Aumentano le morti dovute a malattie respiratorie (4,4%) e infettive (4,8%)
Passata la fase in cui un solo fattore, il Covid, sembrava spiegare ogni cosa, i dati sulla mortalità italiana tornano a raccontare differenze più nette tra cause, età e territori. L’ultimo dato ufficiale Istat registra 666.131 morti, contro i 721.974 dell’anno precedente: quasi 56mila in meno, pari a un calo del 7,7%. Anche il tasso standardizzato, cioè l’indicatore che misura la mortalità al netto dell’età della popolazione, rientra sui livelli pre-pandemici: 82,6 decessi ogni 10mila abitanti, praticamente lo stesso valore del 2019, quando era 82,5.
Eppure i numeri non raccontano un semplice ritorno al passato. Mentre l’impatto diretto dell’emergenza sanitaria si riduce, emergono altri segnali da leggere con attenzione: l’aumento delle malattie respiratorie e infettive, il peso dell’invecchiamento del Paese sulla struttura dei decessi e il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno. In altre parole, l’Italia registra meno morti rispetto alla fase precedente, ma non si muore ovunque e per le stesse cause allo stesso modo.
Da cuore e tumori oltre metà dei decessi
Al netto del Covid, la gerarchia delle cause di morte cambia poco: in cima restano le malattie del sistema circolatorio e i tumori. Le prime sono ancora la principale causa di morte in Italia, con 206.119 decessi. I tumori seguono con 175.147 morti. Insieme spiegano il 57% di tutti i decessi: più di una morte su due dipende quindi da queste due grandi famiglie di patologie. Ma anche qui il dato medio va aperto.
Tra le donne pesano di più le malattie circolatorie, che rappresentano il 33% dei decessi totali, mentre tra gli uomini i tumori sono leggermente prevalenti: 30% contro il 28% delle malattie del sistema circolatorio. C’è poi un altro elemento che racconta l’effetto dell’età sulla mortalità: le demenze, inclusa la malattia di Alzheimer, incidono per il 7% tra le donne e per il 3% tra gli uomini. Una differenza che si lega anche alla maggiore longevità femminile e al peso crescente dell’invecchiamento nella struttura dei decessi.
Incidenti stradali, il peso maggiore è tra i giovani
Tra i più giovani, una quota rilevante della mortalità passa anche dalla strada. Sotto i 50 anni gli incidenti di trasporto hanno un tasso di 0,42 decessi ogni 10mila abitanti e rappresentano l’8,3% di tutte le morti della fascia 0-49 anni. È una percentuale molto più alta rispetto a quella osservata nelle età successive: tra i 50 e i 64 anni il peso degli incidenti di trasporto scende all’1,3%, mentre dai 65 anni in poi resta sotto lo 0,5%.
Covid, decessi in calo
Il cambiamento più netto riguarda però il Covid, che non sparisce dai dati ma smette di occupare il centro della mortalità italiana come fatto negli anni precedenti. Nel 2022 i decessi attribuiti al virus erano stati 51.630; nell’ultimo dato disponibile scendono a 15.895. Significa 35.735 morti in meno, con un calo del 69% in un solo anno. Anche il tasso standardizzato mostra la stessa frenata: da 6,4 a 1,9 morti ogni 10mila abitanti. Il virus resta soprattutto un rischio per le età più avanzate: oltre il 74% dei decessi per Covid riguarda persone con più di 80 anni.
Aumentano le morti polmonite e influenza
Mentre la mortalità complessiva scende e molte grandi patologie fanno segnare un calo, due gruppi crescono: le malattie respiratorie e quelle infettive. Le prime arrivano a 52.925 decessi, con un aumento del 4,4% rispetto all’anno precedente. Le seconde raggiungono 17.719 morti, in crescita del 4,8%. Anche guardando ai tassi standardizzati, quindi depurati dall’effetto dell’età, il segnale resta: le respiratorie aumentano del 3,1%, le infettive del 3,3%. Nel caso delle malattie respiratorie, il movimento è legato soprattutto alla ripresa di polmonite e influenza, il cui tasso cresce del 15,3%.


Quali cause di morte crescono rispetto al pre-Covid
Per capire davvero che cosa è cambiato, però, non basta confrontare l’ultimo dato con l’anno precedente. Serve guardare anche al periodo immediatamente prima della pandemia, cioè alla media 2018-2019. Ed è qui che il quadro diventa meno lineare. I decessi totali restano superiori del 4,5% rispetto a quel biennio, segno che il sistema non è tornato in tutto e per tutto al punto di partenza. Come si vede anche dal grafico, alcune cause mostrano aumenti molto marcati: le malattie dell’apparato genito-urinario crescono del 34%, le malattie infettive del 24%, il diabete del 7,5%, le cause esterne del 6,6% e le malattie dell’apparato digerente del 3,7%. Le respiratorie, invece, risultano quasi ferme rispetto al periodo pre-pandemico, con un aumento dello 0,4%.
Come cambiano le cause di morte con l’età
Le cause di morte cambiano molto a seconda dell’età. Sotto i 50 anni la mortalità resta molto più bassa rispetto alle fasce anziane: il tasso complessivo è di 5,1 decessi ogni 10mila abitanti. Ma la composizione è diversa da quella osservata nel resto della popolazione. I tumori sono la prima causa e spiegano circa il 30% dei decessi in questa fascia d’età. Subito dopo arrivano le cause esterne, con il 22%: dentro questa categoria rientrano incidenti, suicidi, avvelenamenti e altri eventi traumatici. Le malattie del sistema circolatorio, che nella popolazione generale sono la prima causa di morte, sotto i 50 anni pesano invece per il 12%.
Tra gli under 50 pesano di più incidenti e traumi
È proprio tra gli under 50 che gli eventi traumatici hanno un’incidenza più evidente. Gli incidenti di trasporto, ad esempio, hanno un tasso di 0,42 decessi ogni 10mila abitanti e rappresentano l’8,3% di tutte le morti della fascia 0-49 anni. Nelle età successive il peso cala nettamente: scende all’1,3% tra i 50 e i 64 anni e resta sotto lo 0,5% dai 65 anni in poi. Dentro la stessa grande classe 0-49 anni c’è poi un dato da leggere con cautela: le condizioni che hanno origine nel periodo perinatale spiegano circa il 5% dei decessi. Non riguardano tutta la popolazione giovane allo stesso modo, ma soprattutto il primo anno di vita. Il dato aiuta però a ricordare che nella fascia 0-49 convivono situazioni molto diverse: mortalità infantile, mortalità giovanile legata agli eventi esterni e mortalità adulta, dove iniziano a pesare di più tumori e malattie circolatorie.
Dai 50 anni i tumori diventano la prima causa
Tra i 50 e i 79 anni la mortalità cambia scala e i tumori diventano il vero asse centrale. Nella fascia 50-64 anni hanno un tasso di 18 decessi ogni 10mila abitanti: da soli valgono quasi la metà della mortalità complessiva di questa classe d’età. Le malattie del sistema circolatorio arrivano dopo, ma a distanza, con 6,9 morti ogni 10mila abitanti. Il quadro resta simile anche tra i 65 e i 79 anni, dove i tumori continuano a essere la prima causa, ma il panorama si allarga: con l’avanzare dell’età crescono anche il peso delle malattie circolatorie, delle patologie respiratorie e del diabete.
Dopo gli 80 anni il cuore supera i tumori
Dopo gli 80 anni, invece, cambia la gerarchia. Le malattie del sistema circolatorio superano i tumori e spiegano il 36% della mortalità totale tra gli ultraottantenni. Il tasso generale scende di quasi il 10% rispetto all’anno precedente e torna vicino ai livelli pre-pandemici: 968,8 decessi ogni 10mila abitanti, contro i 963,6 del 2019. Ma sopra questa soglia la mortalità racconta soprattutto il peso dell’invecchiamento del Paese. Accanto alle patologie cardiovascolari diventano più rilevanti le malattie respiratorie, le demenze e la malattia di Alzheimer. Anche le cadute accidentali vanno lette in questa cornice: dal 2020 la mortalità legata alle cadute è aumentata soprattutto tra gli ultraottantenni; nel 2023 registra un lieve calo, ma resta sopra i livelli pre-pandemici. Non contano solo le grandi malattie croniche, quindi, ma anche fragilità fisica, autonomia, prevenzione e sicurezza degli ambienti di vita.
Al Sud la mortalità resta più alta
La mortalità italiana non cambia solo con l’età, ma anche con il territorio. Il divario più netto riguarda il Mezzogiorno: Sud e Isole registrano tassi superiori a 90 morti ogni 10mila abitanti, mentre il Nord-est si ferma a 76,5, il valore più basso del Paese. La distanza non è solo una fotografia dell’ultimo dato disponibile, perché rispetto al periodo pre-pandemico il Nord è già sceso sotto quei livelli, il Centro è tornato su valori simili, mentre Sud e Isole restano ancora sopra. Anche il ritmo del miglioramento è diverso: rispetto all’anno precedente la mortalità diminuisce in tutte le aree di oltre il 9%, tranne al Sud, dove il calo si ferma al 6%.
Dietro questa differenza ci sono anche cause di morte distribuite in modo non uniforme. Nel Mezzogiorno pesano di più il diabete, le malattie del sistema circolatorio e, in misura più contenuta, le malattie respiratorie. I tumori hanno invece i tassi più elevati nel Nord-ovest, anche se il Sud resta sopra la media nazionale. Le demenze e l’Alzheimer seguono una geografia diversa: i valori più bassi sono nel Sud, quelli più alti nel Nord-ovest e nelle Isole.
Solo tre Paesi Ue hanno meno morti dell’Italia
Il confronto europeo aiuta a mettere il caso italiano nella giusta prospettiva. L’Italia resta tra i Paesi Ue con la mortalità più bassa: il tasso standardizzato è pari a 82,7 decessi ogni 10mila residenti, contro una media europea di 96,3. Fanno meglio soltanto Spagna, Francia e Lussemburgo, mentre i valori più alti si registrano nell’Est Europa, con Bulgaria, Ungheria, Lettonia, Romania e Croazia nella parte alta della classifica. Il vantaggio del vivere in Italia si vede soprattutto nelle malattie del sistema circolatorio: 24,7 morti ogni 10mila abitanti, contro 31,3 della media Ue. La Francia è il Paese con il valore più basso, 16,3, mentre l’Italia resta comunque sotto la media continentale.
Anche per i tumori il dato italiano è leggermente migliore: 22,9 contro 23,3 dell’Ue. In questo caso i livelli più bassi si trovano a Cipro, con 18,8, e poi in Paesi come Finlandia, Svezia, Lussemburgo e Malta. Sul Covid, invece, l’Italia è sostanzialmente allineata al resto d’Europa: 1,9 decessi ogni 10mila abitanti, contro 2,0 della media Ue. La distanza tra Paesi è contenuta, ma esistono differenze: si va dall’1,1 della Romania al 4,4 della Grecia, con Grecia, Cipro e Finlandia sopra quota 3. L’eccezione italiana più evidente riguarda il diabete: qui il tasso è 2,8, superiore alla media europea di 2,4.
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Fonti: Istat.
Anni di riferimento: 2023
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