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 In Crisi&Ripresa

L’altra faccia dell’occupazione ai massimi: orario ridotto senza scelta nel 64,5% dei casi

L’occupazione non è mai stata così alta. L’Istat ha segnalato il record registrato nel novembre 2019 (59,4% di occupazione, mai così alta dal 1977), ma non è il caso di festeggiare. Il dato è positivo, certo. Ma non bisogna dimenticare due cose: cresce in particolare il lavoro part-time e grandissima parte di questa lavoratori a tempo ridotto non lo sono per scelta. In altre parole: non hanno trovato un impiego a tempo pieno. L’Italia, per questo dato, è seconda in classifica in Europa dopo la Grecia.

Il significato di part-time involontario

Che cos’è il part-time involontario? L’Istat rileva con questa voce il numero di occupati con orario ridotto che dichiarano di avere accettato un lavoro part-time in assenza di opportunità di lavoro a tempo pieno. Orario ridotto, ma non per scelta. Anche se non si deve confondere il part-time involontario con il dato dei sottoccupati: sono i lavoratori che nella settimana della rilevazione hanno lavorato un numero di ore inferiore a quello abituale.

Part-time, ma non per scelta

Partiamo, però, dai dati dell’Istat. Quelli più aggiornati si riferiscono al terzo trimestre del 2019. L’incremento del part-time riguarda soprattutto quello involontario, la cui incidenza arriva al 12% del totale degli occupati (+0,4 punti in confronto al terzo trimestre 2018) mentre resta invariata al 64% dei lavoratori a tempo parziale. E i lavoratori part-time, intanto, crescono: se nel 2008 gli occupati part-time erano 3,3 su 23,1 milioni (il 14,3%) nel 2018 sono diventati 4,3 milioni pari al 18,5% del totale. Facendo il confronto tra il terzo trimestre 2018 e quello del 2019 scopriamo che i lavoratori part-time sono passati dal 18,1% del totale al 18,8%.

Peggiori d’Europa

Veniamo al confronto europeo. Eurostat mostra i dati aggiornati al 2018: l’Italia è seconda in classifica nella fascia d’età 15-74 anni con il 64,5% dei part-time involontari sul totale dei contratti a orario ridotto. In Grecia questa percentuale arriva al 69,1, tutte le altre restano indietro nella graduatoria. Si vede anche nel grafico in alto: si staccano Grecia (in verde), Italia (in azzurro) e Cipro (in lilla). Dal grafico in alto si vede anche che in Grecia e in Italia il fenomeno è cresciuto abbastanza rapidamente negli ultimi anni.

L’Eurostat, però, si concentra pure sulla fascia d’età 15-29 anni. E qui, se possibile, il confronto dell’Italia con il resto d’Europa è durissimo. La media europea del part-time involontario è del 27,8%. In Italia arriva all’80,1%. Sì, proprio così. E si raggiunge l’81,6% se si prendono in considerazione solo i maschi. Da segnalare anche che i dati si mantengono intorno a quota 80% dal 2013.

Troppi part-time involontario

Questo, però, non è un problema nuovo. Ed è stato senza dubbio inasprito dalla crisi. Infatti, nel 2008 la differenza tra i lavoratori in part-time involontario tra Italia ed Europa era di 1,3 punti percentuali, nel 2016 la distanza si allargata fino a 6,5 punti percentuali. Già nel 2016, comunque, si notava che cresceva la quota di donne con un contratto part-time disponibile, però, a lavorare di più. In questo caso la differenza con la media europea era di ben 11 punti percentuali.

I dati si riferiscono al: 2008-2019

Fonte: Istat, Eurostat

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Quanto dura (davvero) un contratto di lavoro

 

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