Solo il 50,3% delle prime visite prescritte entra nel percorso del Sistema sanitario
Le liste d’attesa non sono più soltanto un indicatore della pressione sul Servizio sanitario nazionale. Sono diventate una misura concreta della capacità del sistema di trasformare una prescrizione in una prestazione, un bisogno di cura in un appuntamento, una domanda sanitaria in una risposta entro tempi definiti. La novità è che, per la prima volta, questa capacità può essere letta su scala nazionale attraverso una base dati unica.
Con l’introduzione della Piattaforma Nazionale delle Liste d’Attesa, prevista dal DL 73/2024, è possibile misurare per la prima volta il fenomeno su scala nazionale: Agenas — l’Agenzia nazionale che monitora i servizi sanitari regionali — ha acquisito 65 milioni di prenotazioni tra gennaio 2025 e aprile 2026, relative alle strutture pubbliche e alle strutture private accreditate. È una base dati nazionale, costruita su informazioni amministrative e non su rilevazioni parziali, che permette di osservare il funzionamento reale delle agende sanitarie: quante prestazioni vengono garantite nei tempi previsti, quali classi di priorità reggono meglio, quali territori migliorano e dove emergono ancora colli di bottiglia.
Quanto si aspetta per visite ed esami
La prima lettura dei dati indica un miglioramento, ma non consente certo di parlare di problema risolto. Nel primo quadrimestre 2026 le prime visite, cioè il primo accesso a uno specialista dopo la prescrizione del medico, sono state garantite entro i tempi previsti nel 78,7% dei casi, contro il 76,1% registrato nello stesso periodo del 2025. L’aumento è di 2,6 punti percentuali. Anche gli esami diagnostici, cioè accertamenti come ecografie, Tac, risonanze o altri controlli necessari ad approfondire un sospetto clinico, migliorano, passando dall’83,0% all’84,7%, con una crescita di 1,7 punti percentuali.
La direzione è quindi positiva, ma la distanza tra le due aree resta significativa: nel 2026 gli esami diagnostici rispettano i tempi nel 84,7% dei casi, mentre le prime visite si fermano al 78,7%. La differenza è di 6,0 punti percentuali e indica che il primo accesso allo specialista resta uno dei passaggi più fragili del percorso sanitario. È lì che il cittadino entra nel sistema dopo la prescrizione, ed è lì che la capacità di risposta appare meno solida rispetto alla diagnostica.
Per le urgenze si aspetta meno tempo
Il miglioramento non è distribuito allo stesso modo tra tutte le classi di priorità. Nelle prime visite cresce soprattutto la capacità di risposta per le prestazioni più urgenti, quelle in cui il tempo pesa di più sul percorso di cura. La classe U, che indica le visite urgenti da garantire entro 3 giorni, passa dal 76,9% del primo quadrimestre 2025 all’80,6% del primo quadrimestre 2026. La classe B, cioè le visite brevi da erogare entro 10 giorni, sale dal 76,8% all’80,2%. Cresce anche la classe D, quella delle visite differite entro 30 giorni, che passa dal 69,4% al 73,2%. Resta invece ferma la classe P, relativa alle prestazioni programmate entro 120 giorni, stabile all’84,7%. Il dato suggerisce che il sistema sta recuperando soprattutto dove la pressione clinica è più immediata, mentre sulle prestazioni meno urgenti il miglioramento non si vede.
Diagnostica, esami urgenti più lenti
La stessa tendenza si osserva negli esami diagnostici, anche se con una differenza importante: il miglioramento riguarda tutte le classi di priorità, ma le prestazioni più urgenti restano quelle con le percentuali più basse di rispetto dei tempi. In pratica, gli esami che dovrebbero essere garantiti più rapidamente sono anche quelli che il sistema fatica di più a erogare entro la scadenza. La classe U, relativa agli esami urgenti da garantire entro 3 giorni, passa dal 72,4% del primo quadrimestre 2025 al 75,7% del primo quadrimestre 2026. Per la classe B, da erogare entro 10 giorni, il dato sale dal 75,2% al 77,3%. Le percentuali sono più alte nelle prestazioni meno immediate: la classe D, entro 60 giorni, passa dall’83,2% all’85,3%, mentre la classe P, entro 120 giorni, cresce dall’85,8% all’86,8%. Il quadro conferma quindi un miglioramento generale della diagnostica, ma mostra anche che gli esami più urgenti restano il segmento più difficile da garantire nei tempi previsti.

Liste d’attesa, migliorano 16 regioni su 21
Il miglioramento nazionale non si distribuisce però in modo uniforme sul territorio. Per le prime visite, Agenas segnala buoni risultati in 16 Regioni su 21. In 9 Regioni si registra un miglioramento rispetto al 2025. Altre 7 confermano invece una percentuale elevata di rispetto dei tempi, già raggiunta l’anno precedente. Per gli esami diagnostici il quadro è simile, ma non identico. I buoni risultati riguardano 15 Regioni su 21. Tra queste, 6 Regioni migliorano e 9 mantengono una percentuale di garanzia già elevata. Il punto, quindi, non è soltanto che la maggioranza delle Regioni mostra segnali positivi. Il dato nazionale racconta una tendenza al miglioramento. Dentro quella media, però, convivono sistemi regionali con andamenti diversi: alcuni recuperano terreno, altri consolidano performance già alte, altri ancora non mostrano progressi significativi.
In quali regioni si aspetta meno per una visita
Nel confronto tra Regioni, le prime visite raccontano una sanità che viaggia a velocità molto diverse. Con prime visite, come detto anche in precedenza, si intendono i primi accessi a uno specialista dopo la prescrizione del medico, per esempio una visita cardiologica, ortopedica, dermatologica o oculistica. Nel primo quadrimestre 2026 il dato nazionale è al 78,7% di prestazioni garantite entro i tempi massimi, ma sopra questa media – come si vede dal grafico – si collocano regioni con percentuali molto più alte.
Le prime cinque regioni sono Basilicata, con il 98,8%, Marche con il 94,7%, Veneto con il 92,8%, Lazio con il 90,6% e Molise con l’88,8%. All’estremo opposto si trovano la Provincia autonoma di Trento, ferma al 56,1%, la Puglia al 56,2%, la Sardegna al 62,5%, l’Umbria al 63,1% e il Friuli Venezia Giulia al 68,3%. La distanza tra Basilicata e Provincia autonoma di Trento è di 42,7 punti percentuali: significa che la possibilità di ottenere una prima visita nei tempi previsti cambia radicalmente a seconda del territorio.
In quali regioni si aspetta meno per un esame
Per gli esami diagnostici il divario territoriale resta marcato, anche se il dato nazionale è più alto rispetto alle prime visite. Per esami diagnostici si intendono accertamenti come ecografie, Tac, risonanze, radiografie o altri controlli necessari ad approfondire un sospetto clinico. Nel primo quadrimestre 2026, a livello nazionale, l’84,7% degli esami diagnostici è stato garantito entro i tempi previsti. Le prime cinque Regioni sono Veneto, con il 97,6%, Campania con il 96,3%, Basilicata con il 94,9%, Marche con il 92,4% e Toscana con il 90,1%.
In fondo alla classifica si trovano invece Umbria, con il 62,8%, Puglia con il 64,1%, Abruzzo con il 65,0%, Valle d’Aosta con il 69,2% e Sicilia con il 72,8%. La distanza tra Veneto e Umbria è di 34,8 punti percentuali: anche nella diagnostica, quindi, la possibilità di ottenere un esame nei tempi cambia in modo netto da Regione a Regione.
Prime visite, troppe differenze tra quelle programmate
Una maggiore omogeneità nei comportamenti prescrittivi è uno dei passaggi decisivi per governare le liste d’attesa. Non basta sapere quanti appuntamenti sono disponibili: bisogna anche capire con quale priorità una prestazione viene richiesta. È qui che emerge uno dei nodi più delicati del monitoraggio Agenas. La classe P indica le prestazioni programmate, cioè quelle da garantire entro 120 giorni, ma il suo utilizzo cambia in modo radicale da regione a regione. In Basilicata l’85,5% delle prime visite viene classificato in classe P; in Campania la quota è dell’80,1%. All’estremo opposto ci sono la Toscana, con il 7,8%, e il Piemonte, con l’8,2%. La distanza tra Basilicata e Toscana è di 77,7 punti percentuali: una forbice troppo ampia per essere spiegata solo con differenze nei bisogni sanitari dei territori. Il dato mostra che il problema delle liste d’attesa non riguarda soltanto l’organizzazione delle agende, ma anche il modo in cui le prestazioni vengono classificate già al momento della prescrizione.
Quando la ricetta non diventa visita
La nuova piattaforma permette di guardare anche a ciò che accade prima dell’appuntamento, cioè nella fase meno visibile del percorso. A livello nazionale, nel 20% dei casi l’appuntamento effettivamente accettato dal paziente va oltre i tempi massimi di garanzia. Può succedere perché la prima disponibilità proposta non è compatibile con le esigenze della persona, perché la struttura è troppo lontana, perché la data non va bene o perché si preferisce un determinato professionista. Agenas segnala però che, quando questa quota diventa elevata, possono emergere criticità nella gestione delle agende.
Il problema è ancora più evidente nel passaggio precedente: alla prescrizione medica segue una prenotazione al Cup nel 50,3% delle prime visite e nel 54,4% degli esami diagnostici. Una parte dei mancati accessi al Cup, stimata tra il 25% e il 30%, può avere ragioni fisiologiche, ma percentuali così alte indicano che il percorso tra ricetta e prenotazione resta uno dei punti da approfondire. È qui che la lista d’attesa comincia a formarsi, prima ancora che il cittadino abbia un appuntamento fissato.
Prime visite, ritardi già prima dell’appuntamento
Un altro punto critico riguarda il tempo che passa tra la prescrizione e il primo contatto con il Cup. Per le prime visite in classe B, cioè quelle da garantire entro 10 giorni, Agenas considera fisiologica una quota di contatti oltre soglia intorno al 5-6%. Oltre quel livello possono emergere problemi di accessibilità alla prenotazione. Nel 2025 alcune Regioni si avvicinano alla soglia del 20%: nelle Marche il 19,8% dei contatti al Cup avviene oltre i tempi previsti, in Puglia il 19,3% e in Sicilia il 19,1%. Valori elevati si registrano anche nel Lazio, con il 17,6%, e in Toscana, con il 15,0%. Il dato è importante perché mostra che una parte del ritardo può formarsi ancora prima dell’appuntamento: se il cittadino contatta il Cup dopo la soglia prevista per la priorità assegnata, la garanzia dei tempi rischia di indebolirsi già all’inizio del percorso.
Quando la prescrizione resta senza appuntamento
La stessa prescrizione non ha le stesse probabilità di trasformarsi in un appuntamento a seconda della Regione in cui viene emessa. È una delle disuguaglianze meno visibili dell’accesso alle cure: non riguarda il tempo di attesa dopo aver ottenuto una data, ma il passaggio precedente, quello in cui la ricetta entra davvero nel percorso del Servizio sanitario nazionale. Per le prime visite, la quota di prescrizioni prese in carico va dal 67,7% della Provincia autonoma di Bolzano al 33,7% dell’Abruzzo, con una distanza di 34,0 punti percentuali.
Per gli esami diagnostici il divario è ancora più ampio. Si passa dal 73,4% della Provincia autonoma di Bolzano al 37,3% del Lazio. La differenza è di 36,1 punti percentuali. Il Piemonte si colloca sotto la media nazionale per le prime visite, con una presa in carico del 44,9%. È poco sotto il dato nazionale anche per gli esami diagnostici, con il 51,5%. Il punto è che la lista d’attesa non comincia solo quando viene fissato un appuntamento. In molti casi nasce prima, nella distanza tra una prescrizione fatta e una prestazione effettivamente agganciata al sistema di prenotazione.
Come ridurre davvero le liste d’attesa
La risposta alle liste d’attesa, però, non passa solo dall’aumento degli appuntamenti disponibili. Nel documento Agenas vengono indicate diverse misure operative. Tra queste ci sono la centralizzazione delle agende, il lavoro aggiuntivo dei medici e l’apertura di ambulatori e servizi di diagnostica anche nei weekend. A queste misure si aggiunge il recall dei pazienti già prenotati, per ridurre gli appuntamenti non utilizzati. Il documento cita anche i software di intelligenza artificiale, utili per ottimizzare le agende e recuperare i posti rimasti liberi. Un altro strumento è rappresentato dalle app di prenotazione integrate con il Fascicolo Sanitario Elettronico. Sono interventi che possono migliorare l’organizzazione dell’offerta. Ma non esauriscono il problema.
Agenas insiste infatti sull’appropriatezza prescrittiva. Non basta aumentare il numero di visite ed esami disponibili. Bisogna anche capire quali prestazioni sono davvero necessarie e con quale urgenza. In questa direzione vanno i criteri RAO, cioè i Raggruppamenti di Attesa Omogenea. Sono indicazioni che aiutano a collegare il bisogno clinico del paziente al tempo massimo entro cui la prestazione deve essere erogata. Inserirli nei gestionali dei medici serve a rendere più coerente la prescrizione. Lo stesso vale per il confronto tra medici di medicina generale e specialisti, per il teleconsulto e per l’analisi dei quesiti diagnostici. Il punto è che più visite, più esami e più slot aiutano. Ma senza una gestione più precisa della domanda, il sistema rischia di inseguire un fabbisogno che continua a crescere.
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Fonti: Agenas, Nuova Piattaforma Nazionale per il monitoraggio delle liste d’attesa
Anno di riferimento: 2025-2026
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