Acquistate all’estero 411mila tonnellate: il 56,8% proviene dalla Spagna
Presente in ogni cucina italiana, dall’iconica bruschetta ai soffritti della domenica, l’olio d’oliva è molto più di un semplice ingrediente: è uno dei pilastri della nostra identità gastronomica e, nel tempo, è diventato anche un simbolo riconoscibile del Made in Italy nel mondo. Eppure, proprio dietro uno dei prodotti che più associamo al nostro Paese si nasconde un paradosso: l’Italia consuma ed esporta grandi quantità di olio d’oliva, ma non ne produce abbastanza per coprire il proprio fabbisogno interno.
Secondo le stime riportate nel report “L’industria dell’olio d’oliva in Italia” dell’Area Studi Mediobanca, nell’annata 2024-25 la produzione mondiale ha raggiunto il record di 3,572 milioni di tonnellate, in crescita del 38% rispetto all’anno precedente. L’Italia, invece, è scesa a 224mila tonnellate, con un calo del 31,8%, passando dal secondo al quinto posto tra i maggiori produttori mondiali e fermandosi al 6,3% della produzione globale. Nello stesso periodo i consumi italiani sono stati stimati in 395mila tonnellate, in calo del 4%, mantenendo comunque il Paese al terzo posto mondiale dopo Spagna e Stati Uniti. E il divario resta evidente anche guardando avanti: per il 2025-26 sono attese 300mila tonnellate di produzione, a fronte di consumi stimati in 470mila tonnellate.
Dove si produce più olio in Italia
Se si traccia la mappa della produzione dell’olio italiano, c’è una regione che domina nettamente la scena. Nel 2024 la produzione nazionale è stata stimata in 248,4mila tonnellate e la Puglia, da sola, ne ha realizzate 112mila, pari al 45,1% del totale. A grande distanza seguono la Sicilia, con 26,6mila tonnellate e una quota del 10,7%, la Calabria con 25,7mila tonnellate, pari al 10,3%, la Toscana con 20,6mila tonnellate e il Lazio con 17mila. Anche la distribuzione dei frantoi conferma una forte concentrazione nel Sud: Puglia, Calabria e Sicilia raccolgono insieme quasi la metà degli impianti presenti nel Paese.
Le differenze territoriali, però, non riguardano solo le quantità prodotte. In Puglia la produzione media per frantoio raggiunge 155,6 tonnellate, contro una media nazionale di 59,9, mentre in Sicilia si ferma a 47,5 tonnellate e in Calabria a 38,7. Se invece si guarda alla resa, cioè alla quantità di olio ottenuta rispetto alle olive lavorate, è la Calabria a guidare la classifica con il 19%. Seguono Liguria con il 17,9%, Abruzzo con il 16,7% e Puglia con il 16,1%. È la fotografia di una filiera molto diversa da regione a regione, per volumi, struttura produttiva e resa delle olive.
In Italia diminuiscono gli oliveti
Il gigante dell’olio italiano poggia però su una base agricola che, nell’ultimo decennio, si è fatta più stretta. Dei 12,2 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata in Italia, l’8% è destinato alla coltivazione degli olivi. Tra il 2014 e il 2024 la superficie di olivi nazionale si è ridotta complessivamente del 7,1%. Il peso dell’olivicoltura cambia molto da una regione all’altra: in Calabria gli oliveti occupano il 30,4% dei terreni agricoli utilizzati, in Puglia il 27,3% e in Liguria il 19,9%. Quote rilevanti si registrano anche in Toscana, con l’11,4%, e in Campania, con l’11,3%.
A colpire è soprattutto il fatto che alcune delle regioni storicamente più legate alla cultura dell’olio abbiano perso superficie coltivata. In dieci anni gli oliveti sono diminuiti del 16,7% in Campania, del 15,8% in Liguria e del 10,3% in Toscana; in calo anche Calabria (-6,7%) e Puglia (-2,7%). Fa eccezione la Lombardia, dove la superficie olivetata è cresciuta del 32,4%, pur rappresentando ancora appena lo 0,3% della superficie agricola regionale. Il contrasto è evidente: mentre l’olio italiano mantiene una fortissima riconoscibilità commerciale, la terra destinata a produrlo si è, nel complesso, ridotta nell’ultimo decennio.
Quanto olio importa l’Italia
Italia seconda al mondo per export di olio
Il paradosso italiano diventa ancora più evidente guardando agli scambi con l’estero. Nel 2024 l’Italia è stata il secondo esportatore mondiale di olio d’oliva per valore, con 2,839 miliardi di euro, il 40,7% in più rispetto al 2023. Davanti resta la Spagna, con 5,085 miliardi, mentre il Portogallo segue con 1,537 miliardi. Ma l’Italia occupa anche il secondo posto mondiale tra gli importatori, con 2,917 miliardi di euro, dietro agli Stati Uniti. Questa doppia presenza ai vertici delle classifiche mondiali racconta bene la particolarità del sistema italiano: un Paese che vende moltissimo olio all’estero ma, allo stesso tempo, deve acquistarne grandi quantità sui mercati internazionali.
Guardando ai volumi, nel 2024 l’Italia ha esportato 299,4mila tonnellate, il 7,8% in meno rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti sono il primo mercato di destinazione e assorbono il 32,2% dell’export, seguiti da Germania (14%) e Francia (6,8%); circa l’80% delle quantità esportate è costituito da olio extravergine. Sul fronte opposto, l’Italia ha importato 411,1mila tonnellate, soprattutto da Spagna, Grecia e Tunisia. In sostanza, l’Italia non è soltanto un grande Paese consumatore e produttore: occupa contemporaneamente una posizione di primo piano sia nelle importazioni sia nelle esportazioni mondiali di olio d’oliva.


Perché l’olio italiano costa più caro
Quando si parla di olio, il prezzo è uno dei punti più delicati dell’intera filiera. Tra la fine del 2022 e l’inizio del 2024, nei principali mercati internazionali, le quotazioni all’origine dell’olio extravergine di oliva, spesso indicato con la sigla EVO, sono quasi raddoppiate. L’extravergine italiano, prendendo come riferimento il mercato di Bari, ha però continuato a mantenere prezzi più elevati rispetto ai principali concorrenti anche quando le quotazioni internazionali hanno iniziato a scendere. A novembre 2025 il prezzo era di 7,58 euro al chilo, contro 5,05 euro per l’olio greco, 4,54 per quello spagnolo e 3,68 per quello tunisino.
In pratica, l’extravergine italiano costava rispettivamente 1,5, 1,7 e 2,1 volte quanto quello greco, spagnolo e tunisino. A sostenere più a lungo le quotazioni italiane hanno contribuito l’annata di bassa produzione, le ridotte scorte iniziali e, secondo Mediobanca, una maggiore qualità percepita. Negli ultimi mesi del 2025, però, i prezzi all’origine sono scesi mentre i costi necessari per produrre sono rimasti sostanzialmente stabili. Per i produttori, quindi, incassare meno senza una diminuzione analoga delle spese ha peggiorato la sostenibilità economica dell’attività.
Olio extravergine, vendite in aumento
I dati della grande distribuzione mostrano quanto il prezzo possa incidere sugli acquisti di olio delle famiglie italiane. Circa il 70% dei consumi di olio d’oliva in Italia passa dalla Gdo e, nei dodici mesi terminati con il terzo trimestre 2025, le vendite complessive sono diminuite del 7,1% a valore, mentre le quantità acquistate sono aumentate del 12,6%. Nel complesso si è quindi comprato più olio, ma il valore totale delle vendite è sceso: a guidare questa dinamica è stato soprattutto l’extravergine, che rappresenta circa il 90% dei volumi venduti.
Per l’olio extravergine, infatti, le quantità acquistate sono cresciute del 16,3%, mentre il prezzo medio di acquisto è diminuito del 18,1%. Un segnale chiaro di quanto i consumatori reagiscano ai prezzi più bassi. Anche le promozioni hanno avuto un ruolo importante: la quota dei volumi di extravergine venduti in promozione ha raggiunto il 59,8%, con un aumento del 19,7% rispetto all’anno precedente. Più debole, invece, il segmento dei prodotti a marchio del distributore, che rappresentano circa un quarto delle vendite e hanno registrato un calo del 19,6% a valore e dell’8,2% a volume.
Quanti oli Dop e Igp ci sono in Italia
Se c’è un campo in cui l’Italia può vantare un patrimonio particolarmente ricco, è quello della qualità certificata: il Paese conta 42 oli Dop e 8 Igp, per un totale di 50 denominazioni riconosciute. Una presenza significativa, che rappresenta il 32,3% di tutti i prodotti Dop e Igp registrati nell’Unione europea nel comparto oli e grassi. Il loro peso economico, però, resta ancora limitato: nel 2024 queste produzioni hanno rappresentato appena il 2% del valore della produzione nazionale di olio d’oliva, l’1,4% dei consumi e il 2% dell’export.
Un quadro simile emerge per il biologico: il 24% delle superfici olivetate italiane è coltivato secondo questo metodo, ma la quota scende al 15% se si guardano i volumi effettivamente prodotti. Puglia, Calabria e Sicilia concentrano insieme l’87% della produzione biologica. Le vendite, però, crescono: nel 2024 quelle di olio extravergine biologico nella grande distribuzione sono aumentate del 37,5%, raggiungendo 65,9 milioni di euro. Il prezzo medio allo scaffale è stato di 12,3 euro al litro, contro 9,6 euro per l’extravergine convenzionale.
Industria dell’olio, il fatturato cresce
Le principali aziende italiane dell’olio d’oliva
Nel mercato dell’olio, fatturati elevati non significano necessariamente grandi profitti. I dati di bilancio 2024 delle dieci aziende considerate mostrano differenze nette tra dimensione del giro d’affari e risultato economico. Come si vede anche dal grafico in termini di fatturato guida Lucchese Olii e Vini con 517,7 milioni di euro, davanti a Pietro Coricelli con 415 milioni e Fiorentini Firenze con 380,9 milioni. Seguono Carapelli Firenze con 365 milioni, Castel del Chianti con 329,4 milioni, Olitalia con 293,9 milioni, Costa d’Oro con 206,5 milioni, Valpesana con 203 milioni, Santagata 1907 con 185,6 milioni e Farchioni Olii con 171,3 milioni.
La graduatoria cambia però quando si guarda all’utile netto. Fiorentini Firenze registra il risultato migliore, con 10,1 milioni di euro, seguita da Castel del Chianti con 8,36 milioni e Santagata 1907 con 4,86 milioni. All’opposto, Lucchese Olii e Vini, prima per fatturato, chiude il 2024 con una perdita di 5,1 milioni, mentre Carapelli Firenze registra un rosso di 40,3 milioni. I numeri mostrano quindi con chiarezza che, anche tra i principali operatori considerati, la dimensione dei ricavi non coincide automaticamente con una maggiore redditività.
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Fonti: Area Studi Mediobanca, International Olive Council, Istat, Ismea, NielsenIQ, UN Comtrade, Commissione europea
Anni di riferimento: 2024-2026
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