Ftse Mib, quanto ha reso davvero: +266% in 10 anni

Piazza Affari ha fatto meglio di Francoforte e Parigi e tiene il passo di Wall Street

Immagina di aver investito 10 mila euro sull’indice principale di Piazza Affari all’inizio del 2015. Non su un singolo titolo, ma sull’intero paniere delle 40 società a maggiore capitalizzazione. A fine 2025 il Ftse Mib è passato da 21.418 a 44.945 punti: una crescita del 109,8%. In termini di sola variazione dell’indice, il capitale si sarebbe quindi più che raddoppiato.

Ma il dato diventa più interessante se si considera il rendimento complessivo comprensivo dei dividendi reinvestiti. In questo caso il total return dell’ultimo decennio sale al 266,3%, con un rendimento medio annuo del 13,9%. Nel periodo considerato gli anni chiusi in positivo sono stati la maggioranza, mentre quelli negativi si concentrano nelle fasi di maggiore tensione dei mercati. Il risultato finale, però, resta netto: nel decennio 2015–2025 Piazza Affari ha offerto una performance significativa per chi ha mantenuto l’investimento nel tempo.

FTSE MIB, volatilità e svolta finale

Il percorso non è stato una linea retta, ma una sequenza di scosse. Nel mezzo ci sono stati eventi che hanno dominato la cronaca economica per mesi: nel 2018 le tensioni sul debito italiano hanno contribuito a un anno chiuso a -13,22%; nel 2020 la pandemia ha travolto tutti i listini; nel 2022 l’impennata dell’inflazione e il rialzo dei tassi hanno riportato l’indice in rosso (-9,33%). Guardando quei singoli momenti, sarebbe stato difficile immaginare un decennio da record.

Poi è arrivato il cambio di passo. Il +34,39% del 2023 e il +38,15% del 2025 hanno segnato una svolta netta. È qui che si concentra il punto chiave: il risultato finale del periodo 2015–2025 è stato trainato da pochi anni molto forti, soprattutto nel triennio 2023–2025, che ha spinto verso l’alto la media dell’intero decennio. La fotografia complessiva racconta quindi una storia fatta di volatilità, shock e fasi di incertezza, ma anche di recuperi rapidi e accelerazioni improvvise. E soprattutto racconta che, nel lungo periodo, il mercato italiano ha prodotto una crescita che la cronaca dei singoli anni – presa isolatamente – non avrebbe lasciato prevedere.

Ftse Mib e inflazione a confronto

C’è però una domanda che conta più dei punti indice: in questi dieci anni il Ftse Mib ha davvero protetto il potere d’acquisto? Per rispondere bisogna mettere accanto alla Borsa un altro numero che negli ultimi anni è tornato protagonista delle notizie: l’inflazione. Tra il 2015 e il 2025 l’aumento dei prezzi in Italia è stato complessivamente intorno al 25%, con una lunga fase iniziale quasi piatta e poi l’esplosione del 2022 (+8,2%) e del 2023 (+5,6%), quando energia e carrello della spesa sono diventati tema quotidiano nei telegiornali.

Nello stesso periodo, però, il total return a 10 anni del Ftse Mib è stato del +266,3%. Il confronto è netto: anche sottraendo l’inflazione cumulata, il rendimento reale resta ampiamente positivo. In altre parole, mentre i prezzi salivano – soprattutto nel biennio più caldo – l’andamento dell’indice ha più che compensato l’erosione del potere d’acquisto. È qui che il dato “FTSE MIB inflazione ultimi 10 anni” diventa concreto: non solo crescita nominale, ma capacità di battere l’aumento dei prezzi nel lungo periodo.

performance FTSE MIB

Piazza Affari contro le grandi Borse

Fin qui abbiamo guardato solo dentro casa. Ma per capire davvero cosa significa la performance del Ftse Mib negli ultimi 10 anni, bisogna uscire da Piazza Affari e confrontarla con le altre grandi Borse occidentali. Perché un conto è dire che l’indice italiano è più che raddoppiato; un altro è chiedersi se avrebbe fatto meglio o peggio rispetto a Wall Street, Francoforte o Parigi. Negli stessi anni in cui Milano alternava tensioni sul debito, pandemia e rimbalzi post-inflazione, lo S&P 500 negli Stati Uniti viveva il ciclo delle Big Tech, il DAX tedesco misurava la forza dell’export industriale e il CAC 40 francese beneficiava del peso dei grandi gruppi del lusso. Mettere questi numeri uno accanto all’altro serve a dare prospettiva: non solo quanto è cresciuto il FTSE MIB, ma dove si colloca nel confronto internazionale 2015–2025.

FTSE MIB e S&P 500 a confronto

Partiamo dal confronto più osservato: Ftse Mib vs S&P 500 rendimento. Negli ultimi dieci anni la distanza tra Milano e Wall Street, almeno nei numeri, è stata molto più stretta di quanto si potrebbe pensare. Il rendimento medio annuo è stato del 13,9% per il FTSE MIB contro il 14,6% dello S&P 500. Sul total return a dieci anni, i dati parlano di +266,3% per l’indice italiano e +289,5% per quello americano. Il divario c’è, ma è contenuto. Se si guarda solo al periodo 2015–2025, Piazza Affari è rimasta in scia a Wall Street, nonostante strutture economiche molto diverse e un peso tecnologico decisamente inferiore.

Il quadro cambia se si allarga l’orizzonte. Sul total return a vent’anni, il Ftse Mib segna +174,5%, mentre lo S&P 500 vola a +710,1%. Qui il vantaggio americano diventa strutturale. È la differenza tra un mercato fortemente esposto a banche ed energia e uno trainato per anni dai colossi tecnologici. In altre parole, nel decennio recente l’Italia ha quasi tenuto il passo degli Stati Uniti; nel lungo periodo, invece, la leadership di Wall Street resta netta e difficilmente avvicinabile.

FTSE MIB supera il DAX tedesco

Se si passa al Ftse Mib vs DAX confronto, la fotografia cambia ancora. Nel decennio 2015–2025 è stata Milano, non Francoforte, a correre di più. Il rendimento medio annuo è stato del 13,9% per il FTSE MIB contro il 9,6% del DAX. Sul total return a dieci anni il divario si amplia: +266,3% per l’indice italiano contro +150,4% per quello tedesco. Numeri che raccontano una sovraperformance netta di Piazza Affari nel periodo recente.

La differenza si vede soprattutto negli anni chiave del ciclo rialzista più recente. Nel 2023 il Ftse Mib ha segnato +34,39%, mentre il DAX si è fermato al +20,31%. Nel 2025 il distacco è stato ancora più evidente: +38,15% per Milano contro +23,01% per Francoforte. È in queste accelerazioni finali che si è creato il vantaggio complessivo del decennio. Un risultato che ribalta una narrativa storica in cui la Germania era spesso considerata il mercato di riferimento in Europa continentale. Negli ultimi dieci anni, almeno guardando ai rendimenti, la leadership è stata italiana.

Italia più forte della Borsa francese

Nel Ftse Mib vs CAC 40 rendimento il risultato è simile a quello visto con la Germania. Anche rispetto a Parigi, Milano nel decennio 2015–2025 ha fatto meglio. Il rendimento medio annuo è stato del 13,9% per il FTSE MIB contro il 9,6% del CAC 40. Guardando al total return a dieci anni, la distanza è ancora più evidente: +266,3% per l’indice italiano contro +149,9% per quello francese.

In pratica, chi avesse scelto il listino di Piazza Affari invece di quello parigino avrebbe ottenuto, nel periodo considerato, un rendimento complessivo sensibilmente più alto. È un dato che sorprende, soprattutto se si pensa al peso internazionale dei grandi gruppi francesi. Eppure i numeri del 2015–2025 sono chiari: nel confronto diretto con Parigi, Milano ha sovraperformato, consolidando uno dei decenni più solidi della sua storia recente.

Cosa aspettarsi dal Ftse Mib prossimo

Dopo un decennio in cui il Ftse Mib ha messo a segno un +266,3% di total return, la vera domanda non è tanto quanto ha fatto, ma cosa può ancora fare. Le previsioni Ftse Mib 2026 si muovono dentro uno scenario molto diverso rispetto agli anni della ripartenza post-pandemia o al rally del 2023–2025. I primi numeri dell’anno parlano di un +1,62% YTD, una partenza ordinata, senza strappi.

Il contesto macro atteso è improntato alla moderazione: PIL intorno all’1%, inflazione circa all’1,5%. Non ci sono segnali di recessione nei dati condivisi, ma nemmeno le condizioni per una nuova accelerazione esplosiva. È uno scenario da “crescita bassa ma stabile”, dove la dinamica dell’indice dipende più dagli utili societari e dalla tenuta dei multipli che da fattori straordinari.

Le stime indicano un potenziale upside nell’ordine del +7% rispetto ai livelli di fine 2025. Non è un numero da copertina, soprattutto se confrontato con il +38,15% del 2025 o il +34,39% del 2023, ma è coerente con una fase di consolidamento dopo un ciclo molto forte. In altre parole, il 2026 non si apre con aspettative euforiche. Si apre con aspettative realistiche. E dopo dieci anni in cui l’indice ha più che raddoppiato il proprio valore, anche una crescita più contenuta può rappresentare una continuità, non una frenata.

Fonte: Consob, dati di Piazza Affari
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