In 10 anni aumentati di appena lo 0,2%. L’Italia ha superato la media Ue solo nel 2017
Ve la ricordate l’Europa del 2007? La crisi economica non aveva ancora eroso i risparmi e il debito sovrano non spaventava come nel 2012. Le cose sembravano girare, ma i segni di una economia in cambiamento erano già visibili. I contratti di lavoro a tempo determinato, erano diffusi in Europa esattamente quanto oggi, sebbene la percezione di precarietà sia cresciuta negli anni di congiuntura sfavorevole.
Il grafico in apertura mostra la percentuale di contratti di lavoro a tempo determinato sul totale dei contratti siglati in ciascuno degli attuali 28 paesi dell’Unione europea. La linea azzurra indica la quota del 2007, quella rossa mostra lo stesso dato raccolto dieci anni più tardi. Se si guarda alle due colonne che indicano la media europea si ha la prima sorpresa: negli ultimi dieci anni mediamente la percentuale di contratti a tempo determinato non sono di fatto aumentati. Erano l’11,1% e sono l’11,3%.
Tempo determinato, dati
Non per tutti i paesi l’andamento è stato uguale, ma anche per l’Italia la differenza non è stata certo abissale: nel 2007i contratti a scadenza erano il 9,5% del totale che sono diventati l’11,8% nel 2017. Cioè: se ora l’Italia si piazza leggermente oltre la media europea, fino al 2016 rincorreva. Il grafico qui in basso confronta la percentuale di contratti a tempo determinato sottoscritti in Italia dal 2005 al 2017, confrontando il dato nazionale con la media europea.
Come si può notare, l’Italia ha rincorso la Ue proprio fino al 2017 quando c’è stato un timido sorpasso: 11,8% contro 11,3%. Del resto l’anno scorso si è registrato un vero boom dei contratti a scadenza.
Mercato del lavoro in Europa
Ma quali sono i campioni europei della precarietà? Nel 2017 la Spagna è stata in prima posizione: 22,1% dei contratti a termine, addirittura un dato in calo rispetto al 2007. Anche la Polonia, al secondo posto, ha combattuto a suo modo la precarietà scendendo al 20,6% dei contratti a tempo determinato sul totale. Terza piazza per il Portogallo: 18,5%.
Dall’altra parte troviamo la Romania (0,9%), la Lituania (1,4%) e la Lettonia (2,5%). Ogni paese è una storia a sé e la diffusione del contratto a tempo determinato è legata anche alle difficoltà nello sciogliere un contratto di lavoro più tradizionale: più laschi sono i vincoli del legame e più facile è proporre un accordo senza limiti di tempo.
Tempo determinato, manager salvi
Da uno studio prodotto dal Parlamento europeo per indagare la profondità del fenomeno-precarietà emerge come i manager e in generale le posizioni apicali siano quelle in media meno soggette al tempo determinato. Il grafico qui in basso mostra proprio la percentuale dei contratti di lavoro a tempo determinato in alcune caratteristiche categorie professionali (dati in questo caso sul 2016).
Come detto, i manager sono quelli che se la cavano meglio – nell’ottica dei fan del tempo indeterminato. All’interno della Ue 28 sono appena il 10,23% quelli che hanno un contratto a tempo. Percentuali ben più alte tra gli operai specializzati dell’agricoltura e della manifattura (14,23%) oppure tra gli impiegati (15,77%). Tra chi occupa posizioni di base il tempo determinato è decisamente più diffuso: sono contrattualizzati a tempo il 23,7% dei lavoratori.
I dati si riferiscono al 2017
Fonte: Eurostat – Parlamento Europeo
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