La lebbra non è scomparsa: 172.717 casi nel mondo

In Europa 97 diagnosi nel 2024. In Italia l’ultimo non importato risale al 2002

In Romania, a oltre quarant’anni dall’ultimo caso, sono state individuate due persone positive alla lebbra. La notizia, rilanciata dalle agenzie internazionali, ha sorpreso perché riguarda un Paese europeo e una malattia che molti considerano archiviata. Ma i dati globali raccontano una storia diversa. Nel mondo, in un solo anno, i nuovi casi registrati sono 172.717, con un’incidenza di 21,1 casi per milione di abitanti. È un numero in calo – –19,4% rispetto alla metà degli anni Dieci – ma sufficiente a confermare che la lebbra è ancora presente in tutte le regioni del pianeta, anche se con un peso molto diverso da area ad area. E ovviamente rispetto al passato.

I numeri arrivano dagli aggiornamenti epidemiologici globali dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Descrivono una malattia oggi curabile, che richiede contatti prolungati per essere trasmessa e che nei Paesi europei compare quasi esclusivamente come caso di importazione. Ma mostrano anche un dato strutturale: finché ogni anno si registrano centinaia di migliaia di nuovi casi, la lebbra resta una realtà della sanità globale, non un semplice residuo del passato.

I Paesi dove c’è ancora la lebbra

Se la lebbra oggi sembra lontana, è perché è fortemente concentrata. Quasi tutti i nuovi casi nel mondo non sono distribuiti in modo uniforme: il 95,9% è rilevato in 23 Paesi considerati prioritari dall’Oms. Tre di questi da soli spiegano gran parte del fenomeno. India, Brasile e Indonesia concentrano il 79,8% dei casi mondiali. Qui la lebbra non è episodica né residuale: è una presenza strutturale, legata a fattori sociali, sanitari e territoriali che continuano a favorirne la circolazione.

Guardando ai numeri assoluti, nel 2024 la classifica dei Paesi con più nuovi casi è netta. In testa c’è l’India con 100.957 diagnosi, seguita dal Brasile (22.129) e dall’Indonesia (14.698). Poi vengono Bangladesh (3.519), Repubblica Democratica del Congo (3.038), Mozambico (2.863), Etiopia (2.523), Nepal (2.472), Nigeria (1.770) e Madagascar (1.713). Tutti insieme spiegano perché, nonostante i progressi globali, la lebbra continui a esistere: non come emergenza diffusa, ma come malattia radicata in aree precise del mondo.

Europa marginale, ma i casi crescono

Come si vede anche nel grafico, nel confronto globale, l’Europa pesa pochissimo. Nel 2024 nella Regione europea Oms ha registrato 97 nuovi casi di lebbra, pari a meno dello 0,1% dei 172.717 casi mondiali. L’incidenza è di 0,1 casi per milione di abitanti. Per capire l’ordine di grandezza basta guardare alle altre aree del mondo: nel Sud-Est asiatico i nuovi casi sono 124.295 (il 72% del totale globale), nelle Americhe 23.600 (13,7%), in Africa 19.171 (11,1%). L’Europa è fuori scala: i numeri non sono comparabili.

Eppure, nel confronto con l’anno precedente, l’Europa mostra un aumento percentuale molto elevato: +162,2%. Un dato che colpisce, ma che va letto insieme ai valori assoluti. Significa passare da poche decine di casi a 97, non da centinaia a migliaia. È l’effetto tipico dei numeri piccoli: variazioni minime in termini assoluti producono aumenti percentuali enormi. Lo stesso non accade nelle regioni dove la lebbra è endemica: nel Sud-Est asiatico, ad esempio, i casi diminuiscono del 5,4%, in Africa dell’8,9%, nelle Americhe del 4,7%.

Europa e Italia, casi solo importati

In Europa la lebbra resta quindi un fenomeno marginale e ben circoscritto. I dati mostrano che il 72,2% dei casi registrati è non autoctono, cioè riguarda persone che hanno contratto la malattia fuori dal continente, e che in 19 Paesi europei tutti i casi rilevati rientrano in questa categoria. È il motivo per cui la lebbra può riapparire a tratti nelle cronache senza mai trasformarsi in un problema sanitario strutturale: non esiste una circolazione endemica stabile, ma solo casi sporadici legati alla mobilità internazionale, intercettati dai sistemi sanitari.

In Italia la lebbra è oggi una malattia rara, inserita nell’elenco nazionale con codice di esenzione RA0010, e il quadro epidemiologico è molto netto. L’ultimo caso autoctono risale al 2002 e da allora non si è più registrata trasmissione sul territorio nazionale, anche perché non esistono condizioni favorevoli alla diffusione della malattia. Questo, però, non significa assenza di diagnosi. Negli anni successivi sono emersi solo casi di importazione, legati a soggiorni in Paesi endemici e senza effetti secondari. A conferma di questa dinamica, nel 2017 sono stati notificati 8 nuovi casi, tutti riconducibili a contagi avvenuti all’estero. In pratica, la lebbra in Italia non circola: arriva dall’esterno, viene intercettata e trattata.

lebbra nuovi casi

Pochi casi, ma diagnosi spesso tardiva

Il problema, oggi, non è tanto quanto la lebbra si diffonda, ma quando viene intercettata. A livello globale, il 5,3% dei nuovi casi viene diagnosticato quando sono già presenti disabilità visibili, un segnale chiaro di diagnosi tardiva. Non indica una maggiore contagiosità della malattia, ma piuttosto difficoltà nell’accesso precoce alle cure. Anche in Europa, dove i numeri complessivi sono molto bassi, questo aspetto non scompare: nel 2024 sono stati registrati 20 casi con disabilità di grado 2, a conferma che il ritardo diagnostico può verificarsi anche in contesti sanitari avanzati.

Quando la lebbra colpisce i bambini

Quando la lebbra colpisce i bambini, il messaggio è ancora più diretto. Nel mondo, nel 2024, i casi pediatrici sono stati 9.397, pari al 5,4% del totale. Il dato è in miglioramento: il tasso è più che dimezzato rispetto al 2015, passando da 9,9 a 4,7 casi per milione di bambini. Ma non è azzerato. In Europa, nello stesso anno, sono stati segnalati 2 casi pediatrici. Numeri minimi, ma sufficienti a ricordare che, finché compaiono nuove diagnosi tra i più giovani, la trasmissione della malattia non può dirsi completamente interrotta.

La lebbra oggi è una malattia curabile

La lebbra, conosciusta anche come Malattia di Hansen, è un’infezione batterica che colpisce soprattutto la pelle e i nervi periferici. Non è altamente contagiosa e non si trasmette con contatti occasionali: servono esposizioni prolungate nel tempo. Oggi, soprattutto, non è più una condanna. Tutti i casi possono essere curati con una terapia standard messa a punto dall’Oms, che permette la guarigione completa in 6–12 mesi. Dal punto di vista clinico, quindi, la lebbra è una malattia controllabile e trattabile, anche nei contesti più fragili.

Il punto non è più la cura, ma l’eliminazione della trasmissione. L’Oms ha fissato questo obiettivo entro il 2030, spostando l’attenzione su tre fronti chiave: sorveglianza, per intercettare i casi anche quando sono pochi; diagnosi precoce, per evitare disabilità e ritardi nelle cure; e lotta allo stigma, che resta uno dei principali ostacoli all’accesso ai servizi sanitari. Finché la lebbra continuerà a essere nascosta o temuta, più che riconosciuta e trattata, la sua presenza nel mondo non potrà dirsi davvero superata.

Domande e risposte
La lebbra esiste ancora nel mondo?
Sì. Nel 2024 sono stati registrati 172.717 nuovi casi nel mondo. Il numero è in calo rispetto al passato, ma la lebbra è ancora presente in tutte le regioni, soprattutto in alcuni Paesi.
Dove si concentra la maggior parte dei casi?
Il 95,9% dei nuovi casi si concentra in 23 Paesi. India, Brasile e Indonesia da soli rappresentano quasi l’80% delle diagnosi mondiali.
Qual è la situazione in Europa?
Nel 2024 in Europa sono stati segnalati 97 casi, meno dello 0,1% del totale mondiale. L’incidenza resta molto bassa e non paragonabile alle aree endemiche.
I casi europei sono autoctoni?
Nella maggior parte dei casi no. Il 72,2% delle diagnosi riguarda infezioni contratte fuori dall’Europa. In molti Paesi europei tutti i casi sono importati.
Qual è il quadro in Italia?
L’ultimo caso autoctono risale al 2002. Da allora si registrano solo casi importati, intercettati e trattati senza diffusione sul territorio nazionale.
La lebbra è una malattia curabile?
Sì. Oggi la lebbra è curabile con una terapia standard dell’Oms. Il trattamento dura 6–12 mesi e consente la guarigione completa.