In fumo 30 milioni al mese, Lombardia la regione più colpita: 18 focolai
L’epidemia di peste suina africana in Italia sta creando enormi problemi agli allevatori e rischia di mettere in ginocchio l’intero settore della suinicoltura. Numeri alla mano, il danno ha già raggiunto cifre da capogiro. Ogni mese la filiera accusa un danno economico da 30 milioni di euro a causa della cessazione totale dell’export verso Asia e Stati Uniti. Lo stop alla vendita sui principali mercati extra Ue, iniziato a gennaio 2022, ha causato in totale perdite per 500 milioni di euro.
La regioni colpite sono la Lombardia con 18 focolai, il Piemonte con 5 focolai e l’Emilia-Romagna dove l’epidemia è limitata a 1 focolaio. Nel grafico in apertura la consistenza degli allevamenti italiani di suini per regione. In totale a giugno 2024 gli allevamenti italiani ospitavano 8,1 milioni di suini. Prima per capi di bestiame suino è la Lombardia con 3,9 milioni di esemplari, ultima la Valle d’Aosta con appena 49 capi.
Peste suina africana, già abbattuti 58.656 maiali
Il virus della peste suina (per il quale non esistono né vaccini né cure) non rappresenta un pericolo per l’uomo. Tuttavia, si diffonde molto rapidamente tra suini e cinghiali ed è estremamente letale. Ad oggi in Italia sono stati abbattuti 58.656 maiali per contenere la trasmissione del virus, ma nonostante questo gli esperti avvertono che il numero degli abbattimenti potrebbe aumentare. Per questo il 29 agosto 2024 è stata emessa un’ordinanza con misure urgenti e severe per la gestione dei focolai, un insieme di regole strategiche soprannominato dagli allevatori “lockdown delle stalle“.
Restrizioni rigorose in Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna
Le nuove disposizioni per il contenimento della peste suina prevedono il blocco totale degli spostamenti sia in entrata che in uscita dei suini nelle zone di restrizione di Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, con eccezioni solo per la macellazione sotto condizioni specifiche. Tolleranza zero per l’accesso del personale non essenziale, tutto ciò che non riguarda il benessere animale è rimandato come, ad esempio, le manutenzioni ordinarie degli allevamenti non legate agli animali.
Ma non solo, come per il Covid chi accede all’allevamento deve indossare tute e calzari monouso all’ingresso e garantire di non aver visitato altri allevamenti suini nelle 48 ore precedenti, ma anche di non essere stato in boschi o altri luoghi in cui sia stata segnalata la presenza di cinghiali. Inoltre, nei comuni compresi e limitrofi alle zone di restrizione, sono vietati mercati, fiere, e ogni altra manifestazione con prodotti agricoli che coinvolga, anche indirettamente, i suini.
Peste suina, i danni collaterali delle restrizioni
Tuttavia, le restrizioni non sono esenti da effetti collaterali che pesano come la perdita di bestiame. Per spiegare la situazione gli allevatori parlano di danni indiretti causati dal “lockdown delle stalle”. Si pensi, ad esempio, a chi gestisce un allevamento di suini da riproduzione e che per via del blocco degli spostamenti non può consegnare i nuovi nati andando incontro a un ulteriore deprezzamento dei capi, oltre a quello dato dal ritardo nella consegna.
Infatti, gli allevatori denunciano la presenza di un meccanismo speculativo nei confronti dei suini provenienti dalle aree a rischio, pagati meno dai macellatori seppur non infetti. Per questo il settore chiede un allargamento della platea degli indennizzi ad oggi limitati a coprire solo le perdite legate agli abbattimenti. Inoltre, proprio come durante l’epidemia di Coronavirus, si alza anche la protesta dei veterinari che, sotto organico e costretti a raddoppiare i turni per gestire l’emergenza, chiedono che sia riconosciuto l’impegno aggiuntivo minacciando altrimenti l’inizio di uno stato di agitazione.

Cinghiali e peste suina: un problema da un milione e mezzo di esemplari
All’origine della diffusione della peste suina in Italia c’è l’enorme crescita del numero di chinghiali selvatici. Le ultime stime Ispra parlano di circa un milione e mezzo di esemplari. Un numero che impedisce l’eliminazione radicale della peste suina nel breve periodo, ad oggi insomma è possibile solo contenerla e limitare i danni. Il problema è particolarmente indisioso perché i cinghiali aumentano con la crescita della superficie boschiva italiana.
Invasione dei cinghiali, ogni anno danni all’agricoltura per 18 milioni di euro
Un fenomeno, quest’ultimo, di per sé positivo ma che causa una vera e propria invasione. All’anno, in media, i cinghiali causano danni all’agricoltura per 18 milioni di euro. Per contenere il numero di cinghiali (la caccia operata dall’uomo riguarda solo gli esemplari più grandi) la soluzione più naturale è rappresentata dalla caccia naturale ad opera dei lupi, il virus infatti non colpisce i canidi. Tuttavia, questo porterebbe altri evidenti problemi di sicurezza. Interessante anche sottolineare come la caccia al cinghiale ad opera dell’uomo all’interno dei boschi può favorire la dispersione dei cinghiali e, quindi, la diffusione in altre aree di animali portatori del virus.
Autore: Davide Frigoli
Pubblicato il: 3 Set 2024
I dati si riferiscono al: 2024
Fonte: Eurostat; Ispra; Banca dati nazionale dell’anagrafe zootecnica;
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