Il nucleare in Italia coprirebbe solo l’11% dell’energia

Non si eliminerebbe la nostra dipendenza: il 90% dell’uranio lo hanno 6 Paesi

Nucleare in Italia, sì o no? È una domanda che torna spesso nel dibattito pubblico nel nostro Paese, soprattutto quando ci si addentra in discussioni su prezzi dell’energia e transizione ecologica. La domanda che tutti si fanno è: quanto peserebbe davvero il nucleare nel sistema energetico italiano, anche nello scenario più favorevole?

Come emerge dal report di Banca d’Italia Atomo fuggente, le stime del Piano nazionale integrato energia e clima e della Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile sono tutt’altro che trionfalistiche. Nello scenario considerato, la capacità installata arriverebbe a 8 gigawatt tra il 2030 e il 2050. A regime, questa potenza produrrebbe 64,2 terawattora di elettricità all’anno, coprendo l’11 per cento della domanda elettrica stimata per il 2050. Numeri che aiutano a ridimensionare le aspettative: anche ipotizzando il ritorno del nucleare in Italia, non si parlerebbe di una svolta, ma di un contributo aggiuntivo, con un peso limitato sugli equilibri complessivi del sistema elettrico.

Quanto costa una centrale nucleare in Italia

Ma quanto costerebbe ottenere quell’11 per cento di elettricità con una un programma di nuove centrali nucleari in Italia? Il punto chiave è che nel nucleare quasi tutta la spesa arriva prima ancora di produrre un solo chilowattora. Le stime indicano almeno 40 miliardi di euro di costi diretti di costruzione per arrivare alla capacità complessiva di 8 gigawatt. A questa cifra vanno aggiunti i costi finanziari, cioè gli interessi sul capitale necessario per costruire gli impianti.

Una volta entrate in funzione, le centrali nucleari sono invece relativamente economiche da gestire. Meno del 10 per cento del costo dell’elettricità prodotta dipende da esercizio, manutenzione e combustibile. La parte dominante del costo, tra l’80 e l’85 per cento, è legata alla costruzione dell’impianto e al capitale investito. Questo significa che il prezzo finale dell’elettricità nucleare dipende molto più da quanto costa costruire la centrale e da quanto tempo ci si mette, che non dal funzionamento quotidiano dell’impianto.

Rinnovabili più flessibili del nucleare

Anche le rinnovabili hanno molti costi fissi – che arrivano al 90–95 per cento per eolico e fotovoltaico con accumuli – ma con una differenza decisiva: si costruiscono più in fretta e a pezzi, adattando gli investimenti nel tempo. Una centrale nucleare, invece, richiede grandi capitali tutti insieme e per molti anni. Se i tempi si allungano o i tassi salgono, il prezzo dell’elettricità nucleare aumenta, indipendentemente da quanto poi la centrale funzioni bene una volta entrata in esercizio.

Nucleare: ogni anno di ritardo costa miliardi

Mai come nel nucleare il tempo è denaro. Ogni anno in più di cantiere fa salire il costo finale. Secondo il report di Banca d’Italia, una centrale completata in 5 anni con un tasso di interesse del 5 per cento vede gli interessi pesare per il 17 per cento dei costi diretti; se i tempi diventano 7 anni e il tasso sale al 10 per cento, il peso degli interessi arriva al 49 per cento. Non è un rischio teorico. Come si vede anche nel grafico sui principali Paesi nucleari, anche dove l’esperienza non manca i tempi medi di costruzione oscillano spesso tra 6 e 10 anni, e nei casi più complessi vanno oltre. Basta quindi anche un solo anno di ritardo per aggiungere miliardi al conto finale.

Le promesse del nucleare di quarta generazione, spesso presentato come più rapido grazie ai reattori modulari, non cancellano questo rischio. I tempi stimati di 4–5 anni per i primi prototipi e 3–4 anni per quelli successivi restano ipotesi teoriche, che non includono autorizzazioni, ricorsi e problemi iniziali. Il caso di Hinkley Point C, nel Regno Unito, è emblematico: il costo dell’impianto è passato da 18 a 47 miliardi di sterline, in larga parte a causa dei ritardi e dell’aumento degli oneri finanziari.

Perché il nucleare non abbassa le bollette

L’idea che con il nucleare in Italia la bolletta della luce delle famiglie scenderebbe in modo sensibile è diffusa, ma a ben guardare non è supportata dai numeri. Quando arriva la bolletta, infatti, le famiglie con il loro poratafoglio non pagano solo l’energia consumata. Il prezzo finale è composto da più voci, e solo una parte dipende dal costo di produzione dell’elettricità.

Negli ultimi anni il prezzo dell’elettricità sul mercato all’ingrosso ha inciso fino al 75 per cento sulla bolletta delle famiglie. Il restante 25 per cento è fatto di voci che non dipendono da come viene prodotta l’energia: reti, oneri di sistema, imposte e altre componenti fissate per legge o dall’autorità di regolazione. Queste parti della bolletta restano identiche anche se cambia il mix energetico. Ma c’è di più: il nucleare non è una tecnologia a basso costo all’origine. Con investimenti iniziali molto elevati e tempi lunghi di costruzione, difficilmente può abbassare il prezzo dell’elettricità all’ingrosso. Il risultato è che, anche ipotizzando l’ingresso del nucleare in Italia, le bollette delle famiglie non scenderebbero, e in alcuni scenari potrebbero addirittura risentire dei costi necessari a finanziare i nuovi impianti.

Prezzi dell’energia: il caso Svezia

Quando si parla di energia nucleare in Italia, il confronto più citato è quasi sempre quello con il nucleare in Francia. In realtà, per capire se il nucleare può incidere davvero sui prezzi dell’elettricità, il Paese da guardare è un altro: la Svezia. Qui il mix energetico è molto diverso da quello italiano. Circa il 40 per cento dell’elettricità è prodotta da idroelettrico, il 29 per cento da nucleare e il gas naturale ha un ruolo marginale. In questo contesto, in alcune ore dell’anno la domanda viene coperta senza ricorrere a fonti costose e il prezzo dell’elettricità può essere fissato da impianti nucleari o idroelettrici, con costi di produzione più bassi. È in queste ore che in Svezia il nucleare riesce davvero a incidere sui prezzi.

Secondo il report di Banca d’Italia, però, questo meccanismo non è replicabile in Italia. Anche ipotizzando il ritorno del nucleare, il gas naturale resterebbe indispensabile per garantire l’equilibrio della rete in molte ore della giornata. Di conseguenza, continuerebbe a essere il gas la tecnologia che determina il prezzo dell’elettricità. È per questo che, a differenza di quanto avviene in Svezia l’introduzione dell’energia nucleare in Italia difficilmente porterebbe benefici visibili sulle bollette delle famiglie.

Nucleare in Italia

Indipendenza energetica: i limiti del nucleare

La riduzione della dipendenza energetica dall’estero è uno degli argomenti più citati a favore del nucleare. Ma anche qui i numeri invitano alla cautela. L’Italia resta tra i Paesi europei più esposti: in media il 78 per cento dell’energia consumata arriva da Paesi extra Unione europea, contro il 57 per cento della media UE. Il nucleare ridurrebbe l’uso del gas importato, ma non azzererebbe la dipendenza, perché ne creerebbe un’altra.

La filiera nucleare è infatti concentrata in poche mani. Sei Paesi coprono il 90 per cento della produzione mondiale di uranio e il Kazakistan da solo vale il 43 per cento dell’estrazione globale. Ancora più critica è la fase industriale: il 40 per cento dell’arricchimento dell’uranio è controllato dalla Russia. Non a caso, nel 2024 l’Unione europea ha importato dalla Russia uranio grezzo, uranio arricchito e combustibile nucleare per circa 700 milioni di euro, nonostante le tensioni geopolitiche e il conflitto in corso con l’Ucraina. In pratica, il nucleare non elimina la dipendenza energetica: fa solo cambiare fornitore, dal gas a una filiera nucleare concentrata in poche mani.

Clima: cosa può fare il nucleare

Sul clima il contributo del nucleare effettivamente esiste, ma va letto nelle giuste proporzioni. In Italia, nel 2022, le emissioni di gas serra sono state 413 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, e l’82 per cento è legato agli usi energetici. Decarbonizzare la produzione elettrica è quindi cruciale, e il nucleare può contribuire perché genera elettricità con emissioni molto basse lungo l’intero ciclo di vita.

Su scala globale i numeri spiegano perché venga preso in considerazione: tra il 1971 e il 2023 il nucleare ha evitato 72 gigatonnellate di CO₂ e oggi consente di evitare 1,5 gigatonnellate all’anno, circa il 3 per cento delle emissioni mondiali. È un aiuto concreto per garantire una produzione continua di elettricità a basse emissioni, il cosiddetto carico di base. Senza una forte crescita di rinnovabili, efficienza energetica e reti, il nucleare non basta da solo.

Per chi il nucleare può funzionare

Il possibile ruolo del nucleare cambia molto a seconda di chi consuma l’energia. Per le famiglie, l’elettricità è usata in modo intermittente e il prezzo in bolletta dipende solo in parte da come viene prodotta. Per alcune industrie, invece, il problema è completamente diverso. Il caso più evidente è quello dell’acciaio. In Italia l’85 per cento della produzione avviene con forni elettrici, contro circa il 40 per cento nella media dell’Unione europea.

I forni elettrici hanno una caratteristica precisa: richiedono grandi quantità di elettricità continua, non facilmente modulabile, disponibile 24 ore su 24 e a prezzi stabili. Fermarli o rallentarli è costoso e tecnicamente complesso. In questo contesto, spiega il report, una fonte programmabile come il nucleare può avere un’utilità maggiore: non tanto perché abbassa il costo dell’energia, ma perché riduce il rischio di interruzioni e di forte volatilità dei prezzi, un fattore cruciale per questo tipo di produzione industriale.

Nucleare: meno suolo per più energia

C’è poi un vantaggio di cui si parla poco quando si discute di nucleare: lo spazio. A parità di energia prodotta, il nucleare occupa molto meno suolo rispetto alle altre fonti. Si parla di circa 1 metro quadrato per megawattora, contro valori che per il fotovoltaico a terra possono arrivare fino a 40 metri quadrati per anno.

Le stime della Piattaforma nazionale per un nucleare sostenibile mostrano che, tenendo conto dei fattori di utilizzo, un impianto fotovoltaico richiede 1.560 volte più suolo di un impianto nucleare, mentre l’eolico 450 volte di più. Questi dati non rendono certo il nucleare una soluzione valida ovunque, ma chiariscono perché possa offrire un vantaggio specifico nei territori densamente popolati o nelle aree industriali, dove lo spazio è scarso e la domanda di elettricità è concentrata.

 

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