Bankitalia: con le liberalizzazioni la propensione dei figli a seguire i genitori è scesa del 2,2%
Quelli che vediamo qui sopra sono i punteggi relativi alla difficoltà che una persona “normale” deve affrontare per intraprendere una delle professioni indicate. Ovvero: indicano le professioni protette e il grado di difficoltà ad accedervi anno dopo anno.
Le professioni protette
I numeri riflettono un indice Ocse che va da 1 (meno restrizioni) a 6 (più restrizioni), e che considera 34 Paesi avanzati. Come si vede nel corso degli anni, principalmente grazie alle liberalizzazioni del 2006 di Bersani e del 2011 di Monti, c’è stato un calo graduale delle rigidità e degli ostacoli all’entrata nelle professioni protette, con una piccola ripresa del grado di difficoltà tra 2013 e 2018, anche se solo per alcune professioni.
In alcuni casi le restrizioni sono calate anche di molto, per esempio nella professione del farmacista si è passati da un indice di 4,01 a uno di 2,353. Oggi gli avvocati e i notai, oltre ai farmacisti, rimangono i più protetti. Nel complesso comunque l’Italia è passata dal secondo posto (su 34) al 19esimo come Paese con più restrizioni.
Che lavoro fanno i figli
La Banca d’Italia ha studiato come le liberalizzazioni hanno influito su una tendenza ben nota e molto praticata, quella dei figli dei professionisti a seguire le orme paterne. La presenza di barriere all’ingresso e i legami familiari creano naturalmente una allocazione inefficiente delle risorse per cui in una situazione di numero chiuso giunge a ricoprire una posizione qualcuno che meriterebbe meno di un altro ma che vi accede solo per connessioni famigliari.
Ebbene, a quanto pare le liberalizzazioni hanno funzionato: i giovani italiani oggi seguono meno gli stessi studi dei genitori, e si muovono di più secondo le proprie reali inclinazioni.
I figli dei professionisti
Sono state studiate 26.928 coppie di genitori e figli in cui almeno un genitore fosse professionista, messe a confronto con 63.945 nelle quali, pur svolgendo il genitore una professione simile, era in un contesto non protetto, in cui per esempio non vi fosse un ordine professionale. Ad esempio: un commercialista a confronto con un dirigente amministrativo di un’azienda.

L’evidenza ancora oggi ci dice che di tutti i giovani tra i 19 e i 25 anni esaminati il 19,1% dei figli dei professionisti segue un percorso di studi legato alla professione del genitore, e si arriva al 25,9% se questo genitore è un lavoratore autonomo. Mentre si scende solo al 6,9% se questi è un lavoratore non protetto da ordini o barriere d’ingresso. Il tema quindi esiste. E tuttavia negli anni le cose sono cambiate.
I figli delle professioni protette
La Banca d’Italia ha trovato che per ogni punto in meno nell’indice Ocse sulle restrizioni all’ingresso in una professione è scesa del 2,2% la propensione del ragazzo a seguire le orme paterne/materne, come vediamo nella tabella di seguito.
Non solo, il calo è maggiore della media, del 2,4%, anche se il ragazzo in questione fa l’università, come del resto fa la grande maggioranza dei figli dei professionisti.
Particolarmente interessante è il fatto che vi è stata una diminuzione maggiore se il figlio è maschio, del 3%, che femmina, del 1,8%. Parliamo sempre di un calo corrispondente a un punto in meno dell’indice Ocse.
Il “problema” dei maschi
Sono di più gli uomini che seguono le professioni familiari rispetto alle donne. E soprattutto i primogeniti, che infatti con le liberalizzazioni hanno smesso di seguire le orme famigliari più degli altri figli (-2,3% contro -2,1%).
Anche quelli che la ricerca marchia come “meno dotati”, ovvero quelli che all’esame di maturità avevano preso un voto minore, tendono di più a far dipendere la propria propensione a seguire le orme dei genitori dal grado di restrizione all’accesso alla professione.
Nonostante le liberalizzazioni, però, la strada da percorrere è ancora moltissima: le professioni che una volta si chiamavano “liberali” protette da leggi e regolamenti sono ancora 176.
I dati si riferiscono al: 2018
Fonte: Banca d’Italia
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