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In nessuna regione si arriva al 2% di dichiarazioni dei redditi sopra i 100 mila euro

Le dichiarazioni dei redditi pubblicate dal Ministero delle Finanze sono quelle del 2019, e si riferiscono quindi ai guadagni di lavoratori dipendenti, pensionati, partite IVA, imprenditori, del 2018. Si è trattato di un anno di crescita, anche se inferiore a quella degli anni precedenti e soprattutto di aumento dell’occupazione. La ripresa economica di quel periodo, bruscamente interrotta dall’ulteriore rallentamento del 2019, +0,3% l’aumento del PIL contro il +0,8% del 2018, e soprattutto dalla pandemia di Covid19, non ha però mitigato i secolari divari tra le regioni italiane. Che rimangono evidentissimi anche dalle dichiarazioni di redditi.

Soprattutto se le dividiamo in scaglioni, osservando quanti si ritrovano in quelli più alti, medi o bassi. Uno dei dati che spiccano subito è l’alta concentrazione al Sud di dichiarazioni negli scaglioni più bassi , quelli che riguardano redditi che sono sulla o inferiori alla soglia di povertà. In Calabria, da sempre la regione più povera d’Italia, ben il 46,3% sono sotto i 10 mila euro. Il 2,2% dei calabresi addirittura denuncia redditi negativi, ovvero probabilmente con oneri deducibili superiori alle entrate. Ma la vera differenza dalle altre regioni risiede nell’altissima percentuale, superiore al 20%, di quanti denunciano redditi tra 0 e 5 mila euro l’anno o tra 5 e 10 mila. Si tratta in quest’ultimo caso del 23,5%, più del doppio che in provincia di Bolzano, dove sono solo l’11%, per esempio.

In gran parte del Sud, comunque, anche in Campania, Molise, Basilicata, Puglia, Sicilia, le dichiarazioni inferiori ai 10 mila euro superano il 40%, mentre in Lombardia, la regione con meno redditi bassi, sono il 23,6%.

In Lombardia metà delle dichiarazioni tra i 10 e i 29 mila euro

Tuttavia anche al Centro-Nord in media i redditi denunciati sono piuttosto bassi. Nella stessa Lombardia il 50,7% rientra negli scaglioni tra i 10 mila e i 29 mila euro, corrispondenti a entrate e stipendi da operai o impiegati agli inizi. Influisce su questi dati l’alto numero di piccole partite IVA, per esempio quelle ai minimi, che hanno dichiarato pochissime migliaia di euro di entrate.

Coloro che rientrano nella cosiddetta classe media e alta, e che per esempio pagano o la terza aliquota Irpef del 38%, che riguarda chi guadagna più di 28 mila euro ma meno di 55 mila, o quelle del 41% e 43%, oltre i 55 mila, sono particolarmente pochi. Solo il 25,7% in Lombardia, mentre in provincia di Bolzano si arriva al 27,5%, il valore massimo nazionale. Già in Umbria e nelle Marche sono meno del 20%, mentre risalgono al 25,2% nel Lazio, probabilmente per l’alto numero di impiegati e dirigenti ministeriali presenti. Il doppio che in Calabria, dove solo il 12,5% dei contribuenti denuncia redditi superiori a 29 mila euro.

I veri ricchi poi sembrano quasi non esistere. Le entrate sopra i 100 mila euro sembrano appannaggio di una piccolissima minoranza, che non supera mai il 2% neanche nelle aree con redditi maggiori. Così al massimo si tratta dell’1,9% dei contribuenti in Lombardia e Alto Adige, mentre comprensibilmente si scende allo 0,3% in Calabria.

Anche in questo caso il Lazio con un 1,7% di ricchi fa un po’ eccezione al Centro-Sud, superando in questa statistica regioni più ricche come Emilia Romagna e Veneto. In generale questi dati sono presumibilmente giustificati sia dal livello particolarmente basso degli stipendi e delle ridotte entrate dei tanti piccoli autonomi che tipicamente sono sempre stati molto numerosi in Italia, sia probabilmente da un livello di evasione ancora elevato

I dati si riferiscono al 2018

Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze

Leggi anche: I redditi medi dei dipendenti non sono cambiati tra i 2007 e il 2018

 

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