Cos’è il Pil: al 59,8% è fatto dai consumi delle famiglie

Chi contribuisce di più all’economia italiana: la spesa pubblica vale il 19,5%

Se crollano i consumi delle famiglie crolla l’economia. Lo dicono i dati dell’Istat sulla composizione del Pil italiano. La maggioranza di esso, il 59,8%, è generato proprio dagli acquisti effettuati dai privati. Nel 2022 il loro valore, come si vede dalla nostra infografica, è stato di 1.142 miliardi e 205 milioni di euro, su un totale di 1.909 miliardi e 154 milioni, ovvero l’ammontare complessivo del Prodotto interno lordo. Decisamente importanti, però, sono anche gli investimenti e la spesa pubblica. I primi valgono 415 miliardi e 266 milioni, il 21,8% del Pil, e la seconda 355 miliardi e 216 milioni, il 19,5% nel 2022. Allora vediamo non solo cos’è il Pil ma, soprattutto, chi contribuisce di più alla sua crescita o al suo calo.

Cos’è il Pil italiano: il caso del no profit

Vi sono anche altre due voci minori, i consumi del settore no profit, solo 9 miliardi e 570 milioni, lo 0,5%, e le esportazioni nette, ovvero la differenza tra export e import: l’anno scorso è stata in realtà negativa, di 29 miliardi e 415 milioni di euro, e di conseguenza non contribuisce all’ammontare dell’economia italiana, ma la restringe. Quest’ultima componente, nonostante le limitate dimensioni, più volte in passato ci ha salvato dalla recessione, o perlomeno l’ha attutita, perché è stata l’unica a vedere il segno più, mentre investimenti e consumi, per esempio, crollavano, come nel 2020.

La composizione del Pil italiano e la pandemia

Il Covid ha provocato una discesa del Pil dell’8,9% nell’anno più duro dell’emergenza pandemica. La peggiore recessione dalla Seconda Guerra Mondiale non ha cambiato l’economia italiana solo in senso quantitativo, ma anche qualitativo. Non tutte le componenti del prodotto interno lordo, infatti, hanno subìto una riduzione, e non tutte allo stesso modo.

A diminuire significativamente, e quindi a perdere anche peso, sono stati i consumi, depressi dai lockdown, dalle restrizioni, dalle chiusure di tante attività nei mesi con più contagi. Valevano 1.064 miliardi e 894 milioni di euro, il 59,3% del Pil nel 2019, e sono scesi di più di 100 miliardi, a quota 951 miliardi e 26 milioni, in 12 mesi. Nel 2020 si è anche ridotta la loro quota dell’economia italiana, che è diventata del 57,4%, una percentuale che, come abbiamo visto, non è cambiata molto nel 2021.

Qualcosa di simile è accaduto agli investimenti: l’incertezza ha fortemente limitato sia quelli interni che quelli esteri, le aziende hanno congelato le spese in contro capitale, e così il valore di questa componente, che nel 2019 era di 327 miliardi e 705 milioni, nel 2020 è diminuito a 293 miliardi e 340 milioni. La sua fetta della torta del Pil è passata dal 18,2% al 17,7%.

Gli investimenti stimolati dall’intervento pubblico

Non si è trattato, però, di un cambiamento strutturale, perché il rimbalzo del 2021, provocato anche dall’intervento pubblico, ha portato la quota degli investimenti al 20%. È quello che accade sempre nelle prime fasi delle riprese, quando le aziende, sulla scorta della maggiore fiducia, cominciano a spendere, ad acquistare macchinari, per esempio, i quali solo in un secondo momento creeranno lavoro, occupazione, migliori stipendi, e infine, si spera, maggiori consumi.

Il trend è continuato nel 2022, quando gli investimenti hanno proseguito ad aumentare, a causa soprattutto dalla crescita del settore dell’edilizia, a sua volta stimolata dagli interventi statali come il Superbonus. La loro quota è salita al 21,8% proprio perché hanno visto un incremento superiore a quello del resto dell’economia.

Cos’è il Pil e che cosa c’entrano i consumi

Anche i consumi, comunque, hanno visto l’anno scorso un’importante recupero: sono stati 45 miliardi in più che nel 2021, sia grazie alla prosecuzione della ripresa che alla completa riapertura di tutte le attività (alcune a a inizio 2021 subivano ancora restrizioni), sia, è doveroso dirlo, a causa dell’inflazione. Il carovita ha infatti costretto gli italiani a spendere di più per lo stesso bene o servizio. Il peso della componente domanda privata sul Pil è quindi potuto tornare vicino ai livelli pre-Covid per poi superarli, sfiorando il 60%.

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Il ruolo della spesa pubblica nella crisi pandemica

Tra le voci che caratterizzano la composizione del Pil italiano ve ne sono anche due che non hanno registrato il segno meno nel 2020. Una è la differenza tra export e import, che ha visto un aumento di poco meno di un miliardo. Si è trattato di una crescita determinata da una riduzione delle esportazioni leggermente minore di quella delle importazioni, trascinate verso il basso dai minori consumi.

Ben più importante è stato l’incremento della componente della spesa pubblica. Si tratta in sostanza sempre di consumi, ma a differenza di quelli privati questi sono collettivi, decisi dallo Stato, dagli stipendi dei dipendenti pubblici alle risorse per la difesa, l’istruzione e, soprattutto nell’anno della pandemia, la sanità.

Cos’è il Pil: il caso della spesa sanitaria

Nel 2020 questa voce è cresciuta di circa 10 miliardi, arrivando a 344 miliardi di euro, e il suo peso sul totale è passato dal 18,6% al 20,8%, una percentuale che non aveva mai toccato negli anni precedenti. Ad alimentarla vi sono stati non solo gli aumenti della spesa nella sanità, ma anche i vari interventi a favore delle categorie più colpite dalla pandemia, come la cassa integrazione straordinaria, i sussidi, i ristori per le attività commerciali costrette allo stop.

Si è trattato di una scelta di politica economica in controtendenza rispetto a quelle fatte in passato in occasione di recessioni e crisi. Si è preferito lasciare aumentare il deficit e il debito, non fare politiche di austerità, parando con risorse pubbliche i colpi della crisi. Anche nel 2021 il ruolo dello Stato è rimasto importante, comunque, superiore a quello del periodo precedente al Covid, mentre nel 2022, nonostante un’ulteriore crescita dell’impegno dello Stato, di circa 20 miliardi, la componente pubblica del Pil è leggermente diminuita, calando, come si è visto, al 19,5%.

Cos’è il Pil e la sua composizione nei prossimi anni

Cosa succederà, invece, nel futuro, nei prossimi anni? Alle incognite della ripresa post-pandemica si sono sommate quelle della guerra in Ucraina e delle sua conseguenze economiche, e i problemi posti dall’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime che stanno provocando un’inflazione mai così alta da 30 anni. L’ultima Legge di Bilancio del Governo del novembre 2022 prevede che tutto il Pil quest’anno dovrebbe crescere del 0,6%, molto meno di quanto ipotizzato a inizio 2022, ma più di quanto stimato da molti previsori dopo l’inizio del conflitto ucraino, quando si prefigurava una possibile recessione.

Le esportazioni non traineranno più la crescita

Dovrebbe ridimensionarsi anche il ruolo della spesa pubblica, per consentire una riduzione del disavanzo primario, la differenza tra uscite e entrate al netto degli interessi sul debito. che nel 2023 dovrebbe scendere al 0,4%.

La voce che delle esportazioni nette, invece, rappresenta un’incognita. Tutto dipenderà dall’andamento dei prezzi dell’energia, che nel 2022 hanno reso le importazioni care e hanno fatto in modo che il loro valore superasse quello dei prodotti venduti.

Inoltre i maggiori investimenti favoriti dal Pnrr renderanno necessario l’acquisto di beni e servizi prodotti in altri Paesi. Non si tratterà, però, di un gran danno se effettivamente la maggiore spesa delle imprese riuscirà a produrre reddito e occupazione e a fare crescere il Paese più di quello che abbia fatto negli ultimi 25 anni di sostanziale stagnazione.

I dati si riferiscono al: 2022

Fonte: Istat

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