Industrie di plasmaderivati: Italia quinta al mondo

Record della raccolta di sangue: 919,7 tonnellate nel 2025. Ma non basta

Kedrion, sede a Barga in provincia di Lucca, ha chiuso il 2024 con 1.578 milioni di euro di ricavi ed è quinta al mondo nel suo settore. Eppure in Italia gli ospedali comprano all’estero quattro flaconi di immunoglobuline su dieci. Non è un problema di fabbriche: è un problema di donatori di plamsa, sangue, insomma, dal quale si ricavano i plasmaderivati: farmaci che servono a curare immunodeficienze primitive, emofilia, malattie neurologiche, insufficienza epatica. Non si sintetizzano in laboratorio: si estraggono da sangue donato da persone.

Guardiamo la classifica delle industrie di plasmaderivati: in questo mercato la prima società italiana, Kedrion, è la quinta al mondo: ha chiuso il 2024 con 1.578 milioni di euro di ricavi (nel grafico interattivo sopra i dati sono in dollari), in crescita del 10% sull’anno precedente. Ha lo stabilimento principale a Barga, in Garfagnana, ed è controllata dal fondo Permira insieme alla famiglia Marcucci, che nel settembre 2022 ha rilevato anche la britannica BPL. A maggio 2026 ha annunciato un investimento da 150 milioni di euro per triplicare la capacità produttiva italiana.

Tre società fanno quasi tutto il mercato dei plasmaderivati

Se si va a vedere la classifica delle industrie di plasmaderivati si scopre che il settore è un oligopolio molto stretto. Al vertice ci sono tre gruppi: l’australiana CSL, con la controllata CSL Behring, la spagnola Grifols e la giapponese Takeda, che è entrata nel business del plasma acquisendo Shire nel 2019. Insieme fanno la quota maggiore del mercato mondiale, e la ragione è una sola: controllano le reti di raccolta del plasma, soprattutto negli Stati Uniti. Subito sotto c’è una fascia media composta dalla svizzera Octapharma, che nel 2024 ha fatto 3,47 miliardi di euro, e da Kedrion. Le due insieme valgono, secondo le stime di settore, tra il 15% e il 20% del mercato.

Poi c’è una coda lunga di operatori nazionali o specializzati: la britannica BPL, ormai nello stesso gruppo di Kedrion; la francese LFB; la coreana SK Plasma; l’israeliana Kamada; l’americana ADMA Biologics, che nel 2024 ha dichiarato ricavi tra 417 e 425 milioni di dollari; e i grandi produttori cinesi — Shanghai RAAS, Hualan Biological, China Biologic Products — che servono quasi esclusivamente il mercato interno.

In Italia il settore è un duopolio industriale

Nel nostro Paese chi trasforma davvero il plasma in farmaci sono solo due imprese: Kedrion, con gli stabilimenti toscani e Takeda la cui presenza in Italia è più grande di quanto si immagini: lo stabilimento di Rieti, attivo dal 1972, si occupa del frazionamento del plasma e conta oltre 730 dipendenti, triplicati in meno di dieci anni; quello di Pisa, con oltre 250 persone, lavora esclusivamente l’albumina umana. I due siti sono dentro un piano di investimenti da 350 milioni di euro in cinque anni.

Il paradosso: gli impianti ci sono, il plasma no

Dicevamo che il problema non sono i siti produttivi o di trasformazione, ma è la mancanza di donatori di sangue. Nel 2025 l’Italia ha raccolto 919,7 tonnellate di plasma, un record, oltre undici tonnellate in più dell’anno precedente. Nonostante questo, copre circa il 60% del proprio fabbisogno di immunoglobuline: il restante 40% si compra all’estero, e lo paga il Servizio sanitario nazionale. Sull’albumina va meglio, con un tasso di autosufficienza sopra il 75%. Il conferimento di plasma all’industria è arrivato a 15,6 chili per mille abitanti e l’obiettivo indicato come primo passo verso l’indipendenza strategica è 18.

classifica industrie plasmaderivati

Quindi il Paese che ospita il quinto produttore mondiale, e uno dei più importanti stabilimenti di frazionamento d’Europa, non riesce a curare i propri malati con il proprio plasma.

Gli stabilimenti italiani lavorano anche plasma di altri

Lo stabilimento di Rieti di Takeda è approvato per l’esportazione verso i principali mercati mondiali, compresi quello statunitense e quello cinese. Quello di Pisa, dopo l’aumento di produttività e l’apertura del mercato cinese, è diventato il principale fornitore di albumina per i paesi del Resto del mondo. Significa che l’Italia è una piattaforma industriale che lavora e riesporta, mentre come sistema sanitario compra all’estero una parte di ciò che le serve.

La ragione di questa apparente contraddizione è che in Italia la donazione è volontaria, anonima e gratuita: lo stabilisce la legge 219 del 2005. Il plasma raccolto resta di proprietà delle Regioni, che lo affidano a un’azienda perché lo trasformi in farmaci con un contratto di conto lavorazione, aggiudicato per gara, e poi si riprendono i medicinali finiti. L’azienda viene pagata per il servizio industriale, non per la materia prima.

Negli Stati Uniti, dove si raccoglie la maggior parte del plasma mondiale, i donatori sono retribuiti e le aziende gestiscono centri di raccolta propri. È da lì che arriva il plasma che copre il deficit europeo. Sono due sistemi con logiche opposte, e il secondo produce molto più volume. Il primo produce meno, ma è quello su cui l’Europa ha scelto di fondare la propria sanità pubblica.

Quando l’Italia diventerà autosufficiente

L’obiettivo dei 18 chili per mille abitanti è distante due chili e quattro da dove siamo. Tradotto in tonnellate, significa che l’Italia dovrebbe raccogliere circa il 15% di plasma in più di quanto raccoglie oggi. Su una raccolta che nel 2025 è cresciuta di undici tonnellate — poco più dell’1% — quel traguardo, alla velocità attuale, richiederebbe più di dieci anni.

I dati si riferiscono al: 2022-2025

Fonte: Centro Nazionale Sangue, dati sulla raccolta di plasma e sull’autosufficienza 2025

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