardare alla dinamica degli stipendi. Il confronto con il resto d’Europa aiuta a capire meglio la situazione. Secondo Eurostat, tra il 2019 e il 2024 la retribuzione reale per dipendente in Italia è diminuita del 2,9%, mentre nella media dell’area euro è aumentata dell’1,4%. In altre parole, mentre in molti Paesi europei gli stipendi hanno almeno in parte recuperato rispetto all’inflazione, in Italia sono rimasti indietro. Il risultato è semplice: a parità di lavoro, molte famiglie italiane oggi hanno meno capacità di spesa rispetto a qualche anno fa.
Dietro questa difficoltà c’è anche un problema più profondo: la produttività del lavoro. Tra il 2000 e il 2024 il valore prodotto per ogni ora lavorata in Italia è cresciuto appena dell’1,3%, contro il +19,5% della media europea. Questo significa che nel nostro Paese si lavora molto, ma ogni ora di lavoro genera meno valore rispetto ad altri Paesi. E quando la produttività cresce così lentamente, anche gli stipendi faticano ad aumentare. È uno dei motivi per cui il potere d’acquisto delle famiglie italiane, negli ultimi anni, è rimasto tra i più deboli d’Europa.

Perdita potere d’acquisto pensionati
Il calo del potere d’acquisto non riguarda soltanto il mondo del lavoro, ma colpisce anche la vasta popolazione dei pensionati italiani. Secondo l’Osservatorio statistico dell’Inps, nel 2024 in Italia c’erano 16.090.765 pensionati, che percepivano complessivamente 22.919.427 pensioni, con un importo medio mensile di 1.229 euro lordi. Per proteggere questi redditi dall’aumento dei prezzi esiste il meccanismo della rivalutazione annuale, cioè l’adeguamento della pensione all’inflazione. In teoria dovrebbe servire a evitare che il carovita riduca nel tempo il valore reale dell’assegno. Nella pratica però questo sistema non tutela tutti allo stesso modo e negli ultimi anni è diventato meno efficace soprattutto per le pensioni di importo medio e alto.
Le regole attuali prevedono infatti che solo gli assegni più bassi, fino a quattro volte il minimo Inps, ricevano un adeguamento pieno al cento per cento dell’aumento dei prezzi. Al di sopra di questa soglia, la protezione diminuisce progressivamente fino a ridursi al 32 per cento per le pensioni più elevate. In termini pratici, se i prezzi salgono del 5 per cento, una pensione in questa fascia cresce solo dell’1,6 per cento. Si crea così una perdita silenziosa ma permanente: quello che il pensionato non riceve quest’anno non verrà mai più recuperato, generando un “effetto trascinamento” che riduce il valore reale della pensione per tutto il resto della vita. Ad esempio, su un assegno di 2.500 euro lordi, lo scarto tra inflazione e aumento effettivo può significare centinaia di euro persi ogni anno, un divario che tende ad allargarsi nel tempo.
Questa scelta di limitare i rimborsi non è casuale, ma risponde a una pressione strutturale sui conti pubblici che non ha eguali in gran parte d’Europa. I dati Eurostat mostrano infatti che nel 2023 l’Italia ha destinato alle pensioni il 16,2 per cento del proprio Pil, una quota significativamente superiore alla media dell’Unione Europea che si ferma al 12,9 per cento. In tutto il continente solo la Grecia registra una spesa maggiore, mentre economie paragonabili alla nostra riescono a mantenere l’incidenza della previdenza molto più bassa, come dimostrano il 14,9 per cento della Francia e l’11 per cento della Germania. In un Paese che invecchia rapidamente, l’adeguamento pieno di tutti gli assegni comporterebbe costi insostenibili per lo Stato, costringendo i governi a sacrificare parte del potere d’acquisto dei pensionati nel tentativo di garantire la tenuta del sistema economico nazionale.
Perdita potere d’acquisto pensionati autonomi
Tra i pensionati italiani esiste anche una differenza importante che incide direttamente sul potere d’acquisto: quella tra chi ha lavorato come dipendente e chi era autonomo. I dati dell’Osservatorio statistico sulle pensioni dell’INPS mostrano che gli importi medi cambiano molto a seconda della gestione previdenziale. Nel 2024 la pensione media degli ex lavoratori dipendenti è stata di 1.558 euro lordi al mese, mentre tra gli autonomi gli assegni sono più bassi: 1.071 euro per i commercianti e 1.003 euro per gli artigiani. Questo divario nasce spesso da carriere contributive più discontinue e da redditi mediamente più bassi durante la vita lavorativa. Il risultato è che molti ex autonomi partono già da una pensione più bassa. Quando i prezzi aumentano, quindi, la perdita di potere d’acquisto pesa di più su questi assegni: con importi più ridotti, anche piccoli aumenti del costo della vita incidono maggiormente sul bilancio mensile.
Fonte: Istat, Eurostat, Inps
Anno di riferimento: 2025
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