Senza nuove risorse ai poveri andrebbero solo 158 euro. Meno della soglia di povertà
Una proposta elettorale comune un po’ a tutti gli schieramenti politici riguarda il cosiddetto “reddito minimo”. E’ chiamato in vari modi, ma la sostanza della proposta è quella di dare un sostegno economico agli italiani che hanno determinate caratteristiche di reddito medio pro capite. Si tratta di una somma per tutti che sostituisca, semplificandolo, tutti gli interventi a favore dei meno abbienti. Niente più sussidi più o meno estesi a famiglie, prepensionati, invalidi, disoccupati, ma un assegno per tutte le persone indigenti o bisognose. C’è chi lo definisce reddito minimo di cittadinanza.
Il problema è che secondo i calcoli dell’Ocse se volessimo mettere in pratica una tale politica lasciando inalterati i bilanci degli Stati, già molto vincolati dai parametri europei, in realtà ogni persona che ne ha diritto riceverebbe solo delle briciole. Vediamo perché.
Che cosa è il reddito minimo di cittadinanza
I calcoli dell’Ocse non sono complicati. Si è considerato quanto lo Stato spende in welfare (disoccupazione, pensioni anticipate, invalidità, contributi per l’edilizia, famiglia, minori, ma anche le detrazioni fiscali) per le persone in età lavorativa, quindi escludendo tutto il mondo delle pensioni vere e proprie, e lo si è diviso per il totale dei potenziali percettori. Gli euro (nel caso della Gran Bretagna le sterline sono state convertite in euro al cambio di fine luglio per poter confrontare i valori) che potrebbero essere versati a ognuno sono quelli indicati nel grafico sopra.
Come si vede in Italia se introducessimo il reddito minimo di cittadinanza senza aumentare gli stanziamenti, ma utilizzando solo i soldi ora “sparsi” in diversi interventi di welfare, saremmo lontanissimi dal far raggiungere ai percettori la soglia di povertà. Gli altri Paesi considerati dall’Ocse, invece, ci si avvicinano di più.
Il paradosso italiano del reddito minimo
C’è un paradosso: nel nostro Paese, più che altrove, la gran parte delle persone ci guadagnerebbe dall’istituzione di un reddito minimo di cittadinanza rispetto a quanto riceve attualmente. Ovvero: sarebbero decisamente di più coloro che avrebbero un guadagno mentre, per esempio, in Gran Bretagna e in Finlandia quelli che ci perderebbero sono più numerosi di quelli che ci guadagnerebbero. Soprattutto in Italia, invece, i “vincitori”, cioè quelli che riceverebbero di più, sarebbero molti di più dei “perdenti”, di coloro che riceverebbero di meno, come mostra il grafico sotto.

Come si vede sono più che altrove coloro che avrebbero un guadagno (gain) superiore al 10% o tra il 5 e il 10%. E pochissimi quelli che avrebbero una perdita (lose) tra l’1 e il 10%. E’ invece simile agli altri Paesi la proporzione di coloro che perderebbero di più, oltre il 10%.
Perché il welfare italiano è da rifare
La ragione per cui in molti ci guadagnerebbero è che ora lo Stato italiano spende poco e per pochi, tra l’altro senza incidere effettivamente sulle vere aree di sofferenza e di povertà. La conferma di questo viene dall’analisi dei vincenti e dei perdenti secondo due diversi punti di vista: età e reddito. Di seguito vediamo la percentuale di coloro che guadagnerebbero (percentage gaining) con il reddito minimo di cittadinanza in base all’età nei quattro Paesi considerati dall’Ocse.
I “vincitori” sarebbero moltissimi, più dell’80% del totale, e quasi per tutte le fasce di età. Ma in Italia, nella fascia d’età tra i 55 anni e i 64 anni, i “vincitori” con il reddito minimo di cittadinanza, crollano al 50% circa. Questo perché sarebbero eliminate le pensioni anticipate, calcolate come welfare, che sarebbero sostituite dal reddito minimo di cittadinanza, di importo certamente inferiore.
Questo vuol dire anche che attualmente il nostro welfare di fatto anche sotto i 65 anni è molto squilibrato a favore dei più anziani e basato sull’anticipo della pensione.

Se invece il calcolo viene fatto in base al reddito (in ascissa nel grafico qui sopra la popolazione è distribuita dai più poveri ai più ricchi), osserviamo che cambia poco, ovvero sono moltissimi, anche qui, coloro che ci guadagnerebbero a prescindere dal reddito stesso.
Chi vince con il reddito minimo di cittadinanza
Potremmo aspettarci che, come accade nel Regno Unito o in Finlandia, siano i più poveri (poorest) a guadagnarci meno, perché dovrebbero rinunciare a tutto quanto ora ricevono e rimarrebbero solo con quelle poche centinaia di euro del reddito minimo di cittadinanza. E invece no, sono quasi tutti percettori netti di un maggior ammontare di denaro rispetto ad oggi, sia i più poveri che i più ricchi. Anzi, c’è un maggior numero di perdenti tra questi ultimi, in Italia e soprattutto negli altri Paesi, perché verrebbero meno quelle detrazioni fiscali che tra i più ricchi sono maggiori e che valgono alcune centinaia di miliardi di euro l’anno di mancato incasso per lo Stato.
Fossimo un Paese con un modello di welfare avanzato simile a quello nordeuropeo avremmo visto più perdenti (losers) tra i poveri, perché sarebbero stati quelli che avrebbero perso sussidi guadagnandoci il misero reddito di cittadinanza, ma non è così: se non si riceve quasi nulla oggi, non lo si può perdere. E questo vale anche per le tasse: se una persona non le pagava prima, perché sotto la soglia di povertà, non le pagherebbe anche in questo caso dato che il reddito minimo di cittadinanza non gli farebbe raggiungere la soglia del reddito imponibile.
Di fatto l’introduzione del reddito minimo di cittadinanza con un calcolo a somma zero, ovvero usando le risorse che già sono utilizzate per il welfare, sarebbe come spalmare la povertà. E questo significa che se alle persone indigenti si vuole far raggiungere almeno la soglia di povertà non si può pensare di farlo senza stanziare risorse aggiuntive.
I dati si riferiscono al: 2016
Fonte: Ocse
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