Il 60% di ciò che buttiamo arriva dal frigo, il 28% dai ristoranti e il 12% dai negozi
Nel 2022 lo spreco alimentare ha raggiunto quota 1,05 miliardi di tonnellate, corrispondenti al 19% dell’intera produzione mondiale di cibo. Questo dato proviene dall’ultimo rapporto Food Waste Index Report 2024 dell’Unep (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) che analizza la distribuzione e le cause dello spreco lungo tutta la filiera produttiva.
La Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, ha anche sottolineato che lo spreco alimentare rappresenta non solo un problema ambientale, ma anche una questione di giustizia sociale. Ridurre lo spreco alimentare, cominciando a ridurre le perdite lungo la filiera di produzione, potrebbe garantire cibo sufficiente per 153 milioni di persone, contribuendo in modo concreto alla lotta contro la fame nel mondo. Ogni alimento sprecato porta con sé un secondo livello di spreco: l’utilizzo inutile di risorse fondamentali come terra, acqua ed energia, che sono già sotto pressione a livello globale.
Spreco alimentare: il nostro frigorifero è un buco nero
Il frigorifero di casa è il vero buco nero dello spreco alimentare: il 60% di quello che si è costretti a buttare nasce da un errato utilizzo a livello domestico degli alimenti comprati. Una percentuale che supera di gran lunga lo spreco legato alla ristorazione, responsabile del 28%, e della vendita al dettaglio, che incide per il 12%. Sono quindi le errate abitudini familiari la principale causa di spreco; tra le ragioni principali vi sono l’acquisto eccessivo di prodotti, la scorretta gestione delle date di scadenza e il cattivo utilizzo degli avanzi.
Pianificare i pasti in modo più accurato significa acquistare solo ciò che è necessario, evitando di riempire il frigorifero con alimenti destinati a scadere inutilizzati. Allo stesso modo, un’educazione alimentare più consapevole può aiutare a comprendere come conservare correttamente il cibo, interpretare correttamente le etichette di scadenza e riutilizzare gli avanzi in modo creativo. Questi due approcci combinati potrebbero ridurre significativamente la quantità di alimenti sprecati nelle case
Spreco alimentare lungo la filiera produttiva
Seppur bravissimi a coltivare il cibo, magari anche con tecniche di coltura avanzatissime, siamo altrettanto fenomenali nel lasciar marcire tanto e buon cibo prima ancora che possa arrivare a destinazione. Il 13,3% del cibo globale prodotto viene perso infatti nella fase post raccolto, prima ancora di raggiungere il banco al mercato oppure gli scaffali in qualche superstore.
Le principali cause di questa perdita sono legate a inefficienze tecnologiche, sistemi di trasporto inadeguati e metodi di conservazione insufficienti. Le perdite includono frutta e verdura deteriorate durante il trasporto o cereali immagazzinati in condizioni che favoriscono infestazioni e muffe. Questi problemi sono maggiormente acuti nei paesi a basso e medio reddito, dove infrastrutture come magazzini refrigerati o trasporti adeguati risultano spesso se non assenti poco efficienti.
Ogni paese ha una diversa sensibilità sul tema dello spreco
Il grafico, tratto dal rapporto Oecd Beyond Food Loss and Waste Reduction Targets 2025, mostra come i 43 paesi analizzati dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) stiano affrontando l’obiettivo delle Nazioni Unite di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030.
L’analisi ha valutato il livello di ambizione dei target nazionali rispetto agli obiettivi globali. I risultati indicano che solo il 23% dei paesi ha fissato obiettivi più stringenti di quelli internazionali, mentre un altro 23% si è limitato ad allinearsi agli standard globali. Il 28% ha invece adottato target meno rigorosi, segnalando un impegno insufficiente. Inoltre, una parte significativa di paesi non ha fissato obiettivi chiari o non dispone di dati comparabili. Questo evidenzia come, nonostante l’OCSE monitori la situazione, molti governi non abbiano ancora adottato misure adeguate per ridurre le perdite e lo spreco alimentare.

Una dieta vegetariana può aiutare il mondo a stare meglio
Cambiare le abitudini alimentari potrebbe ridurre del 44% le emissioni di gas serra del settore alimentare entro il 2050, un taglio pari a 8 gigatonnellate di CO2 all’anno. Per comprendere l’entità di questo numero, una gigatonnellata corrisponde a un miliardo di tonnellate, equivalente al peso di 10.000 portaerei o di 200 milioni di elefanti africani adulti. Ogni alimento sprecato rappresenta non solo una perdita economica, ma anche un enorme spreco di energia, acqua e risorse naturali impiegate nella sua produzione.
Un intervento particolarmente efficace per ridurre le emissioni è rappresentato dal passaggio a diete vegetali. Queste diete, a base di alimenti come legumi, cereali integrali e verdure, hanno un impatto ambientale significativamente inferiore rispetto a quelle ricche di prodotti animali. Gli alimenti di origine vegetale richiedono meno terra, acqua ed energia per essere prodotti, contribuendo anche a una riduzione delle emissioni di metano, legate principalmente alla produzione di carne e latticini.
Una dieta pesante per il pianeta: tante risorse, poche calorie
L’83% dei terreni agricoli globali è utilizzato per produrre alimenti di origine animale, come carne e latticini, ma questi forniscono solo il 18% delle calorie totali consumate dall’umanità: ecco, non proprio un capolavoro di efficienza. La produzione di carne e derivati rappresenta una delle principali fonti di pressione ambientale e di sfruttamento delle risorse naturali. Secondo dati di studi Fao e Unep sul rapporto tra produzione di carne e impatto ambientale, il settore animale genera il 56-58% delle emissioni di gas serra legate al cibo. Nonostante ciò, il contributo nutrizionale è sorprendentemente limitato, offrendo appena il 37% delle proteine consumate a livello globale e sottolineando uno squilibrio difficile da ignorare.
Non è scaduto, sei tu che non sai leggere
Forse non c’è niente di peggio che buttare nel cestino del cibo solo perché non si è stati capaci di leggere un’etichetta. Il 19% dei consumatori ritiene che etichette alimentari più chiare siano fondamentali per ridurre lo spreco di cibo. L’etichettatura alimentare, infatti, rappresenta uno strumento cruciale per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sdg) delle Nazioni Unite, in particolare il traguardo che mira a dimezzare lo spreco alimentare pro capite entro il 2030.
Etichette standardizzate, con indicazioni precise sulla scadenza e sulle modalità di conservazione, possono prevenire sprechi evitabili. Ad esempio, distinguere tra “da consumarsi preferibilmente entro”, che indica la qualità, e “da consumarsi entro”, che segnala la sicurezza, aiuta i consumatori a evitare scarti inutili. L’etichettatura non solo promuove una gestione più consapevole degli alimenti, ma rafforza anche la trasparenza nella filiera produttiva, sostenendo la connessione tra produzione sostenibile e consumo responsabile.
Ridurre lo spreco alimentare è una questione di educazione
È incredibile come basti un po’ di educazione per ridurre del 25% lo spreco alimentare domestico, eppure sembriamo ancora incapaci di metterlo in pratica su larga scala. Secondo alcuni studi inglesi, programmi di sensibilizzazione mirati hanno dimostrato di poter tagliare un quarto dello spreco nelle famiglie, semplicemente insegnando a pianificare meglio gli acquisti, conservare correttamente il cibo e gestire gli avanzi. Questo dato dimostra che le soluzioni non richiedono necessariamente grandi investimenti, ma un cambiamento culturale e comportamentale, che resta però una delle sfide più difficili da affrontare.
I dati si riferiscono al: 2022
Fonte: Beyond Food Loss and Waste Reduction Targets: Translating Reduction Ambitions into Policy Outcomes” (2025), OCSE
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