Liste d’attesa sanità, solo 36,8% delle visite nei tempi

Per una mammografia si può aspettare 320 giorni, per una visita cardiologica 80

Ogni giorno, in Italia, 158.207 prestazioni sanitarie entrano nel sistema: visite da prenotare, esami da eseguire, agende da riempire. È la fotografia del 2025 scattata dalla Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa, che nell’arco dell’anno ha registrato 57.745.698 prenotazioni, di cui 24.192.722 visite e 33.552.976 esami diagnostici, che rappresentano il 58,1% del totale delle prestazioni monitorate. Numeri che, letti così, raccontano un sistema in movimento, capace di assorbire una domanda enorme e continua. Ma è solo guardando dentro questi dati che emerge un’altra realtà: quella dei tempi che si allungano e delle attese che non seguono più le regole previste.

Il tempo di attesa non è un dettaglio del sistema sanitario, ma uno dei suoi indicatori più concreti. E i numeri mostrano una distanza evidente tra ciò che è previsto e ciò che accade. Nel 2025 l’efficienza della pre-lista si ferma al 36,8% per le visite e al 45,0% per gli esami: in altre parole, meno della metà delle prestazioni viene erogata entro i limiti stabiliti. Un disallineamento che non resta confinato nei numeri, ma si riflette anche nei comportamenti dei cittadini: secondo i dati ISTAT, nel 2024 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria.

Lista d’attesa, la domanda non è urgente

Se si guarda alla composizione della domanda, emerge un altro elemento chiave: la gran parte delle prestazioni non ha carattere di urgenza. Come si vede dal grafico, nel 2025 le richieste si concentrano soprattutto nelle classi programmabili (50,3% per gli esami e 37,4% per le visite) e differite (34,5% per gli esami e 43,3% per le visite), mentre le urgenti restano marginali (1,6% per gli esami e 2,2% per le visite).

Le classi di priorità seguono criteri precisi: le prestazioni urgenti devono essere erogate entro 3 giorni, quelle brevi entro 10 giorni, le differite entro 30 giorni per le visite e 60 giorni per gli esami, mentre le programmabili possono arrivare fino a 120 giorni. Nel complesso, oltre 8 prestazioni su 10 rientrano quindi in categorie non urgenti, che consentirebbero una gestione più flessibile dei tempi. Sono 25.350.561 le prestazioni programmabili su un totale di 57.745.698, una quota che da sola restituisce la dimensione della domanda non urgente.

Questo dato, però, apre una questione più profonda: una parte della domanda potrebbe non essere strettamente necessaria. Non a caso, circa la metà degli esami diagnostici si concentra su un numero limitato di test di primo livello, segno di una domanda ripetitiva e standardizzata. Su queste prestazioni, diverse analisi in ambito sanitario – tra cui quelle dell’OCSE e di Choosing Wisely – indicano che fino al 30% degli esami diagnostici può risultare inappropriato, cioè non strettamente utile ai fini diagnostici o terapeutici. In un sistema già sotto pressione, una domanda così ampia – e in parte evitabile – rischia di occupare risorse e contribuire ad allungare ulteriormente le attese per chi ha bisogno di risposte rapide.

Molti pazienti rifiutano la prima proposta

Anche quando la prestazione viene proposta, il sistema incontra un altro ostacolo: l’accettazione da parte dei cittadini. Nel 2025 solo il 34,9% delle visite e il 39,9% degli esami diagnostici viene accettato alla prima disponibilità offerta dal Cup. In altre parole, 2 pazienti su 3 per le visite e 3 su 5 per gli esami rifiutano la prima proposta. Un dato che non misura solo una preferenza individuale, ma segnala un disallineamento tra offerta e bisogni reali.

Le motivazioni non sono tracciate dalla piattaforma, ma la lettura dei numeri suggerisce alcune dinamiche ricorrenti: tempi di attesa troppo lunghi, appuntamenti fissati in sedi lontane dal domicilio oppure in giorni e orari difficilmente compatibili con la vita quotidiana. Il risultato è che una quota significativa di disponibilità resta inutilizzata o viene rinegoziata, rallentando ulteriormente il flusso e contribuendo ad allungare le liste.

Le prestazioni fuori soglia sono la maggioranza

Se si torna al dato più diretto, quello sul rispetto dei tempi, il quadro si fa ancora più chiaro. Nel 2025 le prestazioni che rientrano nei limiti previsti sono il 45,0% per gli esami diagnostici e appena il 36,8% per le visite specialistiche. Significa che, nella maggior parte dei casi, i tempi stabiliti non vengono rispettati. Non si tratta quindi di episodi isolati, ma di una condizione diffusa: il sistema riesce a garantire le scadenze solo per una quota minoritaria delle prestazioni. In termini concreti, per molti cittadini l’attesa supera i limiti previsti già al momento della prenotazione, trasformando quello che dovrebbe essere un parametro di garanzia in un riferimento sempre meno aderente alla realtà.

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Quanto si aspetta davvero per una visita

Per capire cosa significano davvero questi numeri, basta entrare nel dettaglio di alcune prestazioni. Per la mammografia, nelle richieste a priorità breve (entro 10 giorni), la mediana si attesta a 7 giorni. Tuttavia, il 25% dei casi arriva già a 14–16 giorni. Il divario si amplia nelle prestazioni programmabili. La mediana oscilla tra 56 e 82 giorni. Ma una quota non marginale di pazienti attende fino a 250–283 giorni. Guardando all’intera distribuzione, i tempi possono estendersi da 14 fino a 320 giorni. Il 50% degli esami si concentra tra 62 e 110 giorni.

Uno schema simile emerge per la visita cardiologica. Nelle richieste brevi, la mediana è tra 8 e 9 giorni. Tuttavia, il 25% supera i 16 giorni. Nelle prestazioni differite, la mediana si colloca intorno ai 30 giorni. Ma una parte dei pazienti arriva ad aspettare 70–80 giorni o più. Dinamiche analoghe si osservano anche in altre specialità ad alta domanda. Le visite oculistiche programmabili variano da 20 a 239 giorni (media 86 giorni). Le urologiche da 20 a 173 giorni. Le dermatologiche da 32 a 253 giorni.

Tempi di attesa di esami nel 2025

Lo stesso andamento riguarda gli esami diagnostici. Un’ecografia del capo e collo può richiedere da 15 a 254 giorni, una spirometria da 14 a 203 giorni, mentre un elettrocardiogramma da sforzo può arrivare fino a 159 giorni. Anche prestazioni legate a programmi di screening mostrano ritardi significativi: la colonscopia può arrivare fino a 360 giorni, segnalando come le attese si estendano ben oltre i limiti previsti.

Non mancano, tuttavia, aree più performanti. Le prime visite oncologiche urgenti vengono generalmente effettuate entro 2–3 giorni, e tra 3 e 10 giorni per le priorità brevi. Anche gli esami di imaging urgenti (come TAC e risonanze) risultano per lo più eseguiti entro 1–2 giorni. Restano però alcune anomalie anche tra le urgenze: prestazioni come elettromiografia e gastroscopia evidenziano criticità localizzate.

I dati non mostrano le attese più lunghe

Il nodo più delicato riguarda il modo in cui i dati vengono presentati. La piattaforma utilizza mediane e quartili, indicatori che descrivono cosa succede per la maggior parte dei pazienti, ma che non mostrano esplicitamente la parte peggiore delle attese. In concreto, questo sistema statistico non mette in evidenza il dato più critico: il 25% delle prestazioni con i tempi più lunghi.

Questo significa che la fotografia restituita dai dati è solo parziale. Da un lato, circa metà dei pazienti rientra nei tempi previsti; dall’altro, una quota consistente resta fuori soglia e può attendere molto più a lungo. Ma proprio questa fascia finale, la più problematica, non emerge con chiarezza nella lettura immediata dei numeri. I dati raccontano bene ciò che funziona, ma molto meno ciò che non funziona. E il problema delle liste d’attesa si concentra proprio lì, nelle code lunghe, dove l’attesa smette di essere fisiologica e diventa un ostacolo concreto per i cittadini.

Quali prestazioni pesano sulle liste d’attesa

Un ulteriore elemento emerge guardando alla distribuzione dei volumi: la domanda si concentra su un numero limitato di prestazioni. Tra le visite specialistiche, l’oculistica e la dermatologica/allergologica superano entrambe i 2,9 milioni di prenotazioni, seguite dall’ortopedica con circa 2,4 milioni. Sul fronte degli esami diagnostici, l’ecografia dell’addome completo arriva a 2,9 milioni, mentre l’ecografia cardiaca supera i 2,4 milioni. Numeri che mostrano come una parte rilevante della pressione si scarichi sempre sugli stessi ambiti. In queste aree, la combinazione tra alta domanda e capacità limitata genera veri e propri colli di bottiglia strutturali, che tendono a riprodursi nel tempo e a incidere in modo diretto sui tempi di attesa complessivi.

Il weekend non incide sui tempi di attesa

Un margine di intervento esiste ed è già noto: l’estensione delle attività al weekend, indicata anche come possibile leva per ridurre le liste d’attesa. Eppure, nel 2025 il suo utilizzo resta limitato: le prestazioni programmate tra sabato e domenica rappresentano appena il 3,8% degli esami diagnostici e l’1,6% delle visite specialistiche. Numeri che segnalano come questa soluzione, pur prevista e incentivata anche economicamente, abbia avuto un impatto contenuto.

In teoria, ampliare le agende nei giorni non lavorativi permetterebbe di aumentare la capacità del sistema senza intervenire sulle strutture. Nei fatti, però, il contributo resta marginale rispetto ai volumi complessivi. Il risultato è chiaro: una delle leve più immediate per alleggerire la pressione sulle liste viene utilizzata solo in parte. E non incide in modo significativo sull’equilibrio tra domanda e offerta.

Intramoenia: cosa indica sulle liste d’attesa

Un altro dato aiuta a capire come il sistema reagisce alla pressione delle liste: una parte consistente delle prestazioni viene erogata in intramoenia, cioè in regime di attività libero-professionale svolta dai medici all’interno delle strutture pubbliche, ma a pagamento per il cittadino. In pratica, si resta nello stesso ospedale o ambulatorio, ma si salta la lista pagando la prestazione.

Nei sei casi analizzati, questa quota è tutt’altro che marginale. Si va dal 24,1% delle visite dermatologiche/allergologiche al 34,4% degli ecocolordoppler cardiaci, passando per il 31,6% delle visite cardiologiche e il 28,1% delle ecografie dell’addome. In termini concreti, significa che per alcune prestazioni si superano le 800.000 prestazioni annue in intramoenia, con picchi di 833.892 casi per l’ecocolordoppler cardiaco e oltre 825.000 sia per la visita cardiologica sia per l’ecografia dell’addome. Anche per visite molto richieste come l’oculistica (27,4%) e la dermatologica (24,1%), una fetta significativa segue questo canale.

Nel complesso, il dato medio intorno al 30% indica che quasi una prestazione su tre non passa dai tempi ordinari del Servizio sanitario, ma viene erogata a pagamento. Un segnale chiaro: quando l’attesa si allunga, una parte della domanda si sposta su percorsi alternativi, con effetti diretti sia sull’equità di accesso sia sul funzionamento complessivo delle liste.

Perché senza dati regionali la lettura resta parziale

Un altro limite emerge proprio nella struttura dei dati disponibili: la piattaforma restituisce solo una fotografia aggregata a livello nazionale, che non consente di scendere in profondità nell’analisi. Mancano informazioni disaggregate per Regione, per singola azienda sanitaria e per tipologia di erogatore (pubblico o privato accreditato). Questo significa che il dato racconta quanto accade nel complesso, ma non permette di capire dove e perché il sistema si inceppa. Le differenze territoriali – che in sanità sono spesso decisive – restano sullo sfondo, così come le eventuali criticità organizzative locali. Il risultato è una lettura inevitabilmente parziale: la dimensione nazionale offre una sintesi utile, ma senza granularità il dato non consente di individuare i punti di pressione né di orientare interventi mirati.

 

Fonte: Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa, Fondazione Gimbe
Anno di riferimento: 2025

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