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Le emissioni di CO2 sono già diminuite del 30% tra il 1997 e il 2017 nelle industrie più energivore

L’Unione Europea si è posta un obiettivo ambizioso, la carbon neutrality entro il 2050, ovvero l’azzeramento della differenza tra CO2 prodotta ed assorbita. E’ solo uno degli strumenti ritenuti indispensabili per realizzare scopi ancora più larghi, come la limitazione dell’incremento delle temperature medie solo a 1,5 gradi e la riduzione dell’emissione di gas serra, di cui l’anidride carbonica è solo una parte, del 40% nel 2030 rispetto ai livelli del 1990,

Si tratta di una sfida che coinvolge tutti gli ambiti della società, inclusi quindi i privati, ma un ruolo insostituibile ce l’ha l’industria. Soprattutto perchè all’interno di questa l’emissione di CO2 è molto concentrata in pochi settori.

Come si vede nella nostra infografica il più inquinante in tal senso è quello del ferro e dell’acciaio, le fonderie, come l’Ilva per capirci, che sono responsabili del 22% delle emissioni di CO2 di origine industriale. Le raffinerie seguono con il 19%, e considerando poi che i cementifici da soli hanno la “colpa” di un altro 18% dell’anidride carbonica, è evidente che da soli questi tre settori compongono il 59% di tutte la produzione di CO2.

Il settore petrolchimico, chimico inorganico e dei fertilizzanti arrivano insieme a un altro 15%. La produzione di calce e gesso e quello della carta sono responsabili ognuno di un altro 4% ognuno, mentre quella dell’alluminio del 2%.

Il 97% dei gas serra dall’industria pesante è fatta da CO2

L’anidride carbonica è decisiva anche perchè costituisce il 97% delle emissioni di gas serra dei settori più energivori, ovvero ferro e acciaio, cemento, industria chimica e le raffinerie, ma la buona notizia è che proprio in questi quattro ambiti c’è già stata una riduzione di quelle di CO2 del 30% negli anni tra 1997 e 2018. In particolare la diminuzione maggiore, del 41%, è avvenuta nelle fonderie di ferro e acciaio, nei cementifici il calo è stato del 30%, nelle industrie chimiche del 27% e solo nelle raffinerie è stata molto ridotta, del 5%

Rimangono naturalmente gli altri settori e soprattutto rimane la sfida di mantenere competitive industrie così importanti per l’economia europea nonostante le regole stringenti con pochi uguali nel resto del mondo.

Il timore è chiaramente che aumenti la concorrenza delle produzioni del resto del pianeta, per esempio asiatiche, ma anche americane, che hanno meno costi.

Dal 2008 infatti è entrato in vigore il Sistema Europeo di Scambio di Quote di Emissione. Questo costringe chi produce troppe emissioni a comprarle da coloro che invece riescono a produrne meno, tuttavia per questa compravendita, che potrebbe essere vista anche come una tassa sull’eccesso di inquinamento, è stato speso solo l’1,4% dei profitti delle industrie più energivore. E soprattutto tra 2008 e 2018 è aumentata per tutte queste la quota di produzione destinata all’export, un chiaro segno che i timori di perdita di competitività forse sono stati finora eccessivi.

I dati sono del 2017-2018

Fonte: Parlamento Europeo

Leggi anche: La CO2 in Europa scende di 160 tonnellate

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