Prezzi in discesa rispetto a settembre, ma hanno inciso shutdown e Black Friday
Negli Stati Uniti l’inflazione è uno dei termometri più osservati dell’economia. Ancor più da quanto alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump e con lui nuove idee di politica economica. Analisti, media e istituzioni leggono ogni nuovo dato come un segnale sul costo della vita e sullo stato reale dell’economia. L’ultimo numero, pubblicato a novembre, ha sorpreso più di un osservatore: i prezzi sono aumentati del 2,7% rispetto a un anno prima, in calo rispetto al 3% registrato a settembre e al di sotto delle previsioni, che indicavano un 3,1%. Un rallentamento che, almeno sulla carta, suggerisce una pressione più contenuta sui portafogli delle famiglie americane.
Il Bureau of Labor Statistics, l’ufficio federale che misura l’andamento dei prezzi negli Stati Uniti, ha diffuso il dato. Analisti, istituzioni e mercati utilizzano questi numeri ufficiali per valutare lo stato dell’economia. Proprio per questo il valore di novembre è entrato subito al centro del racconto sull’inflazione americana: non dice solo quanto sono cresciuti i prezzi, ma costringe anche a chiedersi come quei numeri vadano interpretati.
Il dato che piace alla Casa Bianca
La Casa Bianca ha dato sunito grande peso a questo dato. L’inflazione core, cioè l’andamento dei prezzi calcolato al netto di alimentari ed energia, a novembre si è attestata al 2,6% su base annua. Anche questo valore è inferiore alle attese e rafforza l’idea di un rallentamento della spinta inflattiva. È un segnale che gioca a favore della presidenza di Donald Trump, perché indica una pressione più contenuta sul costo della vita.
Lo stesso segnale emerge guardando al breve periodo, cioè all’andamento dei prezzi mese dopo mese. Tra settembre e novembre l’aumento è stato dello 0,2%, sia per l’inflazione complessiva sia per quella core: un ritmo contenuto ma costante, che indica un rallentamento in atto, non un vero arresto. È su questa dinamica che la Casa Bianca ha costruito una lettura positiva del dato, definito un risultato «straordinariamente positivo», sostenendo che i prezzi siano ormai stabili e che i salari stiano tenendo il passo.
La traiettoria dell’inflazione negli USA
Il grafico mostra con chiarezza il raffreddamento progressivo dell’inflazione negli Stati Uniti dopo il picco del 7,1% registrato a novembre 2022. Nel corso del 2023 l’aumento dei prezzi scende rapidamente, passando dal 6,4% di gennaio al 3% di giugno, per poi risalire temporaneamente tra estate e autunno fino al 3,7% di agosto e settembre. Linflazione si muove su livelli più contenuti nel 2024, oscillando tra il 2,4% e il 3,6%, con un nuovo calo al 2,7% a novembre.
Nel 2025 il dato resta volatile ma lontano dai livelli del biennio precedente, stabilizzandosi tra il 2,3% e il 3% nella prima parte dell’anno, fino al già citato e commentato 2,7% di novembre. Nel complesso, la serie racconta una fase di discesa strutturale dell’inflazione, interrotta da rimbalzi temporanei ma senza un ritorno ai livelli elevati del periodo post-pandemico.
Dove l’inflazione pesa di più negli Stati Uniti
Guardando dentro il carrello della spesa e le bollette, l’inflazione negli Stati Uniti racconta storie molto diverse. A novembre il conto è salito un po’ ovunque, ma non allo stesso ritmo. Il cibo è costato il 2,6% in più rispetto a un anno prima. La casa, tra affitti e spese abitative, ha registrato un aumento del 3%. È una voce che pesa subito sul budget mensile. Il capitolo più salato resta però quello dell’energia, con prezzi in crescita del 4,2%. A fare la differenza è soprattutto il fuel oil, usato per il riscaldamento, salito dell’11,3%. La benzina, invece, è aumentata solo dello 0,9%. Anche al di fuori di cibo ed energia i prezzi continuano a salire. Gli altri beni segnano un +1,4% su base annua. Un segnale che l’inflazione non colpisce tutti allo stesso modo, ma continua a farsi sentire nella vita quotidiana.
I possibili limiti del dato sull’inflazione americana
Il dato di novembre sull’inflazione negli Stati Uniti richiede cautela perché non nasce in condizioni normali. A ottobre le autorità non hanno pubblicato alcun dato sui prezzi e la raccolta delle informazioni si è fermata fino al 12 novembre a causa dello shutdown del governo federale. Di conseguenza, gli statistici hanno calcolato l’aumento dei prezzi di novembre, pari al 2,7% su base annua, su una base statistica incompleta. In molti casi mancano i confronti mese su mese e questo rende più difficile capire se il rallentamento rispetto al 3% di settembre rifletta davvero un cambiamento nell’economia o solo un effetto del metodo di calcolo.
È proprio su questo punto che si concentrano i dubbi degli economisti. Le soluzioni tecniche adottate per colmare i vuoti informativi lasciati dallo stop alla raccolta dei dati possono aver sottostimato l’aumento reale dei prezzi. Alcuni analisti arrivano a definire il dato di novembre come in gran parte “rumore statistico”, cioè un numero influenzato più dalle difficoltà di misurazione che dall’andamento reale dell’inflazione.
Perché novembre non è un mese come gli altri
Una parte del rallentamento dell’inflazione di novembre si spiega anche guardando quando sono stati raccolti i prezzi. Dopo lo stop dovuto allo shutdown, i rilevatori sono tornati al lavoro proprio nel periodo del Black Friday, quando molti negozi applicano forti sconti stagionali. Il problema è che i correttivi usati per tenere conto di queste offerte sono pensati per un novembre “normale”, non per un mese in cui la raccolta dei dati riparte in ritardo e si concentra nei giorni delle promozioni. Il risultato è il rischio di una compressione temporanea dei prezzi, che può far apparire l’inflazione più bassa di quanto sia davvero.
Il nodo più delicato riguarda però la casa, una voce che pesa circa un terzo dell’indice dei prezzi al consumo, lo strumento principale con cui gli Stati Uniti misurano l’inflazione. Per stimare gli affitti, le statistiche non scattano una fotografia istantanea, ma osservano come i prezzi cambiano nel tempo. Con il dato di ottobre mancante, il modello ha finito per ipotizzare un aumento pari a zero in quel mese. Questo zero “tecnico” ha abbassato automaticamente anche il dato di novembre, facendo apparire più debole la crescita dei costi abitativi. Secondo diversi economisti, un rallentamento così brusco delle spese legate alla casa è molto raro al di fuori di una recessione, ed è uno dei motivi principali per cui gli economisti leggono con prudenza il dato di novembre.
Il vero test dell’inflazione deve ancora arrivare
Dopo il dato di novembre, lo scenario resta aperto e tutt’altro che definitivo. Il Bureau of Labor Statistics ha spiegato che il metodo usato per calcolare l’inflazione, nonostante le difficoltà legate allo shutdown, è coerente con gli standard internazionali adottati quando mancano alcuni dati. Allo stesso tempo, però, economisti e operatori invitano alla cautela: nel breve periodo l’affidabilità dei numeri resta parziale e il rallentamento visto a novembre potrebbe non raccontare tutta la storia.
Per questo l’attenzione si sposta già sui prossimi mesi. I dati di gennaio e febbraio saranno decisivi per capire se il raffreddamento dell’inflazione è reale e duraturo oppure solo l’effetto di un mese anomalo. Questi numeri serviranno anche a misurare quanto le imprese trasferiscono davvero sui consumatori i rincari legati ai dazi introdotti durante la presidenza di Donald Trump. È lì che si capirà se novembre segna un punto di svolta o resta solo una parentesi statistica.
Fonte: Bureau of Labor Statistics
Anno di riferimento: novembre 2025
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