In Germania solo l’8,1%. Radiografia di un settore tra salari bassi e caporalato
Il settore agricolo è ancora molto importante in Italia. Non tanto in termini di Prodotto Interno Lordo, visto che rappresenta solo l’1,9% del Pil dell’Italia (in linea con la media europea) ma dal punto di vista lavorativo. Il 4% degli lavoratori italiani, infatti, ha decido di lavorare in agricoltura. Anche in questo caso siamo esattamente nella media europea. Dipendono molto di più da questo settore alcuni Paesi dell’Est più arretrati economicamente come la Romania, mentre ha un impatto decisamente inferiore in Germania, dove solo il 0,7% del Pil proviene dall’agricoltura.
La produttività del lavoro in agricoltura
Ma il dato più importante è la differenza tra il peso sul valore aggiunto e quello sull’occupazione. Il fatto che il secondo sia molto più alto indica che la produttività è molto bassa: un’ora di lavoro in agricoltura genera meno Pil in Italia di una nell’industria e nei servizi. La conseguenza è che i salari, oltre che i margini e gli utili, devono essere minori. Ed è questo il principale motivo per cui in alcuni Paesi il lavoro in agricoltura dipende dal lavoro degli stranieri.
In particolare in Italia e Spagna, che si trovano nella situazione di essere Paesi del “Primo Mondo”, avanzati, a reddito alto, ma in cui il settore primario ha allo stesso tempo un peso così importante.

In Germania il 91,9% dei lavoratori in agricoltura è tedesco
In questi due Stati quindi l’agricoltura è sempre meno svolta a livello familiare ed è organizzata sempre più in aziende, spesso molto grandi (soprattutto in Spagna), e ha necessità di braccianti che è più difficile trovare in un Paese a reddito elevato. Perché? La presenza di sussidi, occasioni di occupazione migliore, un benessere diffuso, un sostegno familiare a chi non ha un lavoro rende più difficile reperire personale che voglia lavorare in agricoltura. Personale di cui però c’è necessità. Da qui l’utilizzo degli immigrati.
Lavorare in agricoltura, quanti sono gli immigrati
In Spagna gli immigrati in agricoltura sono il 22% della forza lavoro in agricoltura. Il 14,7% di provenienza extracomunitaria, il 7,3% comunitaria. In Italia i numeri sono solo leggermente più piccoli. Il 19,6% di chi è occupato nel settore agricolo ha cittadinanza straniera, con il 12,2% che viene da Paesi non Ue, e il 7,3% da altri dell’Unione, come per esempio la Romania.
Nel complesso gli stranieri sono circa il 10,8% dei lavoratori in agricoltura Italia. Questo significa che in agricoltura sono sovra-rappresentati. In Francia e in Germania le cose sono diverse. Nel primo caso solo il 4,6% di quanti lavorano in agricoltura hanno cittadinanza straniera. Ciò dipende sia dal fatto che molti stranieri hanno ormai cittadinanza francese che dal fatto che in agricoltura erano occupati in Francia prima del Covid 653mila persone, in Italia più di 900mila, più che in Germania, dove non si superava le 470mila unità. Infatti, anche in Germania la quota di stranieri tra i lavoratori agricoli è meno della metà che nel nostro Paese, dell’8,1%, e principalmente si tratta di comunitari.
Quando lavorare in agricoltura può sfociare in caporalato
La presenza di così tanti braccianti, perché nella gran parte dei casi di questi si tratta, di origine straniera, con pochi o nessun legame familiare nel Paese, rende più facili fenomeni di sfruttamento che si traduce per esempio nell’invisibilità. I dati ufficiali, rappresentati nella nostra infografica, sono quasi sicuramente sottostimati. Come mai? Soprattutto per il grande numero degli stagionali di provenienza incerta, “naturali” vittime del caporalato. Si calcola che considerando anche il numero di stagionali stranieri il numero di lavoratori in agricoltura arrivi a 400-500 mila con il 40% senza un regolare contratto.
Un dato che cambierà forse quando la nostra agricoltura diverrà più produttiva. In Spagna per esempio il settore agricolo vale il 2,6% del Pil, con una percentuale di occupati sul totale simile o inferiore alla nostra, in Italia, come si è detto, all’1,9%. Ancora troppo poco.
I dati sono del 2019
Fonte: Eurostat
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