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Il risultato medio peggiore è dei fondi gestiti da sindacati e imprese. Ecco i datiIn attesa che il governo si decida sulla prossima (ennesima) riforma delle pensioni, gli italiani che si affidano alla previdenza complementare aumentano.

Oltre quota 7 milioni

A dicembre del 2014 i lavoratori che avevano aderito ad un fondo di previdenza integrativa erano 6,4 milioni, saliti a quota 7,3 milioni nel dicembre del 2015. Di questi, i dipendenti privati sono 5,2 milioni rispetto ai 4,5 milioni di un anno prima. Parallelamente aumenta il patrimonio dei fondi pensione: da 130,9 miliardi di fine 2014 si è passati a 138,3.

Quanto si guadagna

Il maggiore afflusso di adesioni è probabilmente dovuto anche al rendimento che i fondi complementari stanno assicurando, che è ciò che interessa di più. E che cosa conviene fare e quale strumento scegliere lo dicono i numeri.

Quelli che, in media, rendono meno sono i fondi pensione negoziali. Come funziona? Semplice: ai “negoziali” possono iscriversi e versare le quote i lavoratori di uno specifico comparto industriale come la chimica, l’edilizia e via dicendo. Questi fondi, infatti, sono nati sulla base di specifici accordi tra sindacati e imprese i quali si dividono a metà l’onere della gestione dei fondi. Nel 2015 il calcolo del rendimento medio dei “negoziali” mostra che si è raggiunta quota 2,7%. All’interno di questo tipo di fondi, il comparto che rende meno è l’obbligazionario puro: appena lo 0,5% mentre il comparto azionario ha raggiunto un rotondo 5%.

“Aperto” è meglio

Bene i risultati dei fondi pensione aperti, quelli gestiti da assicurazioni, banche o Sgr ai quali può aderire chiunque, senza distinzione tra dipendenti pubblici e lavoratori privati o tra autonomi e dipendenti né in base al settore industriale. Questi fondi, gestiti dalle società private che ne hanno collocato le quote presso il pubblico, hanno reso nel 2015, mediamente, il 3% con il comparto azionario che ha toccato il 4,3% (meno di quanto hanno fatto i comparti azionari dei fondi negoziali).

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I risultati dei Pip (Piano Individuale Pensionistico, che funziona come una vera e propria polizza assicurativa) sono anch’essi positivi. I Pip “nuovi” (quelli presi in considerazione nel grafico) sono quelli costituiti dopo il 2005. La differenza rispetto ai Pip definiti “vecchi” consiste solo nel fatto che il patrimonio dei Pip “nuovi” è separato dal resto del patrimonio della compagnia di assicurazione (per renderli più garantiti) che può anche essere straniera, ad esempio svizzera, che li gestisce.

Per questi Pip, ai quali può aderire anche una casalinga o un disoccupato temporaneo, il rendimento è stato pari al 2,9 per le gestioni separate (il dato è del 2014) e del 3,7% per le Unit Linked mentre i comparti azionari hanno raggiunto il risultato migliore: 5,1%.

L’errore del Tfr

Sono tutto sommato rendimenti significativi sia considerando l’andamento complessivo dell’economia sia considerando un dato-benchmark. Chi ha deciso di seguire i consigli di lasciare il proprio Tfr in azienda, infatti, ha ottenuto nel 2015 un rendimento dell’1,2%, peraltro in calo dall’1,3% del 2014.

 

I dati si riferiscono al: 2015

Fonte: Covip

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