E solo l’1,5% degli studenti del ciclo terziario in Italia prende questa strada
Una vera e propria rivoluzione si prospetta all’orizzonte per l’educazione terziaria, cioè il termine usato a livello ufficiale e internazionale per indicare gli studi universitari e post universitari nella loro interezza. Con il nuovo decreto ministeriale n.226 del 14 dicembre 2021 infatti sono state introdotte importanti novità sul sistema. In primis c’è una maggiore flessibilità che consente di poter intraprendere percorsi lavorativi differenti una volta terminato il dottorato di ricerca. Ma vediamo nel dettaglio tutti gli aggiornamenti. E vediamo anche a quanto ammonta lo stipendio per un dottorato di ricerca.
Le nuove regole sul dottorato di ricerca
Sarà sempre l’università ad accreditare i corsi di dottorato di ricerca (vedremo dopo come), ma con la nuova normativa ora potranno farlo anche altri soggetti. Ad esempio università che costituiscono consorzi o stipulano delle convenzioni con altri atenei italiani o esteri, con enti di ricerca pubblici o privati, con imprese di ricerca e sviluppo, con istituzioni culturali, pubbliche amministrazioni e infrastrutture di ricerca a livello internazionale o europeo. In questo modo, al termine del dottorato, si consegue un titolo congiunto o multiplo.
Un’ulteriore novità riguarda le borse di studio. Queste infatti hanno generalmente una durata di tre anni ma ora possono essere rinnovate annualmente secondo gli importi stabiliti dal Ministero. Possono, altresì, essere banditi dei posti di dottorato anche senza borsa ma nel limite di un solo posto ogni tre con borsa di studio.
Ed infine, il nuovo regolamento ministeriale introduce il dottorato industriale, volto a promuovere lo sviluppo economico e il sistema produttivo nazionale, e i dottorati di interesse nazionali per valorizzare il programma nazionale per la ricerca con cofinanziamenti concessi direttamente dal Miur e ben 30 borse di studio per ogni ciclo di dottorato.
A cosa servono gli istituti tecnici superiori
Ma chi sono i soggetti che rientrano nella definizione di educazione terziaria? Sono inclusi gli studenti che fanno la laurea triennale, quelli che intraprendono quella specialistica o un master, ma anche coloro che dopo la laurea decidono per un dottorato di ricerca o che dopo il diploma scelgono un percorso di educazione terziaria a ciclo breve.
E sono soprattutto queste ultime due modalità di studi che in Italia vengono trascurate di più rispetto a quanto accade in altri Paesi europei, come si vede nell’infografica. Solo lo 0,7% di chi prosegue gli studi dopo le scuole superiori decide di frequentare un Istituto Tecnico Superiore. Questi sono all’incirca equivalenti a quelle una volta chiamate “lauree brevi” o “diplomi di laurea” e che trattano normalmente in due anni discipline tecniche e specifiche di solito legate alla nuove tecnologie e connesse al tessuto economico del territorio.

I corsi sono poco più di un centinaio nel nostro Paese, e accoglievano solo 13.178 studenti nel 2018, ovvero lo 0,7% di quelli iscritti in una branca dell’educazione terziaria. In Francia si arriva in insegnamenti equivalenti al 19,3%, in Spagna al 20,2%. In Germania questa percentuale risulta zero solo perché questi corsi sono classificati come istruzione post secondaria ma non terziaria, ma avvengono dopo l’Abitur, il diploma tedesco.
Più studenti impegnati in corsi di laurea magistrale
Questa lacuna chiaramente ha un impatto sulla formazione di competenze utili a trovare un lavoro qualificato, in particolare in un Paese ancora molto manifatturiero come il nostro che avrebbe bisogno di skills tecniche specifiche. In compenso è maggiore della media la percentuale di studenti del ciclo terziario impegnata nella laurea magistrale, quella che viene dopo quella triennale. Sono il 37,6% contro il 28,1% medio, 713.633 persone nel 2018, più del doppio di quelli iscritti in corsi equivalenti in Spagna, per esempio.
La Francia è all’incirca allo stesso livello. Questi dati mostrano come l’Italia sia debole proprio in due ambiti cruciali, quello delle competenze tecniche e quello della ricerca, entrambi importanti per la crescita. Senza dimenticare che in ogni caso tali percentuali sono da calcolare su un totale di persone impegnate in studi terziari che è inferiore a quello che si riscontra in Paesi con una popolazione analoga. E senza dimenticare anche che coloro che giungono al termine di tali studi, che ottengono un titolo universitario o di dottorato di ricerca, sono molto pochi, visto solo in Romania vi è una proporzione di laureati inferiore alla nostra.
Pochi dottorati di ricerca in Italia
Siamo invece perfettamente in media per quanto riguarda la porzione di coloro che studiano in facoltà triennali, il 60,2%, il 60,6% nella Ue. Come si diceva una delle differenze principali dal resto d’Europa riguarda invece il dottorato di ricerca, quello che introduce alla carriera accademica, ma non solo. Il dottorato di ricerca viene svolto in centri di ricerca applicata e di base le cui innovazioni hanno una ricaduta positiva sulle aziende e la produttività dell’economia. Nel mondo anglosassone questo tipo di posizione viene chiamata Phd, quindi, in Italia, il dottorato Phd identifica il dottore di ricerca che frequenta un percorso di carriera post-laurea all’interno dell’istituzione accademica.
I dottorandi di ricerca in Italia sono meno di 30mila
In Italia erano solo 28.833 nel 2018 le persone che hanno intrapreso un dottorato di ricerca in Italia, e il confronto appare piuttosto impietoso non solo con la Germania, dove sono 200.400, e il Regno Unito, che ne ha 111.257, molti provenienti dall’estero, ma anche con Spagna e Francia, con 85.480 e 66.096, e persino con Polonia e Grecia, Paesi con molti meno abitanti del nostro, ma in cui i dottorandi sono di più. Anche perché, molto probabilmente per il dottorato di ricerca lo stipendio è superiore.
Troppo pochi i bandi di dottorato in Italia
In termini percentuali nel nostro Paese sono solo l’1,5% di tutti gli studenti terziari. Solo a Malta sono meno, l’1%, mentre nel Lussemburgo si raggiunge il 9,8%, e in Repubblica Ceca, Germania e Finlandia sono più del 6%.
Come funziona l’accreditamento del dottorato di ricerca
L’accreditamento di un dottorato di ricerca mediamente dura cinque anni. Spetta all’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), sulla base delle disposizioni del Miur (Ministero dell’università e della ricerca) monitorare periodicamente che permangano i requisiti (come la disponibilità, per ogni corso di dottorato, di almeno quattro borse di studio o che ci siano le strutture operative qualificate per svolgere l’attività di studio e ricerca) per essere accreditati ai corsi di dottorato. Qualora infatti uno dei requisiti dovesse venire meno, l’Anvur è autorizzata a revocare l’accreditamento.
Ma come viene accreditato un dottorato di ricerca? Il dottorando deve presentare domanda di accreditamento al Miur specificando il numero di posti per i quali si richiede l’accreditamento e allegando la documentazione attestante il possesso dei requisiti. A questo punto il Ministero, entro 20 giorni dalla ricezione, trasmette il tutto all’Anvur che a sua volta entro 60 giorni dovrà esprimere il proprio parere. Tuttavia, nel caso in cui l’Anvur si avvalesse di esperti esterni per valutare le richieste di accreditamento, potrebbe esserci una proroga di 30 giorni per il termine della valutazione.
Chi gestisce i corsi di dottorato di ricerca
Il corso di dottorato di ricerca, che deve avere almeno una durata triennale, viene gestito dal collegio dei docenti e dal coordinatore del collegio dei docenti. Inoltre, per ogni dottorando sono assegnati un supervisore e uno (o più) co-supervisori scelti direttamente dal collegio.
Si trova lavoro dopo il dottorato di ricerca?
La risposta è sì all’88,1%. Sì, perché secondo una ricerca di AlmaLaurea questa è la percentuale di persone che trovano un lavoro dopo il dottorato, anche ben pagato, in genere, dopo aver frequentato un dottorato ad un anno dal conseguimento del titolo. Si tratta di 20 punti percentuali in più rispetto a chi esce dall’Università con la “semplice” laurea. Agli stessi risultati, anzi, migliori, è arrivata anche l’Istat secondo la quale dopo 5 anni dal conseguimento del titolo un dottore di ricerca ha un lavoro nel 90% dei casi. Il fatto è che lo stipendio di un dottorato di ricerca è davvero basso, come vediamo subito qui sotto.
Qual è lo stipendio di un dottorato di ricerca
La risposta a questa domanda la può dare solo il bando di concorso di ogni singolo Ateneo italiano che può mettere a disposizione posti per dottori di ricerca con borsa di studio o senza. Nel primo caso lo “stipendio” di un dottorato di ricerca è di circa 1.200 euro al mese per un totale annuo di 13.638 euro. E’ l’Inps che incassa i contributi ma dal punto di vista pensionistico il dottorato di ricerca è una collaborazione coordinata e continuativa e quindi i contributi vengono versati alla gestione separata dell’Istituto di previdenza pubblica. Si può guadagnare di più? Sì, ma solo se si frequentano corsi di specializzazione all’estero. Chi, invece, viene inquadrato come dottorando senza borsa di studio non ha diritto a nessuno stipendio e nessun rimborso.
Firma: Gianni Balduzzi
Data: 18/02/2021
I dati si riferiscono al: 2018
Ultimo aggiornamento febbraio 2022
Fonte: Think Thank del Parlamento Europeo, Eurostat
Leggi anche: Un laureato ad un anno dal titolo guadagna 1.210 euro
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