Hantavirus, il focolaio che riaccende la paura pandemia

Nel 2025 nelle Americhe registrati 59 morti su 229 casi, con una letalità del 25,7%

Una crociera tra le isole più remote dell’Atlantico è diventata un caso sanitario internazionale. E il caso è arrivato anche in Italia. La nave si chiama M/V Hondius, batte bandiera olandese ed era partita da Ushuaia, in Argentina, per un itinerario turistico lontano dalle rotte più comuni. Durante il viaggio sono emersi alcuni casi di hantavirus, un’infezione rara che di solito passa dai roditori all’uomo attraverso particelle contaminate da urina, feci o saliva. Ora l’attenzione riguarda anche 4 passeggeri arrivati in Italia, finiti sotto sorveglianza sanitaria dopo aver viaggiato sullo stesso volo di una donna poi morta a Johannesburg.

La possibile origine del focolaio porta proprio a Ushuaia. Due passeggeri, secondo le ricostruzioni, avrebbero visitato una discarica a cielo aperto vicino alla città argentina per attività di birdwatching. In quell’area sarebbero presenti molti topi dalla coda lunga, indicati come serbatoio del ceppo andino dell’hantavirus. Il focolaio della Hondius è infatti collegato all’Andes virus, presente in Sud America e indicato come l’unico hantavirus per cui è documentata una trasmissione limitata da persona a persona, soprattutto tra contatti stretti e prolungati.

Dopo gli anni del Covid, ogni virus capace di passare tra esseri umani richiama subito la paura di una nuova pandemia. In questo caso, però, i report sanitari parlano di una trasmissione rara e circoscritta. Anche per i passeggeri arrivati in Italia, il punto non è la presenza di casi confermati, ma il monitoraggio precauzionale dei possibili contatti.

Quanti casi sono stati registrati sulla nave

Il bilancio del focolaio è cambiato nel giro di due giorni, segno di un’indagine ancora in evoluzione. Il 6 maggio 2026 l’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, riportava 7 casi collegati alla nave M/V Hondius; nell’aggiornamento dell’8 maggio 2026, l’Organizzazione mondiale della sanità ha portato il totale a 8 casi. Di questi, 6 sono confermati e 2 probabili. Le analisi di laboratorio hanno ricondotto tutti i casi confermati all’Andes virus, un passaggio che ha trasformato l’episodio da sospetto focolaio generico a evento sanitario da monitorare con attenzione.

Quanti morti ha causato il focolaio

Il dato più pesante del focolaio riguarda i decessi. Nell’aggiornamento dell’8 maggio 2026, l’Organizzazione mondiale della sanità indica 3 morti su 8 casi totali, con un case fatality ratio provvisorio del 38%. È una percentuale molto alta, ma va letta con cautela: riguarda un cluster piccolo, quindi basta un numero limitato di casi gravi per far salire in modo netto il rapporto tra decessi e contagi. Resta però un segnale della pericolosità clinica dell’Andes virus, che può causare la sindrome cardiopolmonare da hantavirus, una forma severa capace di colpire rapidamente polmoni e cuore.

Chi era a bordo della M/V Hondius

La M/V Hondius non era una nave qualsiasi dentro una vicenda locale: a bordo c’era un gruppo internazionale di passeggeri ed equipaggio. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, al momento della segnalazione del 2 maggio 2026 erano presenti 147 persone, mentre altre 34 erano già sbarcate. Il report ECDC indica invece 149 persone a bordo di 23 nazionalità diverse. Tra queste erano rappresentati 9 Paesi UE/SEE: Belgio, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Spagna. È questo profilo internazionale ad aver allargato subito il perimetro del caso: non più soltanto una gestione sanitaria a bordo, ma una rete di controlli, comunicazioni e monitoraggi tra Paesi diversi.

Come è partita l’allerta sanitaria

L’allerta è scattata il 2 maggio 2026, quando i Paesi Bassi hanno notificato all’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, la presenza di un cluster di malattia respiratoria grave a bordo della M/V Hondius attraverso l’EWRS, il sistema europeo di allerta rapida e risposta. Nello stesso giorno anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha ricevuto la segnalazione del focolaio. Il primo riscontro di laboratorio è arrivato il 3 maggio 2026, con un test positivo per hantavirus su un campione prelevato da una persona evacuata in Sudafrica. Da quel momento il caso è entrato nella fase operativa: isolamento dei casi sospetti, test diagnostici, evacuazioni mediche e tracciamento dei contatti, anche per le persone già sbarcate o rientrate in altri Paesi. È qui che la vicenda della nave è diventata un problema di sanità pubblica internazionale: non per la dimensione del focolaio, ma per la necessità di seguire i possibili contatti lungo rotte e confini diversi

Qual è l’ipotesi sull’origine del contagio

La pista principale porta fuori dalla nave, ai giorni precedenti l’imbarco. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il caso 1 avrebbe contratto l’infezione prima di salire sulla M/V Hondius. L’uomo aveva viaggiato per oltre 3 mesi tra Argentina, Cile e Uruguay, aree in cui l’Andes virus può circolare nei roditori. Tra le possibili occasioni di esposizione, WHO cita anche attività svolte in Argentina e Cile, forse legate al birdwatching, che potrebbero aver favorito il contatto con ambienti contaminati. È ancora un’ipotesi di lavoro: le indagini stanno ricostruendo l’itinerario del primo paziente e confrontando il ceppo virale individuato con quelli presenti in Argentina, Cile e Uruguay. Il punto da chiarire è decisivo: capire se il focolaio sia nato da un’esposizione ambientale prima della partenza e poi si sia propagato, in modo limitato, nel contesto chiuso della nave.

Può trasmettersi da uomo a uomo?

Di solito l’hantavirus non passa da persona a persona. La via principale resta quella ambientale: il virus arriva all’uomo attraverso il contatto con roditori infetti o con particelle contaminate da urina, feci o saliva. L’eccezione indicata dai report sanitari è l’Andes virus, presente in Sud America, per il quale è documentata una trasmissione limitata tra esseri umani. Anche in questo caso, però, non si parla di un contagio facile o casuale: la trasmissione è associata soprattutto a contatti stretti e prolungati. È il motivo per cui la nave ha rappresentato un contesto da osservare con attenzione: cabine, spazi comuni, attività condivise e interazioni frequenti possono aumentare le occasioni di esposizione tra persone rimaste a lungo nello stesso ambiente.

Quali sono i sintomi dell’hantavirus

Il problema dell’hantavirus è che all’inizio può sembrare molto simile ad altre infezioni. I sintomi possono comparire tra 1 e 8 settimane dopo l’esposizione e partono spesso in modo poco specifico: febbre, mal di testa, dolori muscolari, nausea, vomito, dolore addominale e diarrea. Nelle forme più gravi, però, il quadro può cambiare rapidamente. Quando l’infezione evolve nella forma cardiopolmonare, possono comparire tosse, difficoltà respiratoria, accumulo di liquido nei polmoni e shock. È questo passaggio a rendere l’Andes virus particolarmente delicato sul piano clinico: non tanto l’esordio, che può confondersi con molte altre malattie, quanto la possibilità di un peggioramento improvviso a carico di polmoni e circolazione.

Perché la malattia può peggiorare rapidamente

La forma più temuta è la sindrome cardiopolmonare da hantavirus, che può trasformare sintomi inizialmente generici in un quadro respiratorio grave. Nei casi più severi, l’infezione può coinvolgere polmoni e circolazione, fino a provocare insufficienza respiratoria e shock. È quello che rende il focolaio della M/V Hondius particolarmente rilevante: secondo l’ECDC, almeno 4 dei 7 casi segnalati nella prima valutazione hanno avuto una rapida evoluzione verso polmonite, distress respiratorio acuto e shock. Il peggioramento può avvenire in ore o giorni, non in settimane. Per questo la diagnosi precoce non è solo un passaggio tecnico: è il punto che può decidere l’accesso tempestivo a cure intensive, supporto respiratorio e monitoraggio continuo.

Quanto è letale l’hantavirus

La letalità dell’hantavirus non è uguale ovunque. Cambia in base al virus coinvolto, alla forma clinica e all’area geografica. Nei report WHO, le infezioni da hantavirus presentano una letalità compresa tra meno dell’1% e il 15% in Asia ed Europa, mentre nelle Americhe possono arrivare fino al 50%. La sindrome cardiopolmonare da hantavirus, quella associata ai virus americani come l’Andes virus, ha comunemente una letalità tra 20% e 40%. Il dato regionale aiuta a mettere il rischio in prospettiva: nel 2025, nella Regione delle Americhe, sono stati segnalati 229 casi e 59 decessi, con un case fatality ratio del 25,7%. Sono numeri che spiegano perché un virus raro possa comunque diventare una notizia sanitaria di rilievo quando compare in un contesto chiuso e internazionale.

Esistono cure o vaccini contro l’hantavirus?

Contro l’hantavirus non esistono né un trattamento antivirale specifico approvato né un vaccino autorizzato. La cura, quindi, non punta a eliminare direttamente il virus, ma a sostenere l’organismo nelle fasi più critiche della malattia. Nei casi gravi servono monitoraggio clinico, controllo della pressione e della circolazione, supporto respiratorio e gestione delle complicanze cardiache e renali. Quando la sindrome cardiopolmonare peggiora, il percorso può diventare da terapia intensiva: ventilazione meccanica, vasopressori, ossigenazione extracorporea e dialisi nei casi con grave disfunzione renale. Anche qui il messaggio è chiaro: senza una cura specifica, la differenza la fanno il riconoscimento precoce dei sintomi e il trasferimento rapido in strutture in grado di gestire le complicanze.

contagio hantavirus

Perché il rischio per l’Europa è basso

Il punto da tenere insieme è questo: il focolaio è serio per chi è stato esposto, ma non viene valutato come una minaccia ampia per la popolazione europea. L’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, considera molto basso il rischio per la popolazione generale dell’UE/SEE. La valutazione dell’Organizzazione mondiale della sanità va nella stessa direzione: rischio basso a livello globale, ma moderato per passeggeri ed equipaggio della nave. La differenza sta nel contesto. A bordo ci sono stati spazi chiusi, contatti prolungati e attività condivise; fuori dalla nave, invece, l’Andes virus non si trasmette facilmente tra persone. C’è poi un altro elemento decisivo: il roditore serbatoio naturale dell’Andes virus, Oligoryzomys longicaudatus, non è presente in Europa. Per questo i report escludono, sulla base delle informazioni disponibili, uno scenario di diffusione stabile nel continente.

Quanti casi di hantavirus ci sono in Europa

Il quadro europeo è molto diverso da quello osservato nelle Americhe. Come mostra il grafico, tra il 2019 e il 2023 le infezioni da hantavirus nell’UE/SEE hanno avuto un andamento irregolare, con un picco nel 2021 e un successivo calo. Nel 2019 i casi segnalati erano 4.088, con un tasso di 0,9 ogni 100.000 abitanti. Nel 2020 sono scesi a 1.693, pari a 0,4 ogni 100.000 abitanti, per poi risalire nel 2021 a 4.947 casi, il valore più alto del periodo, con un tasso di 1,1 ogni 100.000 abitanti.

Dopo il picco del 2021, la curva è tornata a scendere: 2.185 casi nel 2022, con un tasso di 0,5 ogni 100.000 abitanti, e 1.885 casi nel 2023, pari a 0,4 ogni 100.000 abitanti. Il 2023, insieme al 2020, è quindi l’anno con il tasso più basso del quinquennio. Rispetto al 2022, il calo dei casi è stato del 13,7%. Anche la mortalità resta contenuta nel quadro europeo riportato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie: nel 2023 sono stati segnalati 3 decessi, rispettivamente in Estonia, Ungheria e Slovacchia. Sono numeri che aiutano a leggere il rischio nella giusta scala: l’hantavirus circola anche in Europa, ma con un profilo epidemiologico diverso da quello dell’Andes virus collegato al focolaio della nave Hondius.

Quali Paesi europei hanno più casi

La distribuzione dei casi europei non è uniforme. Nel 2023, Finlandia e Germania hanno concentrato insieme il 60,5% di tutte le infezioni da hantavirus segnalate nell’UE/SEE. La Finlandia è il Paese con il tasso più alto: 14,5 casi ogni 100.000 abitanti, con 806 casi registrati. La Germania ha segnalato 335 casi, seguita da Svezia con 157 casi e Slovacchia con 154 casi. L’Italia, invece, nella sorveglianza ECDC del 2023 ha riportato 0 casi. La mappa europea dell’hantavirus, quindi, non fotografa un rischio omogeneo: il peso maggiore si concentra nei Paesi dove la circolazione dei roditori serbatoio e le condizioni ambientali rendono più probabile l’esposizione.

Quale hantavirus circola di più in Europa

In Europa il quadro è dominato dal Puumala virus, molto diverso dall’Andes virus collegato al focolaio della M/V Hondius. Nel report ECDC 2023, tra i casi per cui era disponibile l’informazione sull’agente causale, il Puumala virus è stato identificato in 1.132 casi su 1.184, pari al 95,6%. Molto più limitata la presenza degli altri virus indicati dalla sorveglianza europea: Hantaan virus, con 32 casi, e Dobrava virus, con 20 casi. È una distinzione importante per leggere correttamente il rischio: in Europa l’hantavirus è soprattutto associato a forme renali, mentre nelle Americhe alcuni virus, tra cui l’Andes virus, possono causare la sindrome cardiopolmonare, più rara ma più grave.

Chi rischia di più in Europa

Anche il profilo dei casi europei aiuta a capire dove si concentra il rischio. Nel 2023, le persone dai 25 anni in su hanno rappresentato il 90,6% delle infezioni da hantavirus segnalate nell’UE/SEE: in termini assoluti, 1.707 casi su 1.885. Il tasso più alto riguarda la fascia 45-64 anni, con 0,6 casi ogni 100.000 abitanti. Le infezioni risultano inoltre più frequenti tra gli uomini in quasi tutte le fasce d’età, con un rapporto maschi/femmine pari a 1,7 a 1. Non è un dettaglio secondario: riflette anche il peso delle esposizioni ambientali e professionali, perché il contatto con roditori o ambienti contaminati resta la principale via di trasmissione in Europa.

Come prevenire l’infezione da hantavirus

La prevenzione dell’hantavirus parte da un principio semplice: ridurre il più possibile il contatto con roditori e materiali contaminati da urina, feci o saliva. Non è quindi una prevenzione costruita solo su mascherine o distanziamento, ma soprattutto sulla gestione degli ambienti. Le misure indicate dai report sanitari vanno dalla chiusura di fessure e aperture negli edifici alla conservazione sicura del cibo, fino al controllo dei roditori in case, luoghi di lavoro e spazi frequentati. Attenzione anche alla pulizia: nelle aree potenzialmente contaminate è meglio evitare di spazzare o aspirare a secco gli escrementi, perché la polvere può disperdere particelle infette. La raccomandazione è usare pratiche di pulizia umida, disinfettare le superfici e mantenere una corretta igiene delle mani. In caso di focolaio, il livello di attenzione cambia: diventano centrali l’identificazione precoce dei casi, l’isolamento dei sintomatici e il monitoraggio dei contatti stretti.

Cosa deve fare chi è stato esposto

Per chi è stato esposto, il tempo diventa il fattore da controllare. L’Organizzazione mondiale della sanità indica un monitoraggio dei sintomi per 42 giorni dopo l’ultima possibile esposizione. È il periodo in cui possono comparire segnali compatibili con l’infezione. Serve a evitare che un caso venga riconosciuto troppo tardi. I contatti considerati a rischio più alto includono compagni di cabina e partner intimi. Rientrano in questa categoria anche le persone rimaste a lungo in ambienti chiusi con un caso. Lo stesso vale per gli operatori sanitari esposti senza protezioni. E per chi ha maneggiato materiali o fluidi contaminati senza dispositivi adeguati. WHO non considera utile testare o mettere in quarantena tutti gli asintomatici in modo indiscriminato. Per i contatti ad alto rischio, invece, la raccomandazione è il monitoraggio attivo da parte delle autorità sanitarie locali. L’obiettivo è intervenire subito se compaiono febbre, sintomi gastrointestinali o difficoltà respiratorie.

Fonti: Organizzazione mondiale della sanità, Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie
Anni di riferimento: 2023, 2025, 2026
Dati aggiornati al: 8 maggio 2026
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