Tasse a forfait per 1,9 milioni di partita Iva (il 46,4%)

Triplicate in 6 anni, ecco perché. E l’equo compenso per i professionisti è legge

L’Italia è il Paese in Europa con più lavoratori in proprio, sia che si guardi ai numeri assoluti sia a quelli relativi alla popolazione e agli occupati. Sono 4 milioni e 825mila nel nostro Paese, ben il 21,1% dei lavoratori totali secondo i dati del 2020. È un mondo molto variegato e complesso. In cui troviamo figure classiche, come commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, e new entry, come free lance, giovani precari in attesa di un’occupazione più stabile, nonché professionisti affermati in settori emergenti (nell’Ict per esempio) e più tradizionali. Tutti hanno la partita Iva, ma quanti in regime forfettario?

L’equo compenso per i professionisti

Prima di tutto, però, c’è da segnalare una novità arrivata dalla Camera dei deputati che ha votato in terza lettura (e, quindi, definitivamente) la proposta che introduce in Italia l’equo compenso per i professionisti. Si tratta di una legge frutto di due iniziative parlamentari (una delle quali vede proprio l’attuale premier, Giorgia Meloni, prima firmataria, l’altra è stata avanzata dalla Lega) che punta a fare ottenere ai professionisti iscritti ad un ordine professionale con la partita Iva un (appunto) equo compenso per le loro prestazioni professionali.

La norma si applica alle prestazioni occasionali in favore di “grandi committenti” come banche ed assicurazioni e nei confronti delle imprese con più di 50 dipendenti e 10 milioni di fatturato oltre che verso le imprese pubbliche partecipate e la Pubblica Amministrazione in generale. Questi soggetti dovranno, d’ora in poi, pagare un professionista che presta il proprio servizio in maniera occasionale in base ai valori definiti già nel 2012 e che devono essere aggiornati. L’unico ordine che ha i valori aggiornati è quello degli avvocati. In caso di contenzioso sulle parcelle, questi valori sono quelli che possono essere portati davanti al giudice per ottenere (se del caso) giustizia.

La partita Iva e il regime forfettario

Gli occupati indipendenti, includendo quindi anche gli autonomi, i lavoratori in proprio e gli imprenditori, sono scesi in 17 anni, dal 2004, di ben un milione e 330mila circa, se prendiamo il mese di luglio come riferimento. Si tratta di un decremento del 21%, in un periodo in cui invece l’occupazione totale ha registrato un aumento, nonostante le crisi dell’euro e quella pandemica. Si può dire che le principali vittime della recessione provocata dal Covid siano stati proprio loro, gli autonomi. E tuttavia vi è una categoria che ha visto solo il segno più, con incrementi notevoli. Si tratta di coloro che hanno una partita Iva in regime forfettario.

Che cosa è il regime forfettario per gli autonomi

Il regime fiscale forfettario è un sistema agevolato che prevede un’aliquota di tassazione molto bassa al quale può accedere il professionista in possesso della partita Iva che non supera il limite di 85mila euro di reddito lordo annuo. Prima della legge di Bilancio 2023 il limite era di 65mila euro.

Come funziona questo regime? Si paga una percentuale di tasse sulla base dei ricavi annui. Questa percentuale è il risultato moltiplicando i ricavi per un valore specifico per ogni attività, il cosiddetto “coefficiente di redditività”. Dal risultato si devono sottrarre i contributi già versati e su questa base si calcola l’importo delle tasse da pagare. In pratica un professionista che sceglie il regime forfettario e che guadagna in un anno 30mila euro versa al Fisco 3.510 euro più 6.018,5 euro di contributi, per un totale di 9.528,5 euro. Ma i cambiamenti riguardo queste soglie sono stati molti. Ecco la storia completa.

Partita Iva e forfettario, quante tasse si pagano

I professionisti italiani che hanno scelto il regime forfettario sono cresciuti moltissimo, e si stima siano ora circa 1,9 milioni includendo tutti i regimi di vantaggio. Erano meno di 500mila nel 2013, ma sono aumentati anche rispetto all’ultima data per cui si hanno dati certi, il 2019. Del resto la partita Iva in regime forfettario è una creazione piuttosto recente nel nostro ordinamento giuridico.

Era stata introdotta nel governo Monti, in un periodo di crisi, quando si prevedeva che molti lavoratori avrebbero perso il lavoro, come poi effettivamente accaduto, e soprattutto che tra i giovani in tanti non sarebbero riusciti ad ottenere un primo impiego stabile. Era stato quindi deciso che per coloro che avessero entrate inferiori a 30mila euro annui si potesse applicare un’Irpef solo del 5%, per 5 anni. Nel caso di coloro che avevano però meno di 35 anni il periodo agevolato andava oltre il quinquennio se alla sua scadenza si rimaneva al di sotto di tale soglia di età. Si parlava allora in realtà di regime dei minimi e appunto di contribuenti minimi.

La riforma della partita Iva in regime forfettario

Nel 2014 è stata approvata una riforma che ha previsto che tale regime fosse modificato in forfettario. Ovvero con una applicazione di un’aliquota Irpef più alta, del 15% in cambio di una determinazione a forfait delle spese sostenute, cosicché tale 15% in realtà va ad applicarsi a una quota predeterminata delle entrate, in base al codice Ateco. Per esempio al 40% del fatturato di un commerciante, che si immagina abbia più costi, e al 78% di chi svolge attività professionali, come i free lance, che dovrebbero averne di inferiori. Naturalmente si pagano comunque i contributi previdenziali, in base alla cassa di appartenenza, se presente, contributi che si possono detrarre come in precedenza, come spiegato sopra.

Partita Iva forfettario

L’estensione alla soglia dei 65mila euro

Anche dopo la riforma del 2014, entrata in vigore del 2015, la soglia di fatturato per poter approfittare delle agevolazioni e aprire una partita Iva in regime forfettario o trasformare la propria in queste era di 30mila euro, cui si aggiungeva la condizione di non avere superato i 20mila euro di costi strumentali. Erano e sono esclusi anche coloro che hanno partecipazioni in società, che si occupano solo di compravendita di fabbricati, che sono soggetti a regimi speciali, come quello del settore agricolo.

La partita Iva in regime forfettario fino ai 65mila euro

Dal 2019 è stato però introdotto un importante cambiamento. La platea di coloro che possono accedere al regime agevolato è stata allargata includendo anche tutti quegli autonomi che hanno un fatturato fino a 65mila euro. Questo ha prodotto un deciso incremento delle partita Iva in regime forfettario, e visto il costo decisamente inferiore anche un passaggio a tale strumento di tanti piccoli imprenditori che avevano per esempio una ditta individuale, che hanno trovato conveniente chiudere.

I dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze relativi alle dichiarazioni fiscali del 2020, che si riferiscono proprio ai redditi del 2019, sono chiari ed eloquenti. Il numero di soggetti con una partita Iva a regime forfettario sono cresciuti a quota un milione e 566 mila, circa l’80% più dell’anno precedente. Nel complesso, includendo anche quei pochi rimasti a godere di un’aliquota del 5%, come le startup per esempio coloro che ricadono sotto un regime di vantaggio sono stati 1.721.412. Nel 2018 erano solo 1.109.904.

Le nuove partite Iva in regime forfettario negli anni

L’impatto del cambiamento legislativo entrato in vigore nel 2019 è stato tale che il numero di nuove partite Iva in quell’anno è cresciuto nonostante la generale crisi del lavoro indipendente in Italia in atto da anni. Sono state 545.700, ovvero il 6,4% in più del 2018, Del totale 263.043 erano forfettarie. Si trattava del 48,2%. E l’incremento di quelle di questa tipologia sull’anno precedente, quando erano state 195.559, era stato di ben il 34,5%.

Agli inizi, quando il regime si applicava solo a chi aveva fatturati inferiori a 30mila euro, l’adesione era stata ovviamente inferiore. Nel 2012, quando ancora si parlava di contribuenti minimi, aveva coinvolto solo 146.804 soggetti su un totale di 549mila nuove aperture. Nel 2013 di 136.551 su 527mila, cioè il 25,9%. Negli anni la quota di nuove partite Iva ai minimi o poi forfettarie è rimasta all’inizio piuttosto stabile. È stata del 33,8% nel 2014, del 29,1% nel 2015, del 33% nel 2016, per poi salire al 35,6% nel 2017 e al 38,1% nel 2018.

Solo nel 2019 vi è stato il balzo

Per quanto riguarda il 2020 il Covid ha avuto il proprio peso anche su questi numeri. Secondo l’Inps le nuove partite Iva in regime forfettario sono state 215.563, il 45,4% delle 464.700 aperte. Come è ovvio si tratta di quantità inferiori a quelle del 2019 e degli anni precedenti. Nel 2021 si assiste nei primi sei mesi a una chiara ripresa. Sono state tra gennaio e fine giugno 152.939 quelle in regime agevolato su un totale di 333.172 nuove, il 45,9%.

Le proposte di riforma in campo

Molti economisti hanno fatto notare fin dall’introduzione del sistema forfettario allargato, gli effetti distorsivi che questo avrebbe potuto avere. Per esempio in termini di incentivazione del nanismo aziendale, che già caratterizza strutturalmente la nostra economia. L’eventuale superamento della soglia di 65mila euro genera l’anno successivo, quando è il momento di pagare l’Irpef, uno scalone nell’importo delle imposte  da pagare. Questo di fatto inibisce la crescita dimensionale. Rimane conveniente restare piccoli. Inoltre vi è una parziale spinta ad assumere personale come autonomo invece che come dipendente nelle imprese, per diminuire il costo del lavoro.

Gli effetti distorsivi della partita Iva in regime forfettario

Per attutire gli effetti dello scalone fiscale si pensa anche di introdurre, questa è una delle possibilità sul tavolo, una aliquota provvisoria del 20% per due anni se il fatturato si incrementa di almeno il 10% annuale. Si pensa anche a cambiare i coefficienti di redditività, ovvero quella quota dei redditi su cui si applica l’Irpef agevolata, che è per esempio del 40% per i commercianti o del 54% per gli ambulanti di prodotti non alimentari. Si parla di diminuirli, in alcuni casi, e di aumentarli per gli intermediari del commercio, lasciando inalterati quelli dei professionisti, che sono del 78%. La sempre maggiore numerosità delle partite Iva in regime forfettario impone infatti, quando si mira ad operare un taglio delle imposte, di guardare anche a questa categoria, che include una percentuale ormai consistente dei lavoratori a basso reddito in Italia.

I dati si riferiscono al: 2013-2021

Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze

Leggi anche: Il reddito medio di una partita Iva è di 31.850 euro

Ti piace citare i numeri veri quando parli con gli amici? – La redazione di Truenumbers.it ha aperto un canale Telegram: qui potrai ricevere la tua dose quotidiana di numeri veri e le ultime notizie; restare aggiornato sulle principali news (con dati rigorosamente ufficiali) e fare domande. Basta un attimo per iscriversi. Un’ultima cosa: siamo anche su Instagram.