In Crisi&Ripresa

Nel 2030 i dottori cinesi saranno il 27% del totale dei paesi Ocse-G20, gli italiani l’1%

La materia prima che nel futuro avrà più valore sarà la conoscenza. Nei secoli l’Occidente ha rappresentato la culla di scienze e filosofia, ma siamo sicuri che nei prossimi decenni continuerà ad essere così? Non proprio. Le politiche sull’educazione di alcuni stati emergenti presto daranno i loro frutti e l’Ocse ha buone ragioni di credere che nel 2030 lo scenario sarà molto diverso rispetto al ventennio precedente.

Quanti laureati nel mondo

Il grafico sopra mostra la percentuale di laureati nel mondo nella fascia 25-34 anni provenienti dai paesi che fanno parte dell’Ocse e del G20, nel 2013 (linea azzurra) e nel 2030 (linea rossa). Come si può vedere lo scenario internazionale della cultura cambierà profondamente nei prossimi anni. Alcuni paesi aumenteranno molto la loro percentuale di giovani laureati, altri la vedranno dimezzare.

Secondo l’Ocse, nel 2030 Cina e India potranno contare addirittura sulla metà dei laureati tra i grandi paesi del mondo: il 50% di tutti i laureati nel paesi Ocse-G20 saranno nati in India e in Cina. Nel decennio in corso la percentuale di dottori indiani e cinesi si ferma al 31%.

Usa crollano all’8%, Russia al 4%

La crescita di India e Cina, ovviamente, avviene a discapito di altre realtà che vedranno calare il numero di laureati in rapporto al totale dei “dottori” del mondo. Chi subirà il crollo maggiore saranno Stati Uniti e Russia. Guardate le linee azzurre di questi due Paesi: gli Usa sono al 14% dei laureati mondiali nel 2013, la federazione russa è al 10%. Con un salto di 17 anni, si scenderà rispettivamente all’8% e al 4%. Anche Giappone e Corea perderanno parecchio terreno, nella classifica dei laureati nel mondo passando dal 6% al 3% e dal 4% al 2%.

Europa cala, ma resiste

Alcuni stati dell’Unione europea, invece, terranno il colpo. L’Italia, ad esempio, resta inchiodata al suo 1%, nonostante il numero dei laureati sia bassissimo. La Germania ferma al 2%. Calano, invece, Regno Unito, Spagna, Francia e Polonia.

I dati si riferiscono a proiezioni al 2030 dell’Ocse

Fonte: Ocse

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