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Fallimenti Trump

Ecco tutti i casi in cui il miliardario ha fatto crack. E quanto ha perso ogni volta

“Comprereste un’auto usata da quest’uomo?” è la domanda ricorrente della politica americana, ma da quando sulle presidenziali 2016 si è abbattuto il ciclone Donald Trump sembra che l’intero quesito vada riformulato: non solo pare che il veicolo sia di terza o quarta mano, ma un esame più attento mostra anche che l’auto rischierebbe di essere pignorata.

“Non sono un fallito”

“Smettetela di dire che le mie imprese sono fallite. Non ho mai dichiarato fallimento, ma come molti grandi uomini d’affari ho usato le norme sulle aziende per trarne vantaggio. Abile, vero?”: a mettere una pezza sui suoi insuccessi imprenditoriali con questo tweet datato 19 giugno 2015 è lo stesso Trump, ma la realtà è un po’ diversa.

Dal 1991 ad oggi diverse società controllate dal candidato presidente Donald Trump hanno dichiarato fallimento in ben quattro occasioni. La procedura seguita dagli avvocati di Trump è quella del Chapter 11, la norma americana che consente a una società (distinta quindi dai suoi azionisti e amministratori) di rimanere in attività mentre tenta di ristrutturare i propri debiti. Si può affermare che se il suo patrimonio personale è stato toccato solo marginalmente da questi insuccessi, l’abilità imprenditoriale di cui Trump (nessuno, ad esempio, ha ancora calcolato con precisione quanti soldi ha) si vanta continuamente nei suoi discorsi è meno fondata di quanto si creda.

Il vizietto dei junk bond

Nel 1991 Donald Trump, che punta a vincere la nomination del partito repubblicano per la Casa Bianca, finanzia la costruzione del casino Taj Mahal di Atlantic City principalmente con junk bond, ma l’intera struttura accumula una mole spaventosa di debiti (secondo il New York Times solo quelli personali di Trump ammontano a 900 milioni di dollari) e il miliardario è costretto a dichiarare bancarotta secondo le procedure del Chapter 11. Per pagare i debiti Trump è costretto a cedere la metà del casinò, i suoi yacht e la sua compagnia aerea.

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Passa solamente un anno e per “The Donald” Atlantic City si rivela un altro fiasco: il Trump Plaza Hotel della città del gioco d’azzardo del New Jersey ha perduto oltre 550 milioni di dollari e, come racconta ABC News, il miliardario cede il 49% della struttura a Citibank e ad altri creditori e viene completamente esautorato da qualsiasi ruolo operativo nella struttura.

Donald Trump sfortunato con i casinò

Nel 2004 sono ancora una volta i casinò a costringere Donald Trump alla procedura da Chapter 11: stavolta si tratta della società Trump Hotels and Casinos Resorts, che ha accumulato 1,8 miliardi di dollari di debiti. L’uomo col parrucchino più chiacchierato d’America deve ridurre il suo pacchetto di azioni al 25% e, secondo Associated Press, si trova anche costretto a iniettare nella società almeno 72 milioni di dollari del suo patrimonio per evitare il disastro.

Nel 2009, infine, la Trump Entertainment Resorts perde 53,1 milioni di dollari e il miliardario deve ricorrere al Chapter 11 per la quarta volta.

Il bello del “chapter 11”

“Ci sono centinaia di società che ricorrono al Chapter 11, è una procedura comune nel business, – ha dichiarato Trump – io l’ho fatto quattro volte e ho ottenuto dei risultati straordinari. Ho fatto un ottimo lavoro. Ogni persona di cui leggete sulle prime pagine dei giornali economici ha impiegato questa procedura”. In realtà, come mostra una ricerca della CNN, se si fa eccezione per recenti casi celebri come General Motors, Lehman Brothers e la maggior parte delle compagnie aeree statunitensi, negli ultimi 30 anni le società con un miliardo di dollari di capitale e oltre che hanno dichiarato bancarotta e ristrutturato il debito attraverso il Chapter 11 sono meno del 20%. Anche se Donald Trump non ha mai dichiarato personalmente fallimento, i quattro casi dal 1991 al 2009 fanno guadagnare a Donald Trump un posto di rilievo nell’ideale classifica di businessman costretti alla bancarotta e alla ristrutturazione.

 

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